Formare i medici dal Medioevo al primo evo modernon.81, 2019, pp. 3629-3631, DOI: 10.4487/medchir2019-81-7

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La trasmissione delle conoscenze mediche e la formazione dei medici trova nel tardo Medioevo europeo, tra la fine del XII e l’inizio del XIII sec., con l’inserimento dell’insegnamento della medicina nelle università, una soluzione di straordinario successo, sia sotto il profilo della sistematizzazione, dello sviluppo e della trasmissione del sapere medico, sia sotto quello dell’organizzazione della professione. Salerno, già nel X sec. famoso centro di insegnamento medico, pur non disponendo nel Medioevo di una struttura didattica giuridicamente riconosciuta ed entrato solo nel XV secolo a far parte del sistema universitario, ha svolto tuttavia un ruolo cruciale nell’evoluzione dell’insegnamento medico in Italia e in Europa e nello stesso strutturarsi dell’insegnamento universitario, attraverso la trasmissione sia di testi e di commenti, sia di tecniche didattiche. Fra la fine del XII e l’inizio del XIII sec. un gruppo di maestri e studenti, attratti dalla possibilità di aprire libere scuole ed in seguito dai privilegi offerti dalla fondazione dell’Università, si era trasferito da Salerno a Montpellier. Più o meno contemporaneamente che a Montpellier l’insegnamento medico universitario emerge anche a Parigi, e in seguito in diverse città italiane.

Da questo periodo in poi, fra i numerosi soggetti che esercitano a vario titolo e a vari livelli attività terapeutiche, il medico dotto di formazione universitaria (physicus) occupa una posizione di preminenza culturale e sociale rispetto al praticante di successo, ma privo di dottrina (ad esempio, il chirurgo di alto livello). La medicina universitaria compie così una progressiva e sempre più vasta riconquista del patrimonio scientifico e medico dell’Antichità, attraverso la quale la comunità scientifica dei maestri delle Facoltà mediche elabora non solo un’organica e sofisticata sistemazione della cultura medica, ma mette a punto, in complessi dibattiti, la definizione del livello scientifico della medicina nei suoi due aspetti costitutivi e inscindibili di teoria e prassi – di scientia e di ars – e ne stabilisce lo statuto epistemologico.

Nel sistema universitario la formazione del medico avviene presso uno Studium generale, attraverso un corso di studi formale e graduale, che si conclude ufficialmente con il conseguimento dei gradi accademici, ottenuti attraverso gli esami di licenza e di dottorato, che lo proclamano doctus et expertus e gli consentono, oltre all’esercizio della professione medica, di insegnare presso qualsiasi Università e, eventualmente, di entrare a far parte di un Collegio dottorale. La comunità scientifica, formata dai docenti e dai medi-ci impegnati nell’esercizio della professione, costituisce con i Collegi dei medici cittadini, prima in Italia, dove più favorevoli erano le condizioni sociali, poi nel resto d’Europa, efficaci strumenti di autogoverno e di auto-conservazione. Nei centri urbani di una certa importanza, ma privi di uno Studio generale, la presenza del Collegio dei medici garantisce non solo il controllo sull’esercizio della professione medica e sulle altre attività di cura, ma spesso, grazie all’acquisizione di privilegi, gelosamente custoditi, anche la possibilità di riconoscere ufficialmente, con il conferimento dei gradi, un corso di studi svolto presso uno Studio generale.
I curricula degli studi medici delle varie università europee non differiscono in modo sostanziale, benché siano presenti varianti locali. Nella maggior parte delle università la medicina si presenta come una disciplina di grado superiore, al cui percorso formativo si accedeva dopo aver completato un corso di studi propedeutici in arti liberali e in filosofia naturale. Tuttavia, nei centri universitari dell’Italia del nord e del centro, come anche a Montpellier, la medicina riesce a conquistare, prima che altrove in Europa, una posizione eminente, sia dal punto di vista accademico, sia da quello sociale e professionale. In Italia le favorevoli condizioni economiche e sociali rendono possibile l’impiego da parte di varie istituzioni pubbliche di una folta schiera di medici e chirurghi e fanno sì che, di fronte alla domanda di formazione universitaria per le professioni giuridiche e sanitarie, numerose città di una certa importanza cerchino di ottenere uno Studio generale; molte di queste università tuttavia hanno avuto vita breve e precaria. L’omogeneità nei testi autoritativi prescritti dai curricula e nelle tecniche didattiche permettono la grande mobilità da uno Studio all’altro di maestri e di studenti. Per quanto con accentuazioni diverse, la parte teorica della medicina in quanto scientia, secondo il modello aristotelico dello scire per causas, è considerata una disciplina subalterna alla filosofia naturale; la parte pratica è scientia operativa o ars scientifica, in quanto, pur collegata intimamente alla parte teorica, è ordinata all’operazione e detta appunto le regole dell’opus vero e proprio. Alla fine del XIV sec. prima a Bologna e a Padova, poi anche in altri centri italiani, viene introdotta la separazione dei corsi di medicina teorica e di medicina pratica, con due serie di cattedre, ordinarie e straordinarie, che all’inizio riflettono nell’ordine gerarchico, confermato dalla diversità degli stipendi, il livello epistemologico superiore della medicina teorica. L’adozione come testo privilegiato del Canone di Avicenna, attorno al quale si dispongono gli altri testi autoritativi, sia per l’insegnamento di Teorica sia di Pratica, accentua il peso degli aspetti teorici e dottrinali. Uno schema adottato in diverse università prevede che la Theorica sia divisa in physiologia, sulla natura del corpo umano, aetiologia, sulle cause delle malattie, semeiotica, sui segni delle patologie, pathologia, sulle malattie propriamente dette, e therapeutica. Queste due ultime parti, fra le quali assume particolare importanza l’esame delle malattie “a capite ad calcem”, dalla testa ai piedi, sconfinavano largamente nella Practica, a sua volta divisa in diaetetica, pharmaceutica, chirurgica.
Alcuni centri come Bologna, Padova, ma anche Siena, Pavia e Perugia ed in seguito Ferrara riescono a stabilire continuità didattica e a guadagnarsi la fama, che garantiscono loro un notevole flusso di studenti provenienti da altre regioni italiane e dal resto d’Europa. Quello delle università italiane è un caso particolare e di grande successo; vi si afferma infatti un curriculum che unisce Arti e Medicina nel quale tuttavia permane chiara la distinzione fra il corso di Arti, generalmente della durata di quattro anni e quello di Medicina, della durata di quattro o cinque anni. In queste università, anche per l’assenza, fino ad un periodo tardo, della teologia, insegnata presso gli Studia dei vari Ordini religiosi, la medicina costituisce il culmine degli studi scientifici e gli studi filosofici, prevalente-mente propedeutici agli studi medici, da una parte caratterizzano fortemente l’aristotelismo in senso biologico-naturalistico, dall’altra improntano gli studi medici, favorendo sia la riflessione epistemologica e metodologica, sia l’approfondimento di problematiche di filosofia naturale.
La consapevolezza della necessità di una riforma della cultura medica giunge a matura-zione fra l’ultimo decennio del XV sec. e i primi due del XVI, quando giungono sulle cattedre di medicina delle università dell’Italia del Nord personaggi che avevano goduto, nel periodo di formazione pre-universitaria, di una aggiornata educazione secondo l’ideale umanistico. L’alleanza degli studi filosofici e scientifici con la filologia umanistica si rivela di importanza cruciale per la cultura scientifica italiana ed europea. L’attività filologica dei medici umani-sti, gli unici fra i filologi del tempo in possesso sia delle capacità linguistiche sia delle conoscenze tecniche che li ponevano in grado di comprendere a pieno le problematiche poste dai testi medici, non rimane nell’ambito pura-mente intellettuale del recupero della cultura del passato, ha bensì uno scopo pratico, quello di costituire un corpus di conoscenze mediche sicure che possano garantire una pratica efficace. Una via importante di diffusione è stata, come in passato, la mobilità dei maestri. An-che la peregrinatio studiorum degli studenti contribuisce a diffondere la nuova medicina. Le novità dell’insegnamento medico italiano attirano un gran numero di studenti stranieri. Lo studio diretto dei testi è alla base anche di altri importanti sviluppi; infatti le uniche novità che riescono a penetrare permanentemente nei curricula, vale a dire lo studio rinnovato dell’anatomia e della botanica, che gradualmente riusciranno ad imporsi come materie autonome, sono all’inizio frutto proprio di questa migliore conoscenza delle opere di Galeno e dei botanici greci.
La commistione di filosofia naturale e medicina è una caratteristica specifica e innovativa delle università italiane. L’anatomia, per quanto sia stata, non a torto, il focus della storiografia è solo uno dei casi di stretta collabo-razione fra competenze del physicus e quelle di altre professioni. L’affermarsi di nuove discipline porta, in Italia, alla creazione di luoghi e spazi diversi da quelli tradizionali per l’insegnamento universitario: tra questi l’Orto botanico e il teatro anatomico. A Padova, come in altri centri tra cui Bologna e Roma, si assiste anche alla precoce utilizzazione dell’ospedale ai fini dell’osservazione clinica e della didattica – un’innovazione forse perfino più impor-tante, ai fini dello sviluppo di una medicina clinica ‘sperimentale’, delle due precedenti. Questo irraggiarsi dell’insegnamento in luoghi delle città universitarie diversi da quelli canonici, e quindi l’allargarsi e il dinamizzar-si dei pubblici della didattica e della ricerca, non è un fenomeno solo di quest’epoca: ma nella seconda metà del Cinquecento, in Italia, esso assume una speciale importanza. Non è trascurabile il peso che le università han-no avuto nell’attivare e contribuire a istruire reti locali di curanti, o nel mettere in rapporto istituzioni della cultura accademica con le professioni e le istituzioni mediche non acca demiche (si pensi ad esempio alla centralità per gli speziali toscani dell’orto dello Studio pisano, o allo sfruttamento delle potenzialità didattiche insite nella rete ospedaliera bolognese o romana).

Bibliografia

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Cita questo articolo

Conforti M., Formare i medici dal Medioevo al primo evo moderno, Medicina e Chirurgia, 81, 3629-3631, 2019. DOI: 10.4487/medchir2019-81-?

Il De motu cordis di William Harvery: scienza, medicina, politican.62, 2014, pp.2814-2818

Il 15 luglio 1652 il medico inglese George Ent scriveva da Londra al suo amico Cassiano del Pozzo, romano, grande collezionista di arte e di oggetti di scienza, vicino all’accademia dei Lincei, e gli raccontava di aver eseguito una dimostrazione scientifica in presenza di William Harvey e di altri membri del College of Physicians di Londra. Utilizzando il cadavere di un uomo morto per strangolamento, di cui aveva legato i vasi e nel cui cuore, polmoni e fegato aveva iniettato acqua calda, aveva dimostrato la correttezza della teoria di Harvey della circolazione del sangue, divulgata circa un quarto di secolo prima, e che dalla sua pubblicazione non aveva mai cessato di provocare aspre critiche e discussioni. L’esperimento di Ent e la sua sede (il College of Physicians era la massima autorità professionale inglese in campo medico) dimostrano che la scoperta era tutt’altro che pacificamente accettata.  Informarne Cassiano a Roma era un modo per rinsaldare i legami tra due mondi molto diversi, ma nei quali la ricerca naturalistica era praticata ad altissimo livello.

In questo breve articolo presenteremo la vita di Harvey, studente a Padova, medico di due re d’Inghilterra, sperimentatore in un’età turbolenta e piena di elementi di novità, dal punto di vista politico come da quello scientifico. Passeremo poi a un esame il più dettagliato possibile, dato il breve spazio a disposizione, del De motu cordis (1628) e della sua struttura. Una terza parte finale sarà dedicata a una breve disamina della storiografia recente su Harvey e sulla sua scoperta.

1. La vita inquieta di un uomo tranquillo

Per indole e per formazione intellettuale Harvey non era un rivoluzionario. Nato e cresciuto in un’era di violenti rivolgimenti politici, appartenente all’alta società del suo paese, era piuttosto, come spesso accade, un uomo delle istituzioni e dell’ordine. Intellettualmente indipendente, descritto come vivace, franco, spiritoso e informale, era fornito di una vasta cultura che si estendeva anche alla letteratura e all’arte, in medicina “mantenne un senso di identità comune con i suoi predecessori, anche dopo averne rifiutato alcune delle più fondamentali teorie”. Nonostante alcune interpretazioni, come si vedrà, ne abbiano messo in discussione la fedeltà alla corona, e abbiano piuttosto insistito sulla sua accettazione dell’ideale repubblicano, la sua vita si svolse per la maggior parte in un contesto ‘protetto’, di borghesia attiva e intraprendente ma che mirava alla stabilità dello stato e alla creazione di un ordine politico che, pur rispettoso di alcune prerogative delle corporazioni e degli individui, prevedeva comunque l’esistenza di un potere centrale forte. Harvey credeva nello sviluppo di istituzioni scientifiche; collaborò a lungo con il College of Physicians, insistendo non solo sul suo ruolo istituzionale di controllo sull’esercizio della professione, ma anche sulle sue potenzialità come centro di ricerca scientifica: aveva progettato di fornire il College di una biblioteca e provvide per testamento a un sostanzioso lascito. Si interessò allo sviluppo delle istituzioni universitarie inglesi, che nel suo tempo erano ancora meno sviluppate, per ciò che riguarda la medicina, di quelle continentali, e soprattutto italiane e francesi. Anche la sua posizione nei confronti dei chirurghi, con cui i conflitti professionali erano frequenti, era meno distante di quella di molti suoi colleghi.

Nato a Folkestone, una città di mare nel sud-est dell’Inghilterra, nella contea del Kent, Harvey era figlio di un proprietario terriero, poi divenuto un mercante, intraprendente e agiato; i suoi cinque fratelli furono mercanti di successo. Grazie alla sua condizione sociale, il padre gli permise di studiare, prima a Canterbury e poi dal 1593 a Cambridge, al Gonville and Caius College, dove ebbe modo di assistere ad anatomie. Per gli studi medici si recò nel continente, viaggiando in Francia e in Italia; nel 1599 era a Padova, dove si addottorava il 25 aprile 1602. Il periodo padovano fu il più importante nella sua formazione; assistette alle lezioni di Girolamo Fabrici d’Acquapendente, uno dei massimi anatomisti della sua epoca. Ma Padova era anche uno dei centri riconosciuti dell’aristotelismo, della filosofia naturale, cioè, che si era più interessata alle radici biologiche della medicina, istituendo una stretta connessione fra ricerca filosofico-scientifica e teoria medica. Maestro di Harvey fu anche Cesare Cremonini. Se quello dell’incontro a Padova tra Galilei e Harvey è un aneddoto privo di appoggi documentari, è però vero che il pisano insegnava a in quella università negli anni in cui Harvey vi risiedette.

Tornato in Inghilterra, si inserì nel livello ‘alto’ della sua professione, anche grazie al matrimonio con Elizabeth Browne, la figlia di Lancelot, un celebre medico londinese. La coppia non ebbe figli. Entrato nel College of Physicians, vi fu accettato come Fellow il 5 giugno 1607. Il 14 ottobre 1609 divenne medico al St. Bartholomew Hospital, uno dei principali e più antichi di Londra, tra i quattro amministrati direttamente dalla città. Si tratta di un posto che mantenne per il resto della sua vita. Come si vede, Harvey era tutt’altro che un anatomista o filosofo naturale ‘puro’: la sua esperienza di medico pratico era ricca e varia, e questo si riflette anche nei suoi lavori. Ugualmente importante fu il suo ruolo nel College: nell’agosto del 1615, e fino al 1656, a Harvey fu affidato l’incarico di tenere le prestigiose Lumleian lectures, istituite nel 1583. Si trattava di lezioni di anatomia, inizialmente rivolte ai chirurghi, ma divenute nel tempo uno dei più noti luoghi di diffusione del sapere medico tout court. In quella del 1616 Harvey annunciò appunto al sua nuova teoria sulla circolazione del sangue. Le note prese per queste lezioni, oggi alla British Library, sono tra i suoi primi lavori conosciuti, e mostrano una buona conoscenza della letteratura medica e anatomica del suo tempo.

Nel 1618 Harvey iniziò la sua lunga carriera di medico di corte, divenendo physicus  straordinario del re, Giacomo I Stuart. Nel 1625, quando al trono salì Carlo I Stuart, mantenne e anzi rafforzò la sua posizione, ‘scalando’ le diverse posizioni gerarchiche fino a diventare, nel 1639, ‘physician in ordinary’ del re. I suoi rapporti con il monarca non erano di semplice subordinazione, ma di amicizia, come spesso accadeva tra curanti e pazienti illustri. Molto si è discusso dell’adesione di Harvey alle teorie monarchiche; quel che è certo è che la sua lealtà a Carlo rimase anche dopo gli eventi rivoluzionari degli anni Quaranta e la sconfitta e la decapitazione del re. La vita della corte fu del resto preziosa per lo sviluppo delle teorie di Harvey: le cacce frequenti e il facile accesso al gran numero di cervi e altri animali dei parchi reali gli consentirono osservazioni anatomiche poi confluite nei suoi lavori, in particolare nell’opera sulla generazione. La partecipazione di Harvey alla vita dell’alta aristocrazia gli consentì anche di viaggiare: nei primi anni ‘30, al seguito del Duca di Lennox, fu in Italia e in Spagna; nel 1636, al seguito di Thomas Howard, Earl of Arundel, a Regensburg e di nuovo in Italia. Harvey era in contatto con l’aristocrazia inglese e con molti intellettuali del suo tempo, tra i quali Francis Bacon, Thomas Hobbes, Robert Fludd, John Selden, John Aubrey, Anne Conway. Le sue frequentazioni non erano limitate ai circoli più influenti dell’alta società. Il poeta John Donne era suo amico e accennò nel 1621, prima della pubblicazione del De motu, alla possibilità di misurare la portata delle cavità del cuore. Ma Harvey aveva ottimi rapporti anche con il chirurgo paracelsiano John Woodall, a capo della corporazione dei barbieri-chirurghi e suo collega in ospedale.

Nel 1628, a Francoforte, era uscito il De motu cordis. Il ritardo nella sua pubblicazione sembra essere stato dettato da ragioni di prudenza, così come la dedica al re (che, va ricordato, non era libera, ma implicava la precedente accettazione da parte del dedicatario). Le polemiche che ne accolsero la pubblicazione furono molto aspre, e possono aver contribuito ad allontanare, entro certi limiti, la ricca clientela di Harvey, che però continuò a lavorare al servzio dell’aristocrazia. Alla fine degli anni ‘30, accompagnò il re nelle sue spedizioni contro gli scozzesi; nel 1642, allo scoppio della guerra civile, restò con lui a Oxford dal 1642 al 1646, continuando le sue ricerche a dispetto dei tempi difficili; dopo la resa della città restò col re, seguendolo anche nella prigionia a Newcastle nel 1647. Nelle prime fasi della guerra, Harvey aveva perso, nel saccheggio del palazzo di Whitehall a Londra, la residenza reale, dove anch’egli alloggiava, una una serie di lavori già iniziati e rimasti manoscritti: appunti, rapporti di dissezioni, e in particolare un importante lavoro sugli insetti. Dopo la cattura, il processo e l’esecuzione di Carlo I Harvey restò a Londra, proseguendo indisturbato la sua vita intellettuale, e morendo poi a Roehampton, a casa di un fratello, il 3 giugno 1657, senza assistere alla fine della dittatura repubblicana di Oliver Cromwell e alla Restaurazione della monarchia.

Nel 1649 furono pubblicate le Exercitationes… de circulatione, due epistole rivolte a Jean Riolan il giovane, celebre anatomista parigino, che era fermamente opposto a Harvey, e che propugnava una versione aggiornata delle teorie galeniche sulla circolazione. Nel 1651, per intervento degli amici e in particolare di George Ent, fu finalmente pubblicato il lavoro sulla generazione, le Exercitationes de generatione animalium, alla preparazione del quale Harvey aveva lavorato per molti anni, approfondendo una linea di ricerca che probabilmente era quella a cui teneva di più, che più aveva sofferto delle turbolenze della guerra civile, e che contribuì non poco a modificare la visione della circolazione come espressa nelle Exercitationes del 1649. Il testo è incentrato su una discussione approfondita ma critica delle teorie di Aristotele, che era ancora il più influente autore in materia biologica. Lavorando su embrioni di differenti specie animali, e in primis sulle uova di gallina, Harvey raggiunse risultati fondamentali: negò la possibilità della generazione spontanea, affermò il principio secondo cui ‘ex ovo omnia’, per il quale un uovo femminile fecondato dal seme maschile è all’origine di ogni processo riproduttivo (un’affermazione che sarebbe stata ulteriormente corroborata dalle scoperte anatomiche sull’apparato riproduttivo femminile), e sviluppò una teoria epigenetica dell’accrescimento dell’embrione. Tra i titoli di merito di Harvey vi è quello di essersi servito per le sue osservazioni di un numero impressionante di animali diversi, tra i quali anfibi e pesci, contribuendo così a fondare l’anatomia comparata.

Nel 1651, scrivendo a sua nuora, la dotta Anne Conway, Edward, Viscount Conway, la avvertiva di non fidarsi troppo di Harvey, che era stato contattato per tentare di risolvere le ricorrenti, violente crisi di emicrania della donna. Il suocero la avvertiva che il medico, eccellente anatomista, noto per il suo grande contributo scientifico, aveva però il difetto di essere governato dalla sua immaginazione (Phantasy) anche nella medicina pratica; che, come Descartes e Campanella, grandi innovatori, era la stessa forza del suo intelletto a indurlo alle sue scoperte, e allo sforzo di presentarle al mondo; ma che un medico curante con troppa phantasy può essere molto pericoloso per i suoi pazienti. La scarsa cosiderazione dell’importanza della scoperta di Harvey per la concreta pratica medica era condivisa da molti in Europa, anche da personaggi meno comprensivi di quanto fosse Edward Conway nei confronti della sua statura intellettuale, e più interessati al mantenimento dello statu quo accademico e professionale.

2.  Il De motu cordis

Il De motu cordis si presenta in modo diverso da quello che ci aspetteremmo da un medico di corte del primo Seicento – non si tratta di un ponderoso trattato, ma di un libro rivoluzionario anche nel formato, in 4°, piuttosto breve, scritto in uno stile secco e preciso: un altro segno della sua modernità. Nonostante la concisione, tuttavia, il testo ha due dediche, al re Carlo I e a John Argent, presidente del College of Physicians. Il De motu ha quindi appena un totale di 72 pagine a stampa per 17 capitoletti, preceduti da un Proemio; contiene anche due tavole ‘doppie’ che illustrano l’esperienza che Harvey riteneva fondamentale per dimostrare la direzione del flusso del sangue arterioso e venoso, quella delle legature degli arti. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1628, a Francoforte sul Meno, da William Fitzer, un inglese, ma fu presto ristampato un po’ in tutta Europa, a segnalare, anche più che la diffusione delle tesi di Harvey, le controversie che esse provocarono. La decisione di non pubblicare in patria potrebbe essere stata dettata da prudenza, o dal desiderio di mettere il libro su un mercato, quello tedesco, che era il più vivace d’Europa per le fiere librarie che si tenevano appunto a Francoforte. La prima edizione è dunque relativamente rara, e contiene anche parecchi errori – forse dovuti alla difficoltà di decifrare la scrittura dell’autore – ma quelle che si susseguirono nel corso del secolo si trovano in molte biblioteche.

Il libro si apre con la dedica al re, nella quale Harvey utilizza la celebre analogia tra il cuore, ‘sole’ del microcosmo e responsabile della vita e del vigore del corpo, e il re, inteso come ‘cuore’ dello stato. In quella ai colleghi anatomisti del College Harvey dice di sperare nella sospensione, nelle questioni scientifiche, di passioni come la collera e l’invidia; spiega di scrivere per la verità e dopo lunghe e accurate osservazioni; dichiara il proprio rispetto per gli autori antichi e la propria decisione di omettere ogni riferimento agli anatomisti moderni, per non provocare dispute — una decisione che sarà rispettata solo in parte. In effetti la storiografia ha ben chiarito che anche prima di Harvey una serie di medici e anatomisti, tra i quali Andrea Cesalpino e Miguel Servet, avevano avanzato ipotesi che andavano nella stessa direzione che poi Harvey avrebbe percorso con molta più lucidità e dopo una serie impressionante di osservazioni sistematiche, portando a compimento e chiudendo la lunga storia delle dispite sul ruolo del cuore, del sangue, e della circolazione. Se Harvey decide di non citare i suoi predecessori moderni, tuttavia, non è per obliterarne il ruolo, ma per evitare di disperdersi in una serie pressoché infinita di controversie di dettaglio.

Come si è visto, tanta prudenza non sarebbe bastata a evitare le opposizioni, talora violentissime, che accolsero l’opera. Nel Proemio Harvey mette in luce lo stato estremamente incerto delle spiegazioni e nozioni contemporanee riguardanti la circolazione, il ruolo di arterie e vene, quello del cuore e dei polmoni. Il testo di Harvey, è bene sottolinearlo, concerne tanto il moto del cuore che la questione della funzione della respirazione; Harvey dichiara di avere in preparazione uno studio sui polmoni. La circolazione polmonare era stata descritta da Ibn-al Nafis e da Realdo Colombo; tuttavia è solo dopo la scoperta di Harvey che il ruolo della respirazione potrà essere chiarito, soprattutto per opera del gruppo dei cosiddetti “fisiologi di Oxford”,che si sono rifatti alle sue teorie. Una delle poche citazioni di Harvey è da Fabrici d’Acquapendente; ma è Galeno il vero bersaglio delle sue critiche, sia per ciò che riguarda il ruolo e il moto delle arterie che la funzione delle vene. La critica più distruttiva rivolta a Galeno è anatomica: per l’anatomista e medico di Pergamo il setto interventricolare dovrebbe essere pervio, consentendo il passaggio del sangue. Già Vesalio aveva dimostrato che questo passaggio è inesistente, o almeno nonosservabile.

La prima parte del testo, i capitoli da 1 a 7, è strettamente osservativa: Harvey afferma di essersi basato su numerose vivisezioni di animali diversi per osservarne da vicino il moto del cuore, traendone le seguenti conclusioni: il cuore ha sistole e diastole; il battito che noi avvertiamo non dipende dalla diastole, come si è sempre creduto, ma dalla sistole, cioè dalla contrazione muscolare che consente al cuore di spingere con forza il sangue nelle arterie. Il movimento delle arterie è contrario a quello del cuore, nel senso che le arterie si dilatano quando il cuore si contrae; dal ventricolo sinistro il sangue va alle arterie, mentre da quello destro va all’arteria polmonare. Le orecchiette hanno un moto quasi simultaneo a quello dei ventricoli, e sono anch’esse piene di sangue, rappresentando come un deposito o un luogo di ‘stoccaggio’ per il sangue, dove la vita comincia e finisce. L’ uso del cuore è dunque solo quello di far passare il sangue alle arterie. Tuttavia non si comprende bene la sua funzione se non si affronta quella del rapporto tra cuore e polmoni: il sangue passa dal ventricolo destro ai polmoni e da lì torna al ventricolo sinistro. Harvey conclude affermando che lo stesso Galeno ha visto, in un certo senso, i dettagli di questo passaggio, interpretando però i dati in modo non corretto.

Il cuore dell’argomentazione di Harvey, e la parte più celebre del libro, è nei capitoli dall’8 al  13. Qui Harvey fa un uso parziale, e nella forma di esperimenti mentali, di argomentazioni di tipo quantitativo (quanto sangue, quanti battiti/contrazioni, quanto tempo per un circolo completo). Poiché è impossibile che il fegato produca tutto il sangue che è nel corpo, e che secondo la fisiologia tradizionale sarebbe utilizzato per nutrirne le membra, Harvey confessa di essersi chiesto se sia possibile attribuirgli un movimento circolare anziché di dispersione alle estremità. In questo modello le vene riportano il sangue al cuore, e come le arterie sono piene di sangue, che va considerato come un’unica massa. La circolazione può essere descritta in tre passaggi: spinto dalla sistole, il sangue va nelle arterie; penetra poi nel corpo; le vene lo riportano al cuore. Alle estremità del corpo il sangue passa dalle arterie alle vene per anastomosi o attraverso porosità. Le legature degli arti, tratte dalla pratica della flebotomia, consentono di osservare sia il moto delle arterie (centrifugo) che quello delle vene (centripeto). Il sangue passa sempre tutto per il cuore che lo spinge poi nei vasi; si tratta di quantità calcolabili e questo dimostra che il fegato non ne potrebbe produrre abbastanza nel tempo dato. Infine, le valvole scoperte da Fabrici hanno l’importante funzione di impedire il riflusso del sangue verso le estremità.

La parte finale, i capitoli dal 14 al 17, è di sintesi: il ruolo del cuore è di spingere il sangue nel circolo arterioso/venoso, e ciò si dimostra sia con ragioni ‘verisimili’ che confermano il modello circolatorio (ad es., il movimento conserva la vitalità del sangue, che coagula se fermo), sia con le conseguenze che si possono trarre dal modello, come la rapida azione dei farmaci su tutto il corpo, sia con la conferma attraverso l’anatomia: anche comparata, e embriologica.

Le reazioni alla scoperta di Harvey furono molte e diverse, e la storia della sua diffusione a livello europeo è troppo lunga e troppo complessa per ricordarla qui – essa coincide, in effetti, con tutta la storia posteriore della fisiologia e della medicina. Qui possiamo però ricordare che la scoperta fu in genere accettata più facilmente in ambiente chirurgico che tra i medici accademici. I chirurghi avevano una familiarità così forte con i processi e i pericoli relativi alla flebotomia che si dimostrarono, in molti casi, assai più aperti dei loro colleghi medici. La storia della diffusione italiana delle scoperte di Harvey, in un arco cronologico che va dal napoletano Marco Aurelio Severino, chirurgo colto e di livello universitario, a Bernardino Genga, chirurgo ospedaliero al romano ospedale del S. Spirito, ne è una piccola ma interessante dimostrazione.

3. Quale immagine di Harvey?

Il testo di Harvey è stato spesso letto come il più notevole esempio, in età moderna, di ‘riduzionismo’ fisico in ambito scientifico: utilizzando una metodologia incentrata sull’idea che la natura sia scritta in caratteri matematico-geometrici, secondo ciò che aveva proclamato l’italiano Galileo Galilei, il medico inglese avrebbe elegantemente e chiaramente dimostrato che il sistema fisiologico di Galeno non reggeva a un esame attento. Nonostante gli avanzamenti in anatomia, e le critiche di Vesalio e di altri, l’auctoritas del medico di Pergamo, peraltro lui stesso grande anatomista, era ancora lontana dall’essere messa in discussione. Harvey osò compiere il passo che pochi prima di lui avevano osato, e disse chiaramente che la fisiologia antica non era sbagliata in alcuni punti di dettaglio, emendabili, ma che era da riscrivere in toto, contribuendo così a creare un’immagine profondamente diversa dall’antica del funzionamento del corpo umano e animale. I suoi oppositori, che furono molti, si sarebbero opposti di fatto al progresso, e avrebbero rifiutato ottusamente di vedere una verità che era invece chiara anche ai più umili barbieri-chirurghi e macellai.

Come accade per tutte le immagini semplici, e che corrispondono più all’idea contemporanea di metodo scientifico e sperimentale che alla realtà storica, anche questa contiene molti elementi falsi e qualche verità. Tuttavia William Harvey era pienamente immerso nel suo tempo, e le sue opere stanno a dimostrarlo; applicare anacronisticamente alla sua interpretazione nozioni e concetti derivati dagli imponenti sviluppi successivi della biomedicina è insensato, e non serve ad esaltarne la grandezza, ma, al contrario, a farne un pallido precursore, anziché un grande protagonista, la cui scoperta, pur legata al suo tempo, merita ancor oggi la nostra attenta considerazione.

Di fatto, la storiografia recente e più avvertita ha molto contribuito a superare questa interpretazione agiografica, riportando Harvey sulla terra e mostrando quanto fosse interessato ai dibattiti contemporanei, e non solo a quelli scientifici. Negli anni ‘60 del Novecento è iniziato un profondo processo di revisione di questa  figura centrale della scienza europea del Seicento. Alcune letture eccessivamente o troppo crudamente politiche del De motu e delle successive Exercitationes sono state rifiutate — Christopher Hill, autore di importanti studi sulla rivoluzione inglese, aveva infatti sostenuto che l’adesione di Harvey alla causa realista nel corso della guerra civile era di pura facciata, e che egli sarebbe stato molto più vicino alle idee repubblicane dei parlamentaristi. Le sue opere mostrerebbero un’evoluzione dall’insistenza sul cuore come centro dell’organismo alla maggiore importanza assegnata alla circolazione del sangue, che sarebbe andata di pari passo con la fine della monarchia e con la possibilità di manifestare apertamente la propria adesione alle teorie ‘alla Hobbes’ che vedeva nel corpo politico la presenza essenziale dei cittadini. L’articolo di Hill scatenò una polemica che contribuì però, insieme ad altri interventi, alla ridefinizione del ruolo delle credenze religiose e politiche nella nascita della scienza moderna — una problematica che senz’altro riguarda anche la figura di Harvey. Ma in quegli anni la vera novità su Harvey venne, oltre che dalla documentata e affascinante biografia di Keynes che è stata citata, soprattutto dai molti interventi e poi dal libro di uno storico della medicina di origini tedesche, Walter Pagel. Pagel ha dimostrato molto persuasivamente, con l’appoggio di un arco ampio di testi e con un’accurata contestualizzazione, che con ogni probabilità la radice profonda della ‘rivoluzione’ harveiana va cercata nella sua adesione profonda all’aristotelismo, appreso a Padova alla scuola di maestri che erano filosofi e anatomisti, e che fece sentire il suo effetto nel momento in cui si doveva trovare un modello per la circolazione che ne facesse risultare l’eccellenza per la vita (il cerchio è una figura perfetta).

Pur con la consapevolezza della complessità della teoria e della scoperta della circolazione, delle sue stratificazioni nel tempo, e della questione irrisolta delle convinzioni profonde del suo autore in tema di religione e politica, l’opera di Harvey risulta ancora oggi straordinaria, soprattutto se messa a confronto con i testi di molti suoi contemporanei.  Leggendo il De motu cordis si è in effetti colpiti dalla stringatezza e dalla precisione del ragionamento, dall’efficacia della dimostrazione, dall’incalzare dell’argomentazione e dagli elementi osservativi allineati more geometrico, secondo una collaudata tradizione anche retorica di filosofia naturale, ma pur sempre incentrati sull’osservazione diretta e su ragionamenti di tipo quantitativo, che l’autore fa giocare con abilità e precisione contro i suoi avversari. Si tratta di una lettura che, superato l’ostacolo della prosa latina e le complessità di alcuni riferimenti, risulta interessante per gli studenti e può tranquillamente essere consigliata a chi desideri farsi un’idea diretta del testo, oggi disponibile in un’ottima edizione italiana, e online, in diverse versioni, anche accompagnate da altro materiale documentario.