I Gruppi di lavoron.57, 2013, pp.2536-2538

Articolo

Già dal 2006 la Conferenza permanente dei Presidenti di Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia ha costituito dei Gruppi di lavoro su specifici topics, che consentissero di analizzare ed approfondire tematiche didattico-pedagogiche finalizzate al miglioramento della qualità didattica ed all’innovazione  dell’offerta formativa.

I Gruppi di lavoro attuali comprendono:

Selezione all’accesso e test attitudinali: riforma e monitoraggio (Coordinatore: Giuseppe Familiari). Il gruppo si propone l’obiettivo di stabilire la validità predittiva di un buon processo di selezione, sia in merito alla performance accademica che  riguardo la futura professione del medico a fronte di numerosi problemi concettuali e metodologici.

Valutazione e site visit di accreditamento (Coordinatore: Carlo Della Rocca). L’obbiettivo  principale sarà costituito dalla trasformazione del progetto Site Visit in un vero sistema di Accreditamento tra pari, attraverso l’identificazione dei requisiti minimi di accreditamento, indicando le linee guida per il raggiungimento/mantenimento in tempi ragionevoli di tali requisiti.

Innovazione pedagogica (Coordinatore: Pietro Gallo) Il gruppo continuera la sua attività di programmazione di eventi formativi pedagogici (forum, pillole pedagogiche, atelier di studio e approfondimento) che  possano supportare le esigenze di tutte le sedi, anche con interventi ad hoc.

Core curriculum – revisione continua (Coordinatore: Raffaele De Caro). Il gruppo si propone di identificare le Unità Didattiche Elementari (UDE) che meglio sembrano rispecchiare le necessità formative attuali e conoscerne la percentuale di recepimento e di applicazione.

Libretto delle abilità e Diploma supplement – valutazione e proposta della Conferenza  (Coordinatore: Gaetano Catania). I lavori del gruppo sono finalizzati ad una più facile valutazione dei percorsi di studio ed a  favorire la mobilità internazionale di studenti e lavoratori.

Distribuzione dei Corsi nei Piani degli studi e Distribuzione dei CFU per SSD – monitoraggio (Coordinatore: Luigi De Melia) Il gruppo di lavoro si propone di aggiornare i dati sulla distribuzione dei CFU dei singoli corsi e corsi integrati, integrando inoltre i dati sulla tipologia didattiche relative.

Medicina del territorio – rapporti ai fini del CLM e dell’esame di stato (Coordinatore: Carlo Adolfo Porro) Il gruppo di lavoro si propone di identificare i nodi cruciali e le possibili soluzioni per una ottimale integrazione dell’insegnamento di Medicina Generale e Cure Primarie (MG-CP) nell’ambito del CdL in Medicina e Chirurgia. Sarà considerato il collocamento dell’insegnamento di MG-CP nell’ambito del Corso di Laurea, l’articolazione dell’insegnamento nei vari anni di corso, le modalità di reclutamento e di formazione dei docenti e la loro integrazione con i docenti universitari.

Medicine alternative e aspetti regolatori  (Coordinatore: Calogero Caruso) Il gruppo si prefigge di condurre un sondaggio nelle diverse sedi, finalizzato a conoscere la situazione attuale in merito  all’acquisizione di competenze nel campo delle Medicine Alternative utilizzando strumenti didattici pertinenti per sviluppare  nello studente una conoscenza critica.

Malattie rare e cure palliative – monitoraggio nei corsi (Coordinatore: Silvio Scarone). Il gruppo si propone di completare la ricognizione del numero e della tipologia di CFU dedicati, al fine di assicurare l’adeguata presenza curriculare.

Criteri e parametri di valutazione della didattica ai fini della valutazione del Docente universitario (Coordinatore Francesco Curcio): Il gruppo agirà in sinergia con l’intera conferenza affinché vi sia  una precisa aderenza dei docenti a tutti i compiti a loro assegnati dal regolamento didattico di dipartimento e dal regolamento didattico di corso di laurea. In tal modo si potrà sostenere la valutazione interna operata dalla Commissione Didattica Paritetica e dal Nucleo di Valutazione nella compilazione della relazione, in base agli indicatori ex ante dell’ANVUR, in vista dell’accreditamento dei corsi.

Progress test ed Esame di Stato (Coordinatore: Stefania Basili). Il lavoro del gruppo, iniziato da molti anni è indirizzato ad una obiettiva valutazione della qualità didattica, finalizzata al confronto ed al miglioramento di tutti i CLM. Si propone inoltre l’obiettivo di far coincidere l’ultimo progress test con l’esame di stato.

Il lavoro di tutti i gruppi sarà progressivamente integrato con aggiornamenti e modifiche successive alle indicazioni dei coordinatori, facendo di questi gruppi uno strumento di continuo aggiornamento e miglioramento didattico-pedagogico.

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Valanzano R., I gruppi di lavoro, Medicina e Chirurgia, 57: 2536-2538, 2013.

Il “Progetto accoglienza”. Partecipazione e valutazione del livello di gradimento degli studenti coinvoltin.57, 2013, pp.2532-2535, DOI: 10.4487/medchir2013-57-3

Abstract

The medical faculty of University of Brescia (Italy)  since four years experimented a specific project focused on new students of its medicine course. It was  oriented both to practical aspects  young people encountered moving from high schools to  an university organization and  mainly to psychological aspects  connected to this  transition . The project  planned during the first course year is organized on plenary sections and on small group meetings and is carried out by psychologists and senior students as tutors.

The results of project are summarized and the  compliance and  degree of  acceptance  together  with  the  increased problem solving  capability by students are discussed.

Articolo

Da alcuni anni è in fase di sperimentazione, presso il Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Brescia, un percorso di accoglienza e accompagnamento psicologico rivolto a studenti neo iscritti.

Alla base di tale progetto vi è la considerazione che l’avvio degli studi universitari rappresenti per lo studente un momento denso di possibilità evolutive, ma possa al contempo essere foriero di rischi patogeni, al pari di tutte le situazioni di cambiamento e crescita. Il passaggio dall’istruzione secondaria di secondo grado a quella universitaria impegna gli studenti in un processo complesso che richiede loro non solo la consapevolezza delle proprie capacità e della preparazione raggiunta, ma anche un’analisi delle proprie motivazioni e interessi (Maslow, 1954; Hamilton, 1987; Rheinberg, 1997). Fare il medico rappresenta infatti una scelta faticosa, che comporta quasi quotidianamente il confronto con il dolore, la sofferenza, la salute e la malattia, il guarire, il declinare ed il morire di un paziente (Cesa-Bianchi et al., 2000; Cristini et al., 2011). Sono in gioco, oltre alla diagnosi e alla terapia, la relazione e la comunicazione con il malato e i suoi familiari, il lavoro in équipe, l’organizzazione dei servizi.

In medicina la relazione fra medico e paziente costituisce l’assunto di base di un processo terapeutico. Qualunque cura, che si prefigga di essere veramente tale, non passa soltanto attraverso i sussidi farmacologici e fisici della medicina, ma anche dalla relazione, che travalica le parole e che agisce psicosomaticamente. Le competenze comunicative non dovrebbero rappresentare qualità tecniche, speciali proprie di qualche specialista, come lo psicologo, ma dovrebbero costituire la deontologia di ogni medico. Né d’altra parte le capacità comunicative possono basarsi solo sulla buona volontà, la sensibilità naturale o la vocazione, ma devono essere acquisiste (Imbasciati, 2008). Il tipo di apprendimento che conferisce capacità comunicative e di ascolto riguarda l’intelligenza emotiva (Goleman, 1996) e pertanto necessita di strumenti d’apprendimento diversi da quelli tradizionali. Per iniziare gli studenti di Medicina a tale tipo di apprendimento è necessario che questo sia sperimentato dalla loro stessa persona, facilitato dalle condizioni emotive di bisogno e forse di disagio, in cui si trova la matricola. Una sia pure limitata modalità di tale tipo di esperienza può essere conseguita attraverso un percorso, che abbiamo definito accoglienza, che è stato incentrato, nei limiti delle risorse a disposizione, su di un lavoro emotivo gruppale. Proprio in funzione dei suddetti limiti, che non avrebbero permesso l’applicazione diretta di tali strumenti alla totalità degli studenti, si è pensato di applicarlo selettivamente ai tutor studenteschi, che l’avrebbero poi trasmesso, tramite analoghi strumenti gruppali, a tutti gli studenti.

In ambito universitario poco si conosce di ciò che accade allo studente fuori dal contesto istituzionalizzato delle lezioni e degli esami. Il contatto con i docenti e con il personale universitario è molto diverso da quello che lo studente aveva quotidianamente con i professori nella scuola superiore. Il rapporto in Università avviene principalmente in grandi aule, che ospitano centinaia di studenti, i contenuti sono quelli delle lezioni e quelli relativi alla conoscenza di aspetti organizzativi (appelli, scadenze amministrative, ecc). Il mondo dei vissuti e delle esperienze individuali del singolo studente è sfuggente, così come la dinamica dei rapporti che egli intesse con l’istituzione (Ghilardi e Ronchi, 2005). Alcune esperienze condotte in ambito universitario paiono segnalare che esista una difficoltà, soprattutto per gli studenti di Medicina, a rivolgersi a personale adulto per l’esplicitazione di bisogni di ordine personale (Ghilardi e Costa, 2007). Più vicina e rassicurante sembra connotarsi la figura del tutor, studente-senior, a cui una matricola può rivolgersi quando si presentano particolari problemi di studio, esami, ecc. Lo studente-senior può ricostruire la propria esperienza passata di studente ed elaborarla nel «qui ed ora» della consultazione tutoriale, in funzione dei bisogni che gli manifesta lo studente, in un apprendimento che è reciproco: la ricostruzione della propria esperienza consente allo studente-senior di rivedere e riappropriarsi di vissuti non solo cognitivi, ma anche emotivi, condividendoli e declinandoli nell’esperienza che lo studente-matricola gli sta trasmettendo.

Il percorso di accoglienza si fonda essenzialmente sull’implementazione della figura di tutor (studenti senior), adeguatamente formati e supervisionati da docenti di Psicologia, quali riferimenti rassicuranti e identificatori per i neo iscritti. Le matricole aderiscono al progetto in modo volontario e per tale attività è previsto il riconoscimento di crediti opzionali per gli studenti, al fine di riconoscere il valore formativo dello scambio fra studenti del primo anno e studenti senior. L’acquisizione di crediti avviene in funzione di una frequenza pari all’80% degli incontri periodici con i tutor.

Obiettivo generale dell’intero progetto è seguire regolarmente l’attività dei tutor, monitorando in tal modo indirettamente il grado di inserimento, interesse ed eventuali difficoltà del maggior numero possibile di studenti iscritti al primo anno.

In un precedente lavoro (Cristini et al., 2009) sono stati illustrati più estesamente i singoli aspetti del progetto. Nel presente articolo vengono presentati i risultati relativi al livello di gradimento raccolto nelle matricole che hanno partecipato al progetto nei suoi primi cinque anni di attivazione (a.a 2007-08, 2008-09, 2009-10, 2010-11, 2011-12).

Materiali e Metodi

Per l’attuazione del progetto è prevista la realizzazione di un’attività formativa rivolta ai tutor, che si svolge attraverso l’utilizzo di modalità gruppali (Bion, 1961) in accordo con specifiche metodologie utilizzate da tempo in psicologia clinica (Ronchi e Ghilardi, 2003; Ghilardi, 2008).

Nello specifico, le modalità con le quali si svolge il progetto prevedono: un preliminare reclutamento di studenti-senior (studenti del V-VI anno) per farne dei tutor, a ognuno dei quali vengono affidate circa 14-15 matricole da accompagnare lungo il primo anno di corso; incontri periodici di gruppo, condotti da uno psicologo clinico e da un docente della Commissione Tutorato, diretti ai tutor, al fine di esaminare le difficoltà da loro incontrate nel percorso di accompagnamento delle matricole e di mantenere le loro motivazioni alla funzione di tutoraggio e la soddisfazione nello svolgimento della loro attività; eventuali incontri individuali con i tutor per affrottare problematiche o esigenze che possono emergere nella loro attività. Nella preparazione alla conduzione del gruppo con le matricole è stato deciso, in accordo con le regole condivise in psicosocioanalisi gruppale (Ronchi e Ghilardi, 2003), che il tutor non abbia una precisa funzione di produzione da svolgere, un compito da far eseguire al gruppo attraverso una conduzione direttiva. Si ritiene che questo consenta di costruire una relazione che favorisce una buona comunicazione emotiva, che permette alle matricole di sperimentare le dinamiche affettive dell’incontro con l’altro, in un contesto protetto, al fine di fornire agli studenti un’esperienza sulla base della quale possano affrontare più «equipaggiati», sul piano emotivo e relazionale, le possibili difficoltà dell’inserimento nell’università nel percorso di studio del primo anno accademico. Il calendario degli incontri prevede per i tutor un incontro al mese di supervisione, della durata di un’ora e mezzo durante il corso di tutto l’anno accademico, fino alle vacanze estive. Ogni incontro si svolge successivamente a quello che ognuno di loro tiene con il proprio gruppo di studenti-matricole, anche questo con cadenza mensile.

Il questionario di valutazione

Per la valutazione del livello di gradimento è stato predisposto un questionario ad hoc, elaborato in parte sulla base di strumenti utilizzati nei corsi professionali in cui è previsto l’accreditamento e in parte sulla base di proposte e riflessioni fra i docenti di psicologia dell’Ateneo, che non hanno preso parte al progetto. Il questionario si compone di 12 domande che indagano il livello di soddisfazione relativo alla rilevanza delle seguenti aree: gradimento complessivo per il progetto; utilità ed efficacia dell’esperienza formativa; qualità dell’esperienza con i tutor e con i docenti del CdL; valutazione dell’esperienza di gruppo; valutazione della metodologia utilizzata; disponibilità a ripetere l’esperienza o a consigliarla ad altri. Il soggetto può indicare, su una scala tipo Likert a cinque punti, il livello di frequenza osservata di tali aspetti. La risposta va da un minimo di «non rilevante» a un massimo di «molto rilevante», oppure da un minimo di «scarso» a un massimo di «ottimo».

Risultati

Il numero di studenti che ha partecipato con regolarità al percorso di accoglienza è cresciuto nei cinque anni (Fig. 1).

Fig. 1 – Numero di matricole iscritte al Progetto Accoglienza

Gli studenti hanno in media un’età di 19.3 anni (ds=1.7) e sono in prevalenza costituiti da femmine (60%). Il questionario di gradimento viene compilato in media dall’85% degli studenti che partecipano al percorso di accoglienza. I risultati complessivi descrivono un gradimento medio-alto del progetto, che si mantiene costante nei cinque anni (Fig. 2).

Fig. 2 – Gradimento complessivo del progetto di accoglienza

Quasi la totalità degli studenti coinvolti riferisce che ripeterebbe l’esperienza, anche senza crediti formativi: rispettivamente il 92% degli studenti dell’a.a. 2007-08, il 98% degli studenti degli a.a. 2008-09 e 2009-10, e il 95.5% degli studenti degli a.a. 2010-11 e 2011-12. Oltre il 90% la consiglierebbe ad una nuova matricola. In questo caso la percentuale si mantiene simile nei cinque anni.

Per quanto riguarda rilevanza, efficacia e utilità del percorso rispetto alle proprie esigenze formative, così come per la metodologia utilizzata, la maggior parte degli studenti riporta una valutazione positiva che si mantiene costante nei cinque anni, seppur con piccole variazioni nella distribuzione dei punteggi (Figg. 3-6).

Fig. 3 – Rilevanza del progetto di accoglienza

Fig. 4 – Efficacia del progetto di accoglienza

Fig. 5 – Utilità del progetto di accoglienza

Fig. 6 – Metodologia utilizzata

Complessivamente si mantiene costante anche la valutazione che le matricole forniscono dell’esperienza di gruppo (Fig. 7) e dell’esperienza con i tutor. Quest’ultima si colloca ad un livello di gradimento alto (Fig. 8).

Fig. 7 – Valutazione dell’esperienza di gruppo

Fig. 8 – Qualità dell’esperienza con i tutor

Infine, per quanto concerne l’esperienza con i docenti del Corso di Laurea (Fig. 9), benchè il livello di gradimento si presenti positivo, i risultati mostrano una soddisfazione complessiva inferiore, rispetto alle altre aree indagate, che necessita di approfondimenti.

Fig. 9 – Qualità dell’esperienza con i docenti del Corso di Laurea

Conclusioni

I dati raccolti nei primi cinque anni di attivazione del percorso di accoglienza sembrano confermare il gradimento complessivo per l’iniziativa da parte delle matricole coinvolte. Si ritiene che sia soprattutto il confronto periodico con i tutor e i compagni di corso l’elemento che contribuisce maggiormente a favorire l’integrazione nell’ambiente accademico. Tale risultato conferma uno dei presupposti alla base del progetto, ossia che il buon inserimento in un nuovo contesto di apprendimento è cosa tutt’altro che scontata e, se non adeguatamente predisposta, può comportare fenomeni di isolamento, inadeguata ricerca di supporto e maggior rischio, di fronte ad un ostacolo, di blocchi o ritardi di percorso. L’ingresso nell’Università, come qualsiasi condizione di mutamento, può comportare infatti difficoltà, legate in primis alla separazione da precedenti contesti di vita familiare e scolastica che la vita universitaria comporta, secondariamente ad altri disagi più direttamente associati allo studio, che possono incidere sui risultati.

Il percorso di accoglienza intende fornire un aiuto per fronteggiare questi problemi, muovendo dall’assunto che l’utilità di consimili interventi si possa misurare, nel lungo periodo, in termini di prevenzione del drop out e di allungamenti temporali del corso di studi.

Bibliografia

1) Bion W. (1961). Esperienze nei gruppi. Armando, Roma 1997.

2) Cristini C., Imbasciati A., Ghilardi G., Cena L., Della Vedova A.M., Buizza C., Bresciani R., Apostoli P. (2009). Progetto Accoglienza. L’esperienza della Facoltà di Medicina e Chirurgia di Brescia. Med Chir 47:2027-2029.

3) Cristini C., Porro A., Cesa-Bianchi M. (eds) (2011). Le capacità di recupero dell’anziano. Modelli, strumenti e interventi per i professionisti della salute. FrancoAngeli, Milano.

4) Cesa-Bianchi M., Cristini C., Cesa-Bianchi G. (2000). Anziani e comunicazione. Tra salute e malattia. Mediserve. Napoli.

5) Ghilardi A. (2008). Psicoterapia, gruppi ed istituzioni. In: Imbasciati A., Cristini C., Dabrassi F., Buizza C. (a cura di). Psicoterapie: orientamenti e Scuole. Scienza, misconoscenza e caos nell’artigianato delle psicoterapie. Centro Scientifico Editore, Torino.

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7) Ghilardi A., Costa A. (2007). Cultura  medica e  cultura psicologica. In: Atti II Convegno Verso una nuova qualità dell’insegnamento e apprendimento della Psicologia. Padova, 2-3 febbraio 2007.

8) Ghilardi A., Ronchi E. (2005). Il sogno e la cura. L’istituzione come soggetto vivente. Ananke, Torino.

9) Goleman D. (1996). Intelligenza emotiva. BUR, Milano.

10) Hamilton V. (1987). Strutture e processi cognitivi della motivazione e della personalità. Il Mulino, Bologna.

11) Imbasciati A. (2008). La mente medica. Che significa “umanizzazione” della medicina? Springer. Milano.

12) Maslow AH. (1954). Motivation and personality. Harper, New York.

13) Rheinberg F. (1997). Psicologia della motivazione. Il Mulino, Bologna.

14) Ronchi E., Ghilardi A. (a cura di) (2003). Professione psicoterapeuta. Il lavoro di gruppo nelle istituzioni. FrancoAngeli, Milano.

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Apostoli P., Imbasciati A., Ghilardi A., Bresciani R., Della Vedova A. M., Buizza C., Cristini C.,  Il “Progetto accoglienza”. Partecipazione e valutazione del livello di gradimento degli studenti coinvolti, Medicina e Chirurgia, 57: 2532-2535, 2013. DOI:  10.4487/medchir2013-57-3

La «cura» in una prospettiva antropologican.57, 2013, pp.2528-2531, DOI: 10.4487/medchir2013-57-2

Abstract

The challenge of global thinking, looking at the local, means having to use scientific and technical knowledge, all the while knowing that it undergoes deep transformations when applied to different economic and social contexts. The key concepts of contemporary medical anthropology illustrate the willingness to broaden the analysis of health and disease, a privileged field of medical knowledge, to encompass data which are ever more linked to representations of specific and distinct local communities. Three major distinctions are used in the analysis of behavior and theories of disease, health care, and consequently: 1) the distinction of the emic-ethical approach 2) The Anglo-Saxon (British) distinction, which breaks the notion of disease down into a triangulation using the terms disease / illness / sickness 3) the peculiarity of aid and relief to the “victim” in contemporary conflicts and wars, which places all humanitarian procedures into “high risk” moral zone.

* Professore ordinario di antropologia, Università di Montreal. Questo testo è una sintesi della relazione presentatata alla Conferenza permanente delle classi di laurea e lauree magistrali delle professioni sanitarie, presso l’Università statale di Milano, il 18 maggio del 2012.

Articolo

La scuola medica di Harvard negli anni 70’, all’avanguardia nel proporre un modello di formazione in costante dialogo con le scienze sociali, introdusse nell’ambito dell’antropologia medica, una genealogia più complessa della categoria della malattia, articolandola nella triade disease illness sickness.

Disease rinviava alla malattia come alterazione biologica, illness ricordava la percezione e l’esperienza puramente soggettiva della malattia, l’attitudine dell’individuo rispetto alle sue aspettative, credenze e pratiche relative allo stato di salute o all’evento malattia. Sickness corrispondeva alla descrizione della malattia nella sua dimensione «sociale»; il modo in cui un gruppo sociale, rappresentava, interpretava, metteva in atto strategie legate alla malattia «socializzata».

Questa triade ha di certo prodotto una rivoluzione nel totemico sapere della biomedicina aprendo un nuovo dialogo sul linguaggio culturale del sintomo, sulla polivalenza causale della malattia, sulla dimensione narrativa della sofferenza, sulla cura del corpo come arena biopolitica, sulla crescente interdipendenza fra alterazione biologica e conflitti sociali. Inoltre la categoria di “cura” ha esteso i suoi confini interpretativi anche alle disuguaglianze sociali, di genere, di minoranze, percorso obbligato per nuove strategie di intervento nei luoghi dove progressivamente crescevano e si contaminavano i pluralismi identitari. Ne sono un esempio gli Stati Uniti e il Canada poichè l’antropologia medica, entrata in un’era di globale riconoscimento scientifico e politico, ha giocato un ruolo di trasformazione nei curricula formativi di tutte le professioni sanitarie.

In Europa e in Italia questa sensibilità si è andata affermando, anche se in ritardo, con una tensione alimentata dai crescenti fenomeni migratori e dalle strategie dell’OMS nei programmi di salute globale. La nozione di «cura» ci sembra al centro di questa costellazione di trasformazioni con una porosità «biopolitica» che possiamo leggere nelle pratiche di controllo dei corpi e nelle politiche di gestione delle popolazioni (Foucault 1990). Si intensificano nuovi protocolli di intervento, norme che tracciano il confine giuridico fra la vita e la morte (pensiamo alla definizione di morte cerebrale, nuove regole che definiscono il normale e il patologico) e infine nuovi diritti di accesso alla cura, dove alla categoria del malato si privilegia quella della vittima. L’estensione paradigmatica della biopolitica sviluppatasi a partire dal pensiero di Michel Foucault, Giorgio Agamben e nella corrente di pensiero che va da Walter Beniamin a Hannah Arendt, ha prodotto quello che potrebbe essere definito un «dialogo in tensione», della contemporaneità. Da qui molti protagonisti dell’antropologia medica critica hanno creato un nuovo campo di riflessione sugli aiuti umanitari, in cui le analisi teoriche e le riflessioni sull’esperienza disegnano un nuovo paradigma della contemporaneità fra esperienze professionali di lavoro in Organizzazioni non governative (ONG) o in diversi organismi internazionali, ruoli di esperti e di consultanti con esperienze di ricerche sul terrono e riflessioni teoriche su forme crescenti di «dominazione terapeutica». Nel momento in cui ci troviami davanti a moltitudini di esseri viventi in fuga dalle violenze, dalle sofferenze vacilla il senso e il limite che accompagnano i diritti umani e si segnala una crisi radicale della nostra contemporaneità. La nozione di «cura» allora, necessariamente amplia il valore etico dell’esercizio biomedico, si pone interrogativi morali dei confini fra i diritti di cittadinanza, i diritti umani e i diritti della Bios: la nozione di cura ha come sfida l’impostazione di un nuovo dialogo fra tecnica e pietas.

In un interessante capitolo del volume Mezzi senza fine, intitolato “Al di là dei diritti dell’uomo”, Giorgio Agamben ci ricorda che “nella generale corrosione delle categorie giuridico-politiche tradizionali, il rifugiato è forse la sola pensabile figura del popolo del nostro tempo e […] la sola categoria nella quale ci sia oggi consentito intravedere le forme e i limiti di una comunità politica a venire” (Agamben, 1996: 21). Il corto circuito fra cura, controllo, sicurezza e gestione diventa nella figura del rifugiato, contraddizione emblematica del nostro mondo occidentale: si è controllati e curati dentro barriere, cancelli, prefabbricati, tende, fili spinati, nella compressione spazio temporale che viene imposta quando esseri umani privi dei diritti di cittadinanza vengono «tutelati» dai militari o dalle organizzazioni umanitarie con mandato internazionale in una zona grigia aporia del diritto alla cura e del non diritto all’ uguaglianza giuridica o sociale.

La grande sfida

Una nuova riflessione critica in antropologia medica apre un nuovo spazio politico della salute con i programmi di lotta all’AIDS in Africa, il trauma in Kosovo o in Palestina, con il progetto Asian tsunami disaster reconstruction della IOM dove nella comunità di Aceh viene coivolta anche la scuola medica di Harvard con il programma CHRP (Community Health Revitalisation Program).

Le strategie di intervento e di cura si modellano sull’urgenza e il malato viene trasformato progressivamente in vittima, (di esclusioni o di violenze, di catastrofi naturali, di conflitti armati). O ancora; le procedure che impongono il diritto alla cura ma nello stesso tempo percorrono le tappe amministrative di espulsione dei clandestini obbligano ad una riflessione complessa sulla contraddizione «globale» che regola la gestione della sofferenza e spingono a a sviluppare un passaggio particolarmente esaustivo da un’antropologia medica critica a un’antropologia della ragione umanitaria fino a prospettare un nuovo orizzonte per un’antropologia politica e morale (Fassin 1996, Fassin, 2009).

Negli ultimi 20 anni assistiamo ad una trasformazione progressiva dell’autorità del sapere e delle pratiche mediche: la logica dei medici senza frontiere e dell’umanitarismo planetario ha inaugurato una nuova stagione “etica” della “cura”. La logica del diritto dovere di ingerenza di curare il malato perchè vittima inerme di conflitti e di sovranità dispotiche si delinea con la semplice domanda “perchè un’azione di ingerenza è necessaria”? E con la semplice risposta perchè un numero crescente di individui, nelle zone di crisi o di conflitti, ci spinge verso imperativi morali pressanti.

Diventano centrali temi di riflessione e trasformazione: il diritto dovere all’intervento medico, all’azione umanitaria indipendentemente da vincoli territoriali, in una rinnovata sensibilità del diritto internazionale.

Dal diritto dovere di ingerenza dei sanfrontieristi del passato alla responsabilità di proteggere del 20051, la biopolitica della sofferenza umana ha trasformato nelle ultime decadi la legittimità degli interventi umanitari, delineando un nuovo paradigma della contemporaneità. Esiste una peculiarità dell’aiuto e del soccorso della «vittima» che pone tutte le procedure umanitarie in una zona morale di «alto rischio»: l’emergenza (la catastrofe umanitaria), l’urgenza (la temporalità di azione) e l’ingerenza (il dovere/diritto all’azione senza vincoli normativi dei singoli Stati) compongono il triangolo dove si consuma una nuova modalità dell’azione politica della «cura».

Da un lato la «cura» contempla la gestione dei corpi, da salvare, da nutrire, da guarire, dall’altro «la cura» appare sempre più interdipendente dal controllo militare o di polizia (come nel caso di Haiti) per gestire simultaneamente l’aiuto e la sicurezza in interventi il cui rischio e quello di perennizzare la crisi, in una crescente e opaca gerarchia di vittime “ideali”.

La costellazione umanitaria, composta da un set di vari attori instituzionali come le organizzazioni non governative, le agenzie delle nazioni unite, la croce rossa internazionale agisce rispondenso all’imperativo: quando si legittima un intervento umanitario? Quando si verificano il deterioramento o la crisi delle autorità centrali governative, i conflitti etnici o religiosi, le violazione dei diritti umani, le carestie e crisi macro economiche, i movimenti di popolazioni in fuga, di popolazioni dislocate di rifugiati .

Di fronte ad un evento che rientra in queste categorie viene messo in atto una serie di azioni, che progressivamente tendono a svincolarsi dalle politiche nazionali specifiche. È un circuito di azioni legato all’idea di intervenire sulla «sofferenza parziale», poichè la sofferenza assoluta, l’evento spesso identificato come «barbarie» o come «catastrofe» non permette azioni di supporto.

Solo quando si sarà prodotta la temporalità della catastrofe, della barbarie (genocidio, stupri, violenze, guerre, epidemie) si potrà legittimare l’azione. L’intervento umanitario nella maggioranza dei suoi atti non è preventivo : ha bisogno dell’evento.

È ormai evidente che il dovere di ingerenza umanitaria si è posto, in questi anni di transizione verso un nuovo ordine internazionale, come un tema politico-morale decisivo. La nuova frontiera etico-politica è stata tracciata dalla guerra civile in Ruanda, dalla Bosnia e l’assedio di Sarajevo e da altri territori della crisi che hanno posto in una nuova dimensione l’esigenza di un nuove misure di protezione, anche militarizzate, contro le violazioni dei diritti umani. In Kosovo la stessa Nato ha dato mandato nel ’99 alla prima guerra umanitaria definendo l’intervento militare legittimo anche se illegale.

Nella logica umanitaria tutti gli atti della «cura» si colorano di nuove regole morali che legittimano il diritto dovere all’ingerenza e sono quasi tutti Medici i protagonisti di questa nuova stagione “etico-politica”. Sono generalmente Europei quelli che progressivamente creano una scena etico-politica innovativa che necessita di un nuovo sistema di regole giuridiche internazionali. E anche se, le tensioni e i conflitti sulla neutralità che l’azione umanitaria deve avere cortocircuiterà i protagonisti o le pratiche imposte per salvare e curare corpi, la grande sfida, in ogni segmento del sapere o delle pratiche delle professioni sanitarie, spingerà verso una dimensione globale in cui i relativismi culturali del passato si traformano in un’acritica dimensione universale del diritto, dovere all’agire.

Bernard Kouchner, Roy Brauman, Jean Christophe Rufin, Gino Strada fondano Médecins sans frontières, Médecins du monde, Emergency, teorizzano la neutralità, la professionalità dell’atto umanitario, teorizzano il dovere e l’urgenza dell’intervento e della cura oltre la neutralità , ponendosi in una zona di «diritto» oltre i diritti delle sovranità nazionali, di fronte al solo imperativo morale: quello della sofferenza della vittima.

Per comprendere dunque la genealogia di quella che oggi viene definita l’antropologia dell’umanitario bisogna ripercorrere dagli anni 1990 il confronto, non sempre facile, fra l’antropologia medica “critica” in Europa e in Nordamerica. In Europa emerge la tensione-dialogo nell’ultimo decennio che sviluppa una crescente posizione critica fra gli stessi protagonisti dell’umanitario arricchita anche da una dimensione di riflessione teorica più ampia che tenta di mettere in risalto i diversi e contraddittori volti dell’umanitario.

In Nordamerica due le linee emergenti: da un lato il dibattito critico sulla legittimità dell’antropologia dello sviluppo che aveva dominato i programmi delle università americane dagli anni ‘60 agli anni ‘80. Dall’altro appare interessante e emblematico il ruolo di Paul Farmer, medico e antropologo, professore di antropologia medica di Harvard e fondatore della ONG Patners in health. Farmer legittima una nuova stagione di partecipazione a programmi di global health, di un impegno “morale” certamente, ma anche di un ruolo di organizzatore “mediatico” per la raccolta di fondi, con un rapporto privilegiato, ad esempio, con la Bill & Melinda Gates Foundation. Dalle epidemie in zona di conflitti, alla turbercolosi nelle prigioni russe, dalla lotta alla povertà e alle epidemie in Haiti l’antropologia medica critica nordamericana appare sempre più impegnata in un coinvolgimento “morale” di intervento, dove ruoli e impegno civile si mescolano con esigenze accademiche e finanziarie dei nuovi programmi sulla salute globale. Pensiamo al coinvolgimento, nel programma dell’IOM in Indonesia, nel post tsunami, di Byron Good e Mary Jo del Vecchio Good di Harvard, le ricerche di Peter Redfield dell’università del Nord Carolina sulla neutralità e sull’etica della professionalità, o ancora di VinKim Nguyen dell’Université de Montreal consultante e esperto di molti programmi sul controllo e cura dell’AIDS in Africa, o il lavoro particolarmente originale sull’economia morale e i diversi volti della ragione umanitatia di Didier Fassin medico e antropologo. Il percorso di questi medici che operano e teorizzano, si arricchisce di orizzonti diversi : l’economia politica, le teorie postcoloniali, la critica all’antropologia dello sviluppo e permette di rinnovare la ricerca antropologica consacrata alla biomedicina occidentale, ai suoi effetti e pratiche nel mondo contemporaneo. L’azione umanitaria come azione di cura che ingloba diritti umani, etica globale e specificità professionale è a tutti gli effetti, il nuovo “fatto sociale globale” rivelatore, attraverso il diritto dovere alla cura delle nuove sensibilità e orientazioni politiche mondiali, delle aporie che si celano fra cittadinanza e bios, dei paradigmi di una nuova emergente governance “terapeutica” (Pupavac 2005), zona grigia fra diritti degli individui e/o diritti dei corpi.

Bibliografia

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2) Badie, Bertrand 2002 La diplomatie des droits de l’homme: entre éthique et volonté de puissance, Paris: Fayard.

3) Bettati Mario Droit humanitaire (a cura di) Paris: Editions du Seuil 2000

4) Foucault, Michel 1990 (1975-1976) Difendere la società. Dalla guerra delle razze al razzismo di stato. Firenze, Ponte alle Grazie.

5) Ignatieff, Michael 2003 [2002] Impero light. Dalla periferia al centro del nuovo ordine globale, Roma: Carocci.

6) Pandolfi, Mariella 1990, «Traversing Boundaries: European and North American Perspectives on Medical and Psychiatric Anthropology», numéro spécial de Culture, Medicine, Psychiatry, 14 (2), Harvard University, Kluver Publishers, 2002 «Moral Entrepreneurs», souverainetés mouvantes et barbelés: le bio-politique dans les Balkans postcommunistes, Anthropologie et Sociétés, numéro spécial, Politiques jeux d’espaces, Mariella Pandolfi et Marc Abélès (dirs.), 26 (1):29-50.

7) Pandolfi, Mariella, Didier Fassin (a cura di) 2010 Contemporary States of Emergency. The Politics of Military and Humanitarian Interventions, New York, Zone Books.

8) Pupavac, Vanessa «Human Security and the Rise of Global Therapeutic Governance» Conflict, Security and Development, Vol 5 (2), 2005, pp. 161-181.

9) Rieff, David 2003 [2002] Un giaciglio per la notte. Il paradosso umanitario. Roma: Carocci.

10) Rufin, Jean-Christophe 1999a Pour l’humanitaire. Dépasser le sentiment d’échec, Le Débat, 105:4-21. 1999b Les humanitaires et la guerre du Kosovo, Le Débat, 106:3-26.

Cita questo articolo

Pandolfi, M.,  La «cura» in una prospettiva antropologica, Medicina e Chirurgia, 57: 2528-2531, 2013. DOI:  10.4487/medchir2013-57-2

Il dialogo e la comunicazione tra paziente, medico e professionisti dell’area sanitarian.57, 2013, pp.2524-2527, DOI: 10.4487/medchir2013-57-1

Abstract

The interplay between doctor and patient is reviewed following the profound changes of the health world, on the basis of the longstanding professional and human experience of the Author.

* Sottosegretario di Stato al Ministero della Salute, Professore emerito di Scienze radiologiche nell’Università di Palermo

Articolo

Una sanità frazionata e tecnocratica. Negli ultimi decenni la medicina è evoluta in organizzazioni sempre più complesse. Nel nostro Paese, oltre i medici e chirurghi, esistono 29 professioni sanitarie, 64 tra specializzazioni e discipline di perfezionamento, onerose catene gestionali e amministrative.

La ricerca scientifica biomedica ha raggiunto straordinari traguardi di sviluppo tecnico, chimico-fisico, elettronico, nano-sperimentale. L’epoca del post-umano, con una vera e propria medicalizzazione dell’esistenza. Il corpo considerato, in maniera riduzionistica, un assemblaggio di meccanismi che si possono riparare, ove il complesso spirituale dell’uomo viene spesso considerato menzogna o eccedenza.

Occorre ricomporre i saperi e ricondurre il malato da numero a individuo, con una maggiore percezione dei bisogni dei pazienti. Riposizionare la persona al centro della relazione di cura, con un recupero autentico delle antichissime radici umanistiche della medicina, fondate su rispetto, ascolto, spirito critico, speranza, solidarietà.

Qual è l’essenza della medicina? Una pratica basata su scienze ed esercitata in un mondo di valori. Una professione che ha come centro e finalità un essere sociale dotato di ragione e coscienza. La medicina – nei suoi canoni classici: guaritrice, curativa, preventiva, riabilitativa – resta una scienza “debole”, che non possiede algoritmi certi, come quelli necessari per risolvere un’equazione. Il medico molte volte decide in condizioni probabilistiche.

Il rapporto medico-paziente, da tempo immemorabile è saldato da un legame prevalentemente umano, che non presenta solo fondamenta scientifiche, ma è basato sulla “religio medici”, cioè la religione medica del dovere, inerente sia alla sacralità dell’uomo che all’etica caritativa verso il soggetto debole. Tale rapporto complesso verso l’essere vivente nella sua totalità – con funzioni pedagogiche e di tutela – si sintetizza nella pietas, vale a dire attenzione alle sofferenze del paziente, con una comprensione partecipe dei suoi patimenti, anche attraverso la pratica dell’ascolto, sempre più obsoleta.

Quest’alleanza plurimillenaria si è rotta per tre motivazioni ascrivibili: al medico; al malato; all’irrompere crescente e tumultuoso della tecnologia e al moloch della produttività e del pareggio dei bilanci nella sanità pubblica.

Purtroppo oggi la medicina si snoda facendo perno sulle sindromi morbose e non sul soggetto infermo. Ne consegue un’attenzione crescente alla fisiopatologia della malattia e un deteriore allontanamento dalla realtà antropologica dell’uomo sofferente. Il paziente non è più organismo complesso e unitario, ma somma di organi o apparati.

Si registra con preoccupazione – con atra cura, per dirla all’antica – una relazione che diviene asimmetrica, solo tecnica con un aroma speculativo, rispetto ai tempi passati in cui il medico consigliava il malato, forse lo guariva ma sempre lo consolava. Oggi non  c’è più tempo e patrimonio mentale per un’arte medica ove esperienza, colloquio e rapporto diretto siano fondamentali per una riappropriazione da protagonista della professione medica. Una medicina arida e distante, rinchiusa in una presupponente torre dottrinale, sorda ai valori umani, perciò condannata a non sapere nulla del mondo e della vita.

Il malato, trattato come un numero o una cosa – a causa dell’eccesso di specializzazione, spersonalizzazione, burocrazia sanitaria – diviene sempre più ostile e cova un rancore vendicativo verso quella che considera una lobby avida. Si determina un tentativo di destabilizzazione della professione medica, che diviene ad alto rischio con fuga da molte specializzazione specie chirurgiche, per le frequenti conseguente giudiziarie. “Siete più indagati dei mafiosi” ha ironizzato Fiorello in un congresso medico.

Un’adeguata informazione deriva da molteplici aspetti clinici, ma anche non clinici, e dal coinvolgimento attivo del paziente; essa richiede, infatti, un rapporto bidirezionale tra paziente o operatore sanitario, e non soltanto un’erogazione unidirezionale di informazioni dall’operatore sanitario al cittadino. Un’adeguata informazione permette al paziente di contribuire alla scelta delle terapie proposte dal medico; aumenta l’adesione e il rispetto delle prescrizioni terapeutiche, essendo queste frutto di una decisione condivisa; facilita la connessione di opinioni, la fiducia e la possibilità per il paziente di chiedere chiarimenti su eventuali dubbi; consente al paziente di individuare le sensazioni e gli effetti collaterali da riferire al medico curante per la personalizzazione delle terapie.

L’informazione è un diritto del paziente, ma al tempo stesso una sua responsabilità. Egli ha diritto di ricevere le informazioni essenziali, eventualmente anche in forma scritta, in modo conforme alle sue esigenze e caratteristiche. Per tale motivo è necessario che, nel fornire informazioni, l’operatore sanitario s’immedesimi nel paziente che assiste.

L’informazione deve essere sufficientemente completa, ma sintetica, espressa in un linguaggio chiaro, ma scientificamente rigoroso, e deve essere strutturata in modo da favorire eventuali approfondimenti successivi, quando necessari:

  • l’informazione deve essere scientificamente valida, precisa ed esposta in mondo comprensibile;
  • l’informazione deve essere adatta e personalizzata per ogni paziente;
  • devono essere chiaramente indicati, nel limite del possibile, i rischi e i benefici attesi, come pure i possibili trattamenti alternativi;
  • sebbene sia indispensabile l’uso di fogli informativi per il paziente e di moduli scritti per il consenso informato, si deve favorire il dialogo tra medico e cittadino come la circostanza più idonea per fornire le informazioni.

La comunicazione è un processo complesso dell’influenzamento reciproco, cui l’individuo partecipa con le sue emozioni, aspettative, motivazioni, ovvero con quanto attiene alla sua soggettività.

In ambito sanitario, il livello di complessità della comunicazione aumenta notevolmente in relazione alla pervasività di emozioni negative – paure e ansie – collegate all’esperienza di malattia, alle difficoltà proprie del contesto, alla mancanza di spazi adeguati, a interruzioni continue, a rumori. Infine si rileva la scadente o del tutto assente formazione e patrimonio culturale di tale settore, da parte degli operatori sanitari in tema di valorizzazione e utilizzo della comunicazione, come strumento terapeutico. In oncologia, in modo particolare, l’interesse per la comunicazione nasce dalla necessità di gestire la trasmissione di cattive notizie e i contenuti intensi di sofferenza e morte, esplicitamente o implicitamente presenti nell’interazione con pazienti e familiari.

Negli ultimi trent’anni è avvenuta una rivoluzione copernicana nel rapporto medico-paziente che ha portato al progressivo passaggio da una concezione paternalistica, di sudditanza psicologica del malato, a un riconoscimento dello status di cittadino come persona, titolare di diritti e doveri, che intende continuare a esercitare anche quando si trova nella condizione di malattia e sofferenza. In questo processo lento, ma inesorabile, l’elaborazione del diritto del paziente all’informazione ha svolto un ruolo centrale.

Una tematica interdisciplinare cruciale rende conto di una materia di interesse attuale, che costituisce oggi una sfida sempre più inderogabile per i professionisti della medicina e gli studiosi della comunicazione. La complessità crescente della società nella quale viviamo determina l’insorgere di nuove condizioni e stili di vita, nonché di nuove esigenze proprie delle società avanzate.

E’ necessario un  salto di qualità – per la scienza e soprattutto per la medicina – nella comunicazione al pubblico dei non esperti. Nell’era accademica tale comunicazione era facoltativa; nel mondo contemporaneo la comunicazione ai non competenti della medicina delle evidenze scientifiche è divenuta tutela del malato codificata per legge, nonché esigenza sociale inderogabile. L’informazione corretta e comprensibile al malato deve far propria l’aurea regola del giornalismo, codificata nelle “4 c”: calzante, completa, concisa, chiara. La centralità del rapporto comunicativo tra medico e paziente è uno dei fondamenti della medicina umana, tanto proclamata e poco attuata.

Pensiamo a quei poveri e indifesi malati – sottoposti a prestazioni inutili, pesantemente invasive e mutilanti – che hanno firmato fogli e fogli incomprensibili. Sovviene alla memoria il ricordo dell’incontro, nei Promessi sposi, tra il dottor Azzeccagarbugli e l’ingenuo Renzo, tranquillizzato – scrive Alessandro Manzoni – nel “mirar proprio quelle sacrosante parole, che gli parevano dover essere il suo aiuto”. Con risultato finale infausto, sia per il Tramaglino che per il fiducioso paziente.

L’Organizzazione mondiale della sanità auspica, ormai da tempo, un approccio al malato centrato su una visione globale di bisogno di cura che, oltre agli aspetti strettamente medico-clinici, prenda in considerazione le esigenze psicologiche, relazionali e spirituali della persona malata.

Si rivaluta – in accordo con il Cardinale Gianfranco Ravasi – il vocabolo “cultura” (coniato nel Settecento come Cultur, poi divenuto Kultur) come una sorta di parola chiave, che apre le serrature più diverse.

Perché una quota sempre maggiore di cittadini rifiuta la medicina basata sulle evidenze della scienza e si rifugia non solo nelle medicine alternative o complementari, ma soprattutto – ahinoi! – preferisce affidarsi a sciamani, guaritori, imbonitori e ciarlatani?

Il fenomeno è apparentemente contraddittorio nell’epoca degli strepitosi avanzamenti della medicina, in campo diagnostico, farmacologico, terapeutico, chirurgico, tecnologico. Tutto sembra che si possa prevenire, diagnosticare e guarire attraverso la tecnica. Si delinea, di conseguenza, e spesso si pratica una professione medica algida, livida, distante che causa più acute sofferenze, perché alimenta l’errata aspettativa che sia possibile eliminare il dolore con le sole armi della razionalità tecnico-scientifica.

Bisogna riaccostarsi nuovamente all’ideale del medicus amicus di Seneca: dotato di virtù, affabile e disponibile, preoccupato per l’uomo malato, presente specie nei momenti più dolorosi e drammatici; portatore di una dottrina che abbia anche valore sapienziale, con lo scopo di avvicinarsi al senso ultimo e profondo delle cose.

Le tematiche connesse alla comunicazione della diagnosi riguardano molti ambiti della medicina. E’ un atto medico giornaliero e va considerato come un vero e proprio intervento medico. Di fronte ad una malattia comune con prognosi favorevole, prontamente risolvibile, il compito è assolutamente agevole e non presenta particolari problemi. L’impegno diventa sempre più complesso tanto più se la terapia mostra elevati rischi di effetti collaterali e se la prognosi non  sempre è favorevole.

Le professioni mediche e sanitarie hanno come architrave coltivare la vita. Questo obiettivo diviene drammatico quando si ammala un bimbo. E’ giusto informare i bambini? Il silenzio e la bugia possono divenire rischiosi, ma la comunicazione va fatta con modi e tempi adeguati all’età, anche con il sostegno dello psicologo. I bambini hanno bisogno d’amore: prima da parte della famiglia, poi anche dai medici.

Una malattia è come un labirinto senza uscite, nel quale ci si perde. Ma quando l’appello viene direttamente dal medico – che misura la forza di un paziente anche solo in uno sguardo e che della capacità di ascoltare e capire ha fatto una disciplina scientifica – ecco che gli si può mettere in moto un meccanismo dagli effetti straordinari.

La speranza, quella che si accende o si spegne in ognuno di noi. La speranza non è solo un sentimento: è anche una cura. L’esito di una malattia è sempre incerto e, in questa incertezza, bisogna alimentare una reazione positiva.

Una prassi emergente e sempre più diffusa per raggiungere questo obiettivo è la “medicina narrativa”. Potente strumento per costruire – attraverso l’ascolto – buone cure, sollievo alla sofferenza e migliore aderenza ai servizi sanitari.

Una grande rivoluzione se si considera – secondo le più accreditate statistiche – che un colloquio tra medico e paziente dura, in media, 18 secondi. Questo dato determina il sovrapporsi di tempeste psicologiche e comportamentali: l’idea di non essere stati compresi a dovere, solitudine e scoramento di malati e familiari, gelida distanza degli operatori sanitari.

Tale sguardo antropologico nei penetrali del malato, non è retorica nostalgia o utopia intellettuale di medici datati, frequentatori di salotti letterari. Questi studi provengono dal mondo anglosassone, da prestigiosi atenei statunitensi come Harward e Columbia e King’s College di Londra, mentre – in Italia – dall’Istituto Superiore di Sanità e dalla Fondazione Istud, oltre a diversi centri e dipartimenti che stanno analizzando e validando le prove scientifiche di nuovo approccio combinato con le cure tradizionali, per valutarne l’efficacia terapeutica.

Il dolore diviene non più un mero fatto biologico, ma – in termini antropologici – s’inserisce in un reticolo di significati e contesti. Il dolore è patimento fisico, mentre la sofferenza è coscienza dell’afflizione.

Si ritorna al significato vero di parole antiche. Il termine greco therapeìa, cioè cura, ha il significato originale di servizio e vuole dire compiutamente sollecitudine, premura, interesse per qualcuno.

La medicina narrativa trae origine dal mix di vari ideatori e attori: medici, antropologi, filosofi, sociologi, psicologi.

L’esperienza della malattia e il vissuto dei sintomi e della sofferenza, divengono elementi di un progetto di vita, costruendo a un tempo percorsi di partecipazione. Feconda via di conoscenza della malattia, che contribuisce a ricostituire la fiducia e l’alleanza medico-malato, oggi logorate. Ricordando sempre  che non bisogna contrapporre medicina basata sulle evidenze scientifiche a umanesimo, né dottrina all’attenzione alla persona.

La carenza di formazione e l’importanza della comunicazione impongono – anche nei corso universitari e post-universitari – l’attivazione di momenti dedicati alla bioetica, alla relazione interpersonale, agli aspetti psicologici della malattia, ai biodiritti e alla biopolitica. La preparazione alla comunicazione – attraverso quelle che gli anglosassoni chiamano Medical Humanities diviene obbligo ben definito nella medicina contemporanea.

A monte di tutto, nel rapporto tra medico e malato, si erge l’umanesimo, ossia la concezione che, nel corso della cultura occidentale, ha fatto dell’uomo la misura di tutte le cose. Nel tempo della tecnologia e della prevalenza della gestione amministrativa della sanità, torna il bisogno di punti fermi di riferimento a favore del soggetto debole e infermo.

Già nella seconda metà del XX secolo, Cesare Frugoni, il più grande medico italiano di quel tempo, ammoniva che troppe cifre, troppe analisi e reperti, troppe radiografie si interpongono tra la coscienza e sensibilità del clinico e quella del paziente, diminuendo i contatti tra curante e malato. Una medicina senz’anima. E il cuore serve. Il distacco tra tecnologia e umanesimo rischia di produrre un’umanità che invece di governare le macchine, è dominata da queste. Generazioni di gente abilissima nel compiere ogni virtuosismo tecnico e ignara dell’uomo, di tutto ciò che è spirituale e dell’universo sociale.

Ricordiamo il profondo e sapiente ammonimento di Jacques Maritain, capace di rappresentare la bussola perenne nell’arte medica e nel rapporto con il paziente, debole, sofferente, indifeso. L’uomo – affermava il filosofo – non è soltanto un mezzo, ma è ben più un fine. La dignità della persona  umana non vuol dire nulla se non significa che, per legge naturale, la persona umana ha il diritto di essere rispettata, è soggetto di diritto e possiede diritti. Vi sono cose che sono dovute all’uomo per il fatto stesso che è uomo.

E’ una lezione necessaria per gli studenti della medicina e delle professioni sanitarie  che si avviano alla professione. Dobbiamo formare i giovani – anche con i valori dell’anima e i saperi umanistici – insegnando loro ad attrezzarsi adeguatamente per essere architetti della medicina di domani. Nella cassetta degli attrezzi bisogna mettere: merito (che è la ricchezza dei poveri), dottrina, cultura, passione, memoria del passato, aggiornamento continuativo, etica. Non esiste progetto o disegno, pur illuminato e ardito, in grado di vivere se non è sorretto da ideali.

Occorre un reagente morale, un lavoro pedagogico tenace. Il mestiere del medico e del professionista  sanitario – faticoso, difficile, angosciante – deve tornare a essere arte della cura, sempre condotta tra scienza e valori umani. Bisogna che non si disperda il patrimonio di saperi e professionalità che i medici italiano hanno accumulato, per non logorare la trama e l’ordito del patto millenario tra medico e malato.

Il simbolo della professione medica è il caduceo, vale a dire il bastone alato con attorcigliati simmetricamente due serpenti, che rappresentano conoscenza e saggezza. Il significato è che per applicare la conoscenza c’è bisogno di saggezza. Chi edifica questa medicina sapienziale cura il male e sconfigge l’inverno dello spirito.

Un vero e proprio manifesto per la buona medicina, che si ritrova pienamente nelle parole del cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura: “Sta crescendo la consapevolezza che la malattia e il dolore sono un tema globale e simbolico, non soltanto fisiologico. L’accompagnamento umano, psicologico, affettivo e spirituale è tutt’altro che secondario. C’è bisogno di tornare a una concezione umanitaria della medicina”.

Lettura tenuta in occasione della Conferenza Permanente delle Classi di Laurea delle Professioni Sanitarie il 15 settembre 2012 a Portonovo di Ancona.

Cita questo articolo

Cardinale, A. E.,  Il dialogo e la comunicazione tra paziente, medico e professionisti dell’area sanitaria, Medicina e Chirurgia, 57: 2524-2527, 2013. DOI:  10.4487/medchir2013-57-1

Ricordo di Aldo Pincheran.57, 2013, p.2523

Caro Aldo, Caro Maestro,

se tu fossi qui ti chiederei “cosa devo dire alla Comunità Accademica attonita quando scompare un Grande Maestro, cosa devo dire se alla grandezza scientifica egli coniugava la riconosciuta capacità di essere leader con qualità straordinarie, e se tutto questo ci lascia sconvolti e soli?”.

Questo ti avrei chiesto, come tuo Allievo, e so che mi avresti guardato con i tuoi occhi che lanciavano lampi di intelligenza e avresti detto: ‘Andrea, assieme abbiamo trovato soluzioni in situazioni difficilissime, l’esperienza comune al CUN ci ha insegnato che per noi due nulla era impossibile se mettevamo assieme le nostre risorse, con gli Amici e i Colleghi abbiamo cambiato l’intero assetto del nostro mondo, basta che pensi che siamo ancora assieme!’

Tu sei stato, non solo per la Comunità Endocrinologica e Medica, ma per tutta la Comunità Accademica, un vero Maestro, hai condotto tutti con la forza del tuo carattere e con una capacità di ideazione senza pari e per noi Endocrinologi sei stato capace di costruire, assieme agli altri Padri Fondatori, una vera Scuola Nazionale, in grado di scoprire talenti, di farli crescere e di valorizzarli.

Le tue intuizioni, il tuo modo di presentarle in modo lucido e talora ironico, la tua capacità di tradurre idee in realizzazioni pratiche, sono state uniche per  la rapidità del ragionamento, la logica della dimostrazione e la immediata concretizzazione.

I tuoi occhi Aldo, come detto, lanciavano lampi di una intelligenza viva e bruciante, fondata su una profonda cultura e rivelavano una mente indomita, una mente pronta alla trasformazione in pratica di ogni idea che potesse raggiungere lo scopo.

Un Maestro come te è un Esempio da non perdere e dimenticare, non solo come scienziato, ma anche come Medico per il tuo rapporto straordinario con i Pazienti ed, infine, anche nel coraggio di confrontarsi con la politica e la società tutta e con le difficoltà del mondo reale, fuori dalle mura dei nostri laboratori, dei nostri ambulatori e dei nostri consessi, dove l’Uomo e l’Accademico hanno saputo sempre conquistarsi il rispetto reverenziale di mondi difficili e talora aggressivi.

Tutto questo e mille altre sensazioni mi sono ritornate alla mente ripensando all’ultimo nostro incontro, pochi giorni fa, in cui abbiamo gestito assieme l’ennesima criticità del nostro mondo accademico coordinando la Comunità Accademica di Medicina per uno scopo comune, quello di preservarla da qualsiasi interferenza esterna.

Professor Aldo Pinchera come Presidente del Consiglio Universitario Nazionale e del Collegio degli Endocrinologi, onoro la tua memoria e con essa la tradizione della nostra Grande Comunità Accademica, le cui radici affondano nella storia della scienza e della cultura e che ha le sue fondamenta nei Grandi Padri di cui ora anche tu fai parte.

Ti saluto Aldo, il tuo Esempio sarà con noi e ci guiderà per sempre.

Andrea

Indice n. 57/2013

MEDICINA E CHIRURGIA
QUADERNI DELLE CONFERENZE PERMANENTI DELLE FACOLTÀ DI MEDICINA E CHIRURGIA

57/2013

(scarica qui il l’intero numero in PDF)

SOMMARIO

 

Ricordo di Aldo Pinchera, di Andrea Lenzi

Lectio Magistralis

Il dialogo e la comunicazione tra paziente, medico e professionisti dell’area sanitaria, di Adelfio Elio Cardinale

Antropologia medica

La «cura» in una prospettiva antropologica, di Mariella Pandolfi

Conferenza Permanente dei Presidenti di CLM in Medicina e Chirurgia

Il “Progetto accoglienza”. Partecipazione e valutazione del livello di gradimento degli studenti coinvolti, di Pietro Apostoli, Antonio Imbasciati, Alberto Ghilardi, et al.

I Gruppi di lavoro, di Rosa Valanzano

News from AMEE

The international dimensions of medical education, di Giuseppe Familiari

Dossier

Medical Research Education in Europedi  Liselotte Højgaard e Martin Hynes

Conferenza Permanente dei Presidenti di CLM in Medicina e Chirurgia

Proposta di un modello sperimentale per la selezione e l’accesso ai Corsi di Studio in Medicina e Chirurgia, di Gabriele Cavaggioni, Claudio Barbaranelli, Italia Di Liegro, et al.

Formazione post-laurea

La Scuola Post-Laurea di Sanità Pubblica Senese. Quindici anni di attività, di Nicola Nante, Giuseppe Battista, Simonetta Sancasciani, et al.

Conferenza Permanente delle Classi di Laurea delle Professioni Sanitarie

La prova finale per il conseguimento della laurea in Infermieristica: studio trasversale, di Anne Destrebecq, Silvia Vitali, Valerio Dimonte, Stefano Terzoni.

Lettere

Lettera di Maria Angela Becchi, Paola Facchin

Notiziario

Notizie dal CUN di Mario Amore

Resoconto della 108a Conferenza Permanente dei Presidenti dei CLM in Medicina e Chirurgia Roma 4-6 Ottobre 2012, di Amos Casti

Resoconto della 109a Conferenza Permanente dei Presidenti dei CLM in Medicina e Chirurgia Roma 10 dicembre 2012, di Amos Casti

Aggiornamento della Conferenza Permanente delle Classi di Laurea delle Professioni Sanitarie, di Alvisa Palese