Strategie per far fronte al ritardo studentesco nel CLM in Medicinan.76, 2017, pp.3416-3423, DOI: 10.4487/medchir2017-76-1

Abstract

The Presidents of the Italian Undergraduate Curricula in Medicine have faced the problem of remediation in a workshop held in Udine on the 22nd September 2017.

Presidents have been subdivided into small groups, have been given detailed data about a hypothetic undergraduate curriculum and have been asked to devise remediation strategies adequate to the case study proposed.

Data included general information about the School of Medicine, its structure and scientific excellences, and amount and composition of teaching staff. Information has been given also on the region where the School is placed, its population and social-economical parameters, and on the number and origin of medical students. Entity of students’ graduation delay has been detailed. Undergraduate curriculum has been illustrated giving detailed information about the examinations: their number, weight in credits, deployment through the curriculum, and number of students passing them in due time, with minimum, maximum and average score. Rules for students entry blocks for the following year and information about the consistency of tutoringcounselling services and of teachers continuous education strategies have been finally given.

The Presidents of Undergraduate Curricula in Medicine have reached the conclusions that they should obtain the necessary detailed information about entity and causes of their students’ graduation delay. Remediation strategies should include active and peer-to-peer tutoring and forms of flexibility in assessment design and curriculum re-modelling.

Key words: Medical Education; Remediation; Tutoring; Assessment Flexibility; Curriculum Flexibility

Parole chiave: Pedagogia Medica; Monitoraggio del Ritardo Studentesco; Tutoraggio; Valutazione dell’apprendimento; Flessibilità dell’Ordinamento

Articolo

 

I temi del Forum “Le cause del ritardo studentesco”, tenuto a Novara (Universita del Piemonte Orientale) il 31 Marzo 2017 (Gallo et al, 2017), sono stati ripresi nell’Atelier “Strategie per far fronte al ritardo studentesco”, organizzato dal Gruppo Innovazione Pedagogica nella riunione della Conferenza Permanente dei Presidenti di CLM in Medicina che si e svolta a Udine il 22 Settembre 2017.

L’atelier e stato introdotto da alcune presentazioni e poi si e articolato in alcuni laboratori, dedicati ad aspetti diversi della remediation. L’esercizio nei laboratori ha assunto le forme di un case study che ha avuto per oggetto lo scenario dell’ipotetico corso di laurea in Medicina dell’Università Il cuore è la cura.

Visto che il Forum di Novara aveva evidenziato l’importanza del monitoraggio per la diagnosi precoce e il trattamento del ritardo studentesco, l’Atelier di Udine si e aperto con una relazione dedicata proprio al tema del monitoraggio.

 

Strategie, modelli e strumenti per il monitoraggio e la prevenzione del ritardo studentesco

Il ritardo studentesco non e un problema solo, e nemmeno “soprattutto”, dello studente. Infatti dopo l’introduzione del numero programmato per l’accesso agli studi medici in Italia la funzione dei Corsi di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia non può essere considerata più nemmeno in parte selettiva. Garantire allo studente il diritto di compiere il percorso nei tempi programmati e un obiettivo irrinunciabile dei CLMMC. Si pensi in proposito al fatto che la regolarità del percorso dello studente e un indicatore della qualità del CLMMC secondo il sistema AVA e rappresenta un fattore di premialità nell’attribuzione dell’FFO agli Atenei.

La misura del ritardo studentesco e data dal rapporto fra ritardo di conseguimento della laurea e la durata legale del corso (indice di ritardo studentesco) e in media per i corsi di CLMMC italiani si attesta sul valore di circa 0,18 essendo il ritardo medio di circa 1 anno (Della Rocca e Lenzi, 2015). Il ritardo studentesco non va solo misurato, ma deve essere intercettato, monitorato e possibilmente prevenuto. Per quel che concerne l’intercettazione e il monitoraggio, il modo più semplice e quello di utilizzare l’estrazione dei dati dai programmi gestionali della didattica di Ateneo (ESSE3, Infostud, ecc), per effettuare analisi per coorte di studenti, per attività didattica e anche per singolo studente. La prevenzione prevede: un approccio di sistema per la precoce individuazione degli studenti a rischio per problematiche non strettamente pedagogiche (disagio socio-economico, psicologico, scolastico pre-universitario, culturale); interventi di organizzazione didattica e di continua revisione curriculare in funzione sia dei singoli contesti dei diversi CdL sia delle capacita di apprendimento degli studenti nell’ambito sempre del raggiungimento di un livello di competenza superiore a quello minimo individuato dal core-curriculum; la formazione di un corpo docente sempre più motivato e pedagogicamente preparato in grado di effettuare le diverse attività di tutorato particolarmente utili in questo ambito.

Si rileva, infine, che stante l’importanza strategica per gli Atenei del recupero del ritardo studentesco, la presa in carico del problema da parte del CdL può rappresentare un’ottima occasione di negoziazione di risorse, umane e non, in quanto la loro paucità costituisce con ogni evidenza il limite maggiore ad un approccio efficace al problema (Carlo Della Rocca).

A questa relazione introduttiva, sono seguiti altri interventi focalizzati su alcune strategie di remediation, quali il tutorato attivo, e la messa in atto di forme flessibili di valutazione dell’apprendimento e di organizzazione curriculare.

 

Il tutorato attivo in risposta al ritardo studentesco

Vi sono ormai sufficienti evidenze dalla letteratura (Escovedo et al., 2016) dell’efficacia del tutorato tra pari, che, sulla base di dati meta-analitici, risulta efficace indipendentemente dall’area in cui viene erogato o dalla frequenza dell’intervento (Bowman-Perrot et al., 2013), anche se per gli studenti di Medicina l’efficacia maggiore si ha con un tutoring a frequenza settimanale ed attivato nel primo semestre del primo anno (De Voe et al., 2016). In particolare il tutorato tra pari e efficace perche migliora le competenze e le abilita meta-cognitive implicate nel processo dell’apprendimento autoregolato (De Backer et al., 2015).

Molti sono i vantaggi del tutoring di gruppo (Herrera, Vang, and Gale, 2002; Yalom, 1995; Colvin, 2015): – l’istituzione di relazioni positive tra i membri del gruppo e tra questi e il tutor, con ricadute positive sulle relazioni tra studenti e docenti e sulla capacita di fruire di tutti i servizi e le opportunità che l’Università offre; – la possibilità che molte delle competenze apprese all’interno del gruppo vengano esportate in altre situazioni; – la configurazione del gruppo come luogo protetto in cui ognuno può testare le proprie competenze sociali e ricevere feedback costruttivi dai propri pari; – lo sperimentare che condividere esperienze comuni consente di trovare soluzioni ottimali per affrontare le sfide che si interpongono ad un proseguimento equilibrato del percorso accademico Il tutorato attivo si colloca tra i compiti istituzionali di un Ateneo, perche l’Università si deve assumere il compito fondamentale di accompagnare gli studenti all’ingresso nel mondo accademico e, in quanto agente di formazione, e responsabile sia del processo formativo sia della socializzazione verso il mondo del lavoro.

L’istituzione accademica ha quindi l’incarico di costruire, insieme agli studenti, il significato che loro stessi attribuiscono a questa nuova esperienza, contribuendo cosi ad aumentare la propria consapevolezza – in quanto neo-studenti universitari – che stanno per iniziare la loro formazione in vista di una futura professione. In questa prospettiva e essenziale che gli Atenei investano adeguatamene nel processo di formazione degli studenti coinvolti nel processo di peer-tutoring per massimizzarne l’efficacia. Non raramente, senza una adeguata formazione il tutorato viene inteso come una sorta di acritico maternage, come il luogo dove fornire di fatto un sapere premasticato o una semplice ripetizione delle spiegazioni fornite dal docente, mentre si tratta di una attività che punta all’incremento dell’autovalutazione consapevole, del senso di autoefficacia, autonomia, indipendenza e direzionalità, una consapevolezza del proprio percorso universitario, una complessa crescita individuale delicata e preziosa che non può essere lasciata all’improvvisazione e deve essere adeguatamente implementata e monitorata (Maria Grazia Strepparava).

Non considerando gli interventi organizzati dal CLM, come il tutorato, vi sono gia una serie di strumenti che gli studenti utilizzano per studiare al meglio e superare gli esami. In primis, un grande ruolo hanno le “sbobinature”, ovvero le trascrizioni fedeli delle lezioni, che divengono dispense arricchite di immagini e suggerimenti.

Secondariamente, fondamentali sono i colleghi, sia i più grandi a cui chiedere consiglio sia i pari con cui ci si organizza in gruppi di studio. Infine, bisogna ricordare i gruppi Facebook dei Corsi di Laurea, risorsa a cui ogni studente ormai ricorre per qualsiasi dubbio o domanda.

Tali strumenti potrebbero essere implementati dall’Universita stessa permettendo cosi una ottimizzazione dei tempi e delle risorse (Adolfo Mazzeo, LOMEi).

 

Un percorso curriculare più flessibile

Una strategia di contrasto al ritardo studentesco centrata sulla flessibilità curriculare può sottendere in realtà a due differenti azioni di rimedio: recuperare il ritardo dello studente e migliorare un percorso ritardante. La prima e una soluzione individuale sullo studente, efficace nel giro di 12-18 mesi e che necessita di una diagnosi individuale, mentre la seconda e una soluzione di sistema, efficace per le coorti successive e che richiede la concreta disponibilità al cambiamento di tutti i docenti.

Entrambe le azioni debbono essere precedute da una corretta metodologia per identificare precocemente il ritardo ed analizzarne le cause (analisi di dati carriere, colloqui individuali) ed essere seguite da un monitoraggio di efficacia.

La strategia di sistema e centrata sulla ottimizzazione dell’apprendimento durante le ore trascorse in presenza del docente e si ottiene attraverso la pianificazione di curriculum ad integrazione verticale (modello a triangoli invertiti, Leinster, 2009) che consenta una precoce esposizione dello studente alla clinica (early clinical exposure), utilizzi metodologie didattiche che facilitino l’apprendimento attivo e critico e stimolino ad apprendere ciò che e utile. Fondamentale per questo approccio e la disponibilità dei docenti ad esplorare nuove metodologie didattiche. I risultati di questo tipo di azione si proiettano sul percorso formativo di una coorte e quindi sono valutabili al completamento di almeno un ciclo di studi.

L’intervento individuale, invece, e diretto al singolo studente. Oltre ad azioni mirate sulle cause (individuali o di sistema), allo studente si può proporre un piano di rientro personalizzato che gli consenta di ottimizzare l’apprendimento in aula programmando la frequenza dei corsi quando e pronto a comprendere/apprendere gli argomenti trattati dal docente. Ciò si può ottenere con l’adozione di piani di studio individuale o con la iscrizione in regime di tempo parziale. L’implementazione del piano di rientro necessita di attenzione da parte di un tutor e di collaborazione da parte della segreteria didattica (“team recupero”); fondamentale e anche la consapevolezza e la condivisione da parte dello studente (Bruno Moncharmont).

 

Lo scenario per il lavoro di gruppo: l’Università il Cuore è la Cura

Lo scenario ha la struttura di un caso esemplare e descrive il profilo di un’ipotetica Università; e stato predisposto a partire dai temi individuati per il lavoro dei gruppi (tutorato, flessibilità del curriculum, valutazione dell’apprendimento) in modo che fossero presenti nella narrazione del caso sia elementi utilizzabili da tutti i gruppi, pur da prospettive diverse, sia elementi marcatamente caratterizzati e specifici per la riflessione tematica di ciascun gruppo. Questi elementi focali avrebbero potuto costituire un fattore di distrazione per gli altri gruppi a meno di un adeguato monitoraggio del lavoro di gruppo del conduttore e dei partecipanti stessi. Per un maggiore realismo dell’attività di laboratorio e rispecchiare il fatto che (i) non sempre i problemi sono ben definiti fin dall’inizio e (ii) non sempre sono gia a disposizione tutte le informazioni necessarie per definire la soluzione ottimale, sono stati predisposti dei box contenenti informazioni aggiuntive di chiarificazione e integrazione; il conduttore del gruppo avrebbe dovuto trasmetterle solo quando fosse emersa tra i partecipanti la necessita di acquisirle.

Sempre a tale scopo integrativo, era stato consegnato ai conduttori il documento scaricato dal sito “Alma Laurea”, che descrive il profilo nazionale dei laureati in medicina. Qui di seguito lo scenario:

  1. Aspetti generali

L’Università degli Studi “Il cuore e la cura”, fondata nel 2001, comprende: un Corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Medicina e Chirurgia, un Corso di Laurea Triennale in Infermieristica (con una sede decentrata a 40 km di distanza), e un corso di laurea Triennale in Fisioterapia.

Nell’Ateneo sono inoltre presenti: un corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Scienze della Formazione Primaria, un corso di Laurea Triennale in Scienze del Turismo, un corso di Laurea Triennale in Biotecnologie e un corso di Laurea Magistrale in Biotecnologie Mediche. Il Dipartimento di afferenza del CdLM in Medicina e Chirurgia e collocato al 10° posto per la qualità della ricerca nella valutazione ANVUR sui Dipartimenti di Eccellenza e si distingue in particolare per l’area della patologia generale, delle neuroscienze, della cardiologia e per la spettrometria di massa applicata alle discipline cliniche.

L’Università è collocata in una regione che ha le seguenti caratteristiche: due città principali di circa 800.000 e 350.000 abitanti, alcune cittadine più piccole, mediamente intorno ai 100.000 abitanti. Le attività prevalenti della regione sono commercio, turismo e agricoltura.

Per quanto riguarda i parametri socio-economici, il livello di povertà media e del 24%, di povertà assoluta dell’8% (a fronte di una media nazionale del 12% e del 5% rispettivamente); si vedano anche le tabelle 1 e 2 tratte dai dati ISTAT 2010-2015 e relativi alla regione.

Tabella 1: dati 2010-2015 relativi a quanto le famiglie pensano di essere in grado di affrontare il costo della vita in ragione del proprio reddito complessivo. Percentuale per giudizio sulla condizione economica percepita e annoSchermata 2018-01-25 alle 10.40.51

 Schermata 2018-01-25 alle 10.42.07

 

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  1. Corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Medicina e Chirurgia

Il CDLM in Medicina & Chirurgia e stato attivato nel 2001. Il numero di posti annuali assegnati dal ministero e 120 studenti. Il 30% degli studenti si laurea entro la sessione di luglio; la percentuale di studenti che si laureano in medicina con un anno di ritardo e del 35%. La popolazione studentesca e composta prevalentemente da studenti italiani; il 7% sono studenti stranieri che provengono per la maggior parte dai paesi del nord Europa, dal Canada, dall’Albania e dalla Grecia. Il 60% degli studenti italiani risiede nella regione. Il 45% degli studenti ha precedenti esperienze universitarie, di questi solo il 5% portate a termine. Età degli studenti all’immatricolazione: regolare o con 1 anno di ritardo 93,3%. Regolarità negli studi: studenti in corso 41,5%; fuoricorso di un anno 31,3%, fuoricorso di due anni 14,6%; 4 o più anni fuori corso 8,7%. Si segnala la presenza di 10 studenti con Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA) certificato.

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  1. Piano degli studi del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia

Tutti gli esami del I e II anno di corso, Farmacologia e Medicina Legale sono solo scritti, con quesiti a scelta multipla.

Anno corso Propedeuticità culturali
1 Scienze Propedeutiche, 13 CFU, esame – I sem.Informatica di Base, 3 CFU, idoneitàAnatomia e Istologia Umana, CFU 20, esame – II sem.

Biologia e Genetica, 12 CFU, esame – I sem.

Inglese di Base a livello B2, 3 CFU, idoneità

Per sostenere l’esame di “Biologia e genetica” è necessario il superamento dell’esame di Scienze Propedeutiche
2 Chimica Biologica e Biologia Molecolare, 12 CFU, esame – I sem.Semeiotica su Manichini, 4 CFU, idoneità – I sem.Medicina e Società, 8 CFU, esame – II sem.

Fisiologia Umana , 17 CFU, esame – II sem.

Patologia Generale e Immunologia (I parte), 9 CFU prova in itinere

Microbiologia Medica, 6 CFU, esame – II sem.

A scelta dello studente, 2 CFU, frequenza

Per sostenere l’esame di Fisiologia umana è necessario il superamento dell’esame di Anatomia e istologia umana. Per sostenere l’esame di Chimica biologica e biologia molecolare è necessario il superamento dell’esame Scienze PropedeuticheBlocco: se lo studente non ha superato tutti gli esami del I e II anno, tranne: inglese di base, informatica di base, patologia generale e immunologia I e Medicina e Società non può essere iscritto al III anno e rimane ripetente sul secondo anno.
3 Patologia Generale e Immunologia (II parte), 4 CFU, esame – I sem.Patologia Medico-Chirurgica 1 (ex semeiotica e sistematica 1), 11 CFU, esame, I sem.Tirocinio Prof. Area Chirurgica 1, 4 CFU, – I sem.

Tirocinio Prof. Area Medica 1, 11 CFU, – II sem.

Patologia Medico-Chirurgica 2, 9 CFU, esame – II sem.

Farmacologia (I parte), 4 CFU, frequenza – II sem.

Patologia Medico-Chirurgica 3, 9 CFU, esame – II sem.

A scelta dello studente, 2 CFU, frequenza

Per sostenere l’esame di Patologia generale e immunologia è necessario superare Chimica biologica e Biologia molecolare, Fisiologia umana. Per sostenere l’esame di Patologia Medico- Chirurgica 3 è necessario il superamento dei seguenti esami: Patologia generale e Immunologia e Microbiologia Medica. Per sostenere l’esame di Patologia Medico-Chirurgica 2 è necessario il superamento degli esami Patologia generale e immunologia e Microbiologia MedicaBlocco: per accedere al IV anno lo studente deve avere superato Patologia Generale e Immunologia I e II altrimenti rimane ripetente sul terzo anno
4 Farmacologia (II parte), 8 CFU, esame – I sem.Statistica Medica, 6 CFU, esame – I sem.Medicina di Laboratorio, 6 CFU, esame – I sem.

Anatomia Patologica, 6 CFU, esame – I sem.

Diagnostica per Immagini e Radioterapia, 8 CFU, esame II sem.

Sanità Pubblica, Igiene e Medicina del Lavoro, 12 CFU, esame – II sem.

Tirocinio Prof. Area Chirurgica 2, 4 CFU, idoneità – II sem.

Tirocinio Prof. Area Medica 2, 8 CFU, idoneità – II sem.

A scelta dello studente, 1 CFU, frequenza

Per sostenere l’esame di Anatomia patologica è necessario il superamento dei seguenti esami: Patologia generale e immunologia e Microbiologia Medica. Per sostenere l’esame di Farmacologia è necessario il superamento dei seguenti esami: Patologia generale e immunologia e Microbiologia Medica. Per sostenere l’esame di Diagnostica per immagini e radioterapia è necessario il superamento di Patologia generale e immunologia
5 Malattie del Sistema Nervoso, 8 CFU, esame – I sem.Psichiatria e Psicologia Clinica, 8 CFU, esame – I sem.Specialità Medico Chirurgiche, 8 CFU, esame – I sem.

Clinica Medica (I parte), 9 CFU, frequenza – I sem.

Clinica Dermatologica, 4 CFU, esame – II sem.

Clinica Ortopedica e Traumatol., 4 CFU, esame – II sem.

Ostetricia e Ginecologia, 8 CFU, esame – II sem.

Medicina Legale, 4 CFU, esame – II sem.

Pediatria (I parte), 4 CFU, frequenza – II sem.

A scelta dello studente, 3 CFU, frequenza

6 Pediatria (II parte), 8 CFU, esame – I sem.Clinica Medica (II parte), 17 CFU, esame – I sem.Clinica Chirurgica, 11 CFU, esame – I sem.

Urgenze ed Emergenze Medico Chirurgiche, 8 CFU, esame -I sem

Internato di Laurea, 17 CFU, frequenza –

Tesi di Laurea, 17 CFU

Per sostenere gli esami di Clinica Medica è necessario il superamento di: Patologia Medico-Chirurgica 1 – Patologia Medico- Chirurgica 2 – Patologia Medico-Chirurgica 3, Farmacologia, Tirocinio Area Medica 2. Per sostenere l’ esame di Clinica Chirurgica è necessario il superamento di: Patologia Medico-Chirurgica 1 – Patologia Medico-Chirurgica 2 – Patologia Medico-Chirurgica 3 , Farmacologia, Tirocinio Area Chirurgica 2

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  1. Carriere degli studenti iscritti al V anno nell’aa 2016-17 (al 21 settembre, dati parziali)

Schermata 2018-01-25 alle 10.53.02Schermata 2018-01-25 alle 10.53.12

  1. Profilo dei docenti

Il corpo docente e costituito da: 30 Professori Ordinari (età media 65 anni), 20 Professori Associati (età media 40 anni), 20 Ricercatori a tempo indeterminato, 15 RTD-A, 8 RTD-B. Nel 2010 e stato organizzato dal CCD un corso di formazione sulle metodologie didattiche attive (organizzato dalla SIPeM – Società Italiana di Pedagogia Medica) cui hanno partecipato 15 docenti su 70. I Consigli di Coordinamento Didattico del corso sono convocati ogni 60 giorni, circa

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  1. Altre informazioni

E’ presente in Ateneo uno sportello “Tutorato e counselling psicologico” per gli studenti; il 2% di tutti gli studenti dell’Ateneo “Il cuore e la cura” hanno effettuato almeno un colloquio. Le attività di tirocinio pratico sono svolte prevalentemente presso due ospedali: “San Pietro al Monte” e “Montebello del Campo”.

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(Maria Grazia Strepparava e Isabella Barajon)

Sintesi di quanto emerso nei laboratori

I gruppi di lavoro si sono riuniti per esaminare lo “scenario” proposto. Si tratta di una Università in cui gli studenti sono spesso fuori corso e si laureano in ritardo. Esistono esami “critici” che determinano maggiori difficoltà per il loro superamento sia al primo che al secondo triennio. Pochi studenti si rivolgono allo sportello counselling che e gestito da personale senza specifica formazione. Il contesto geografico e quello di una regione di grandezza media con condizioni economiche disagiate degli abitanti e studenti che spesso devono conciliare studio e lavoro.

L’analisi dei dati forniti ha consentito di riflettere sull’importanza della “comprensione del contesto”, sotto tutti i suoi aspetti, quando si vuole intraprendere una azione correttiva sul ritardo degli studenti nel completare il percorso di studi. Le proposte dei partecipanti hanno riguardato: – lo svolgimento di un intervento informativo precoce alle matricole per consigliare il percorso degli esami, le modalità di studio e di organizzazione dello stesso (può avvenire anche mediante incontri con gli studenti degli anni successivi); – l’opportunità di individuare eventuali categorie a rischio (studenti che si immatricolano in ritardo, studenti lavoratori, studenti pendolari) che possono avere maggiore difficoltà a restare nei tempi previsti, e la necessita di porli in contatto precocemente con tutori di riferimento; – l’implementazione di numero e qualità dei tutori attraverso uno specifico programma formativo a loro dedicato che migliori la loro capacita di rafforzare l’autonomia, valorizzare le risorse e stimolare l’indipendenza degli studenti che al tutore si rivolgono; – la necessita di facilitare l’accesso degli studenti ai tutori attraverso percorsi sul web (sito web dedicato) o luoghi di incontro stabili (sportello) (Manuela Merli)

Conclusioni dell’Atelier e suggerimenti per la Conferenza

– I Presidenti di CLM in Medicina hanno, o possono procurarsi, tutti i dati necessari per un’analisi accurata del ritardo studentesco, della sua entità e delle sue cause. Si invita ogni CLM ad attivare un gruppo di lavoro, raccordato con la CTP, che registri, intercetti, monitori e prevenga il ritardo. Strumenti del sistema qualità, come il rapporto del riesame, per troppo tempo avvertiti come impacci burocratici, dovrebbero divenire autentiche risorse.

– Il tutorato attivo e quello tra pari sono strumenti efficaci di prevenzione del ritardo, ma e necessario che il CLM li attivi e formi i tutori – I docenti killer, ma anche certe forme troppo rigide di esame, possono essere causa di un gran numero di ritardi. Occorre invece tener presente che l’esame e parte integrante del processo di apprendimento, che gli esami devono essere si obiettivi e pertinenti, ma anche leali, e che forme di valutazione flessibile coinvolgono e responsabilizzano gli studenti, portando da un esame teacher-centred ad uno student-centred.

– Il ritardo studentesco dovuto a problemi curriculari può essere affrontato con strumenti di remediation individuale come il curriculum personalizzato, con modalità di rimodulazione di singoli corsi ed esami, e con una vera e propria remediation di sistema, attraverso una revisione del curriculum studiorum o almeno del regolamento didattico del CLM

– E’ stato chiesto che la Conferenza crei un gruppo di lavoro che possa aiutare le Sedi a monitorare e a porre rimedio al ritardo

– E’ stato osservato che la formazione e la motivazione dei docenti e la più efficace forma di prevenzione remota del ritardo studentesco

– Al Gruppo innovazione Pedagogica e stato suggerito di occuparsi, nei prossimi anni, di tematiche come: a) un’analisi delle forme di apprendimento privilegiate dagli studenti e promosse dai docenti; b) la promozione, tra le competenze in uscita del laureato in Medicina, della riflessività; c) uno studio su come inserire nel CLM medico una flessibilità degli esami in termini di scansione temporale e di formato (Pietro Gallo).

Bibliografia

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De Backer L, Van Keer H, Valcke M. (2015): Promoting university students’ metacognitive regulation through peer learning: the potential of reciprocal peer tutoring

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Della Rocca C, Lenzi A. (2015): On site visit 2004-2014

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Gallo P, Bani M, Bellini T, Casacchia M, Cavagnero M, Della Rocca C, Familiari G, Mazzeo A, Merli M, Moncharmont B, Montagna L, Muraro R, Riggio O, Rosso U, Strepparava MG, Valli M, Viola F. (2017): Analisi delle cause del ritardo studentesco nel CLM in Medicina. Medicina e Chirurgia 74, 3366-3371

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Cita questo articolo

Gallo P., BArajon I., Della Rocca C., Mazzeo A., Merli M., Moncharmont B., Strepparava M.G., Strategie per far fronte al ritardo studentesco nel CLM in Medicina, Medicina e Chirurgia, 76: 3416-3423, 2017. DOI: 10.4487/medchir2017-76-1

Analisi delle cause del ritardo studentesco nel CLM in Medicinan.74, 2017, pp. 3366-3371, DOI: 10.4487/medchir2017-74-2.

Abstract

Although the number of inactive students is rather high in Italian University (35%), the figures are distinctively lower for medical students (14% of inactive students and 3-5% of renouncing). A recent survey among medical students at La Sapienza University of Rome has singled out the following as the main causes of graduation delay: difficulties in studying (43%); delayed matriculation (due to controversies in the application competition) (16%); psychological upset (13%); family (6%) or health (3%) problems; and economical difficulties (3%).

The causes of graduation delay have been debated by the National Conference of the Undergraduate Curricula Presidents in a Forum held in Novara. Four types of causes and solutions have been discussed: i) teaching causes and active tutoring; ii) psychological upset and counselling; iii) social, cultural and economic hardships and counter window interventions; and iv) disproportion between didactic load and learning capabilities, and educational interventions.

In conclusion, the need for monitoring student upset and for reducing disciplinary learning objects (subject to quick obsolescence) in favour of methodological ones (that favour a lifelong learning) has been assessed.

Key words: Medical Education; Graduation Delay; Tutoring; Counselling

Parole chiave: Pedagogia Medica; Ritardo Studentesco; Tutoraggio; Assistenza Psicologica

Questo articolo riferisce sui risultati del Forum “Le cause del ritardo studentesco” che si è tenuto durante la riunione della Conferenza Permanente dei Presidenti di CCLM in Medicina che si è svolta presso l’Università del Piemonte Orientale il 31 marzo 2017.

Articolo

Introduzione

Una notevole percentuale degli studenti in Medicina arriva alla laurea con “ritardo” (dati 2013-14, fonte: Sapienza, Università di Roma): il 60% degli studenti si laurea in medicina con oltre 1 anno di ritardo.

Nel 2011 un gruppo di lavoro della commissione “Medical Education” della Sapienza, ha svolto una indagine su 50 studenti “inattivi” che non avevano effettuato esami da almeno 12 mesi. (Merli et al., 2012). I principali problemi rilevati risultarono prevalentemente di carattere logistico (pendolarismo, difficoltà a frequentare i corsi, studenti lavoratori) o amministrativo-burocratico (soprattutto per gli studenti stranieri). Nel 2016 abbiamo voluto ripetere questa indagine rivolgendo la nostra attenzione agli studenti “irregolari” che, pur avendo effettuato esami negli ultimi 12 mesi, risultavano carenti per il numero di crediti raggiunti rispetto agli attesi. La situazione dei crediti individuali è stata richiesta alla “banca dati di Infostud” al termine dell’AA per gli iscritti al 2°, 3° e 4° anno. La carenza di crediti è stata definita la situazione in cui lo studente non raggiunge il totale dei crediti acquisibili nell’anno precedente (uno studen-te che alla fine del 3° anno non ha ancora raggiunto i crediti ottenibili alla fine del 2° anno). Sono stati individuati 170 studenti “irregolari” (su 648 iscritti) ed è stata loro inviata una mail con un breve questionario per individuare il principale motivo del ritardo. Le risposte (ottenute dal 27%) hanno individuato come cause prin-cipali le “difficoltà nello studio” (56%), l’essere “entrati con ritardo” per problemi di scorrimento della gradua-toria o ricorsi legali (16%), cause familiari (6%), motivi di salute (3%), motivi economico lavorativi (3%).

In conclusione, il ritardo si instaura già dai primi anni di studio e l’università dovrebbe concentrare in questa fase uno specifico supporto alle “difficoltà nello studio” (Manuela Merli).

I  Laboratorio: Ritardo per cause didattiche: interventi di tutoring

Relazioni introduttive

Sicuramente, il passaggio dal mondo scolastico a quello universitario è un punto cruciale per uno studente in medicina: in molti riescono ad affrontarlo, mentre per altri rappresenta un ostacolo. “Classi” più grandi, la necessità di uno studio autonomo e di conseguenza di un metodo di studio efficace che però non da tutti è posseduto, la difficoltà del nuovo rapporto studente-docente, diverse modalità di apprendimento, sono tutte possibili situazioni che possono portare al ritardo, in particolare proprio nei primi anni. Per questo forse è necessario un accompagnamento degli studenti nel loro percorso, e il tutorato può rappresentare uno strumento utile a questo scopo (Federica Viola).

Il ritardo studentesco per cause didattiche nasce nei primi anni di corso dove si concentrano le scienze di base, impegnative e non molto attrattive per un aspirante medico, cui si aggiungono carenze nelle conoscenze preliminari, disagi sia nell’affrontare il passaggio dalla scuola superiore all’università sia legati allo scorrimento della graduatoria nazionale. È importante mettere in atto varie azioni di tutorato per ridurre il rischio di ritardo e rendere più agevole l’ingresso nella vita universitaria. Un primo intervento è puramente didattico, volto a colmare carenze derivate dal percorso pre-universitario o da iscrizioni a semestre inoltrato. È però altrettanto importante modificare l’approccio allo studio, “imparare a studiare” e stimolare la formazione di una comunità studentesca che consenta l’apprendimento attraverso un confronto tra pari. Gli studenti sono parte attiva, presen-tano e discutono tra loro un argomento del programma, il docente ha il ruolo di moderatore e interviene solo per correggere e puntualizzare (Maurizia Valli).

Il ritardo medio nazionale alla Laurea rilevato da Alma Laurea si declina in modo diverso nelle varie sedi, rendendo necessario identificare strumenti e interventi correttivi “confezionati su misura”.

Il PdQ dell’Università di Chieti ha sviluppato due sistemi S.I.Ca.S. e M.E.P. che, estraendo i dati da Esse3, forniscono di default un’analisi delle carriere studenti, per criteri specifici, consentendo di individuare studenti in ritardo o “a rischio” ed aiutando nell’identificazione della/e causa/e. Questa analisi, condotta già dai primi anni di corso sta permettendoci di effettuare interventi mirati di “tutorato attivo”. Nel nostro CdL coesistono diverse tipologie di tutor: docenti-consiglieri che seguono lo studente fino alla Laurea; docenti-tutor che su richiesta svolgono attività didattiche mirate; e infine, più re-centemente, studenti-tutor, impegnati in attività didattiche di supporto, di counselling e di studio guidato.

La nostra esperienza suggerisce che uno stretto monitoraggio delle carriere degli studenti può consentire interventi precoci e mirati di tutorato attivo svolto da docenti e/o studenti più anziani (Raffaella Muraro).

Sintesi per il debriefing di quanto emerso nel I laboratorio

Indicatori del ritardo studentesco: Dal laboratorio sono emerse diverse criticità, che sono particolarmente sensibili nei primi anni di corso:

  • il disagio provocato negli studenti dal cambiamento del metodo di studio dalla scuola secondaria all’univer-sità e dalla delusione per un biennio di base che non viene avvertito come realmente finalizzato al percorso clinico;
  • la difficoltà nell’affrontare gli esami di profitto, che spesso non tengono conto del patto formativo e dipen-dono troppo dalla soggettività del docente.

Metodi di rilevazione del ritardo studentesco: I migliori risultati sembrano emergere dalle osservazioni personali messe in atto dai Presidenti di CLM e dai docenti, anche tramite le esperienze di orientamento. La scheda del riesame dovrebbe essere uno strumento utile anche se le domande poste dall’ANVUR non sono sem-pre adeguate al rilevamento del disagio studentesco. Rimane essenziale il monitoraggio delle carriere messo in atto dal singolo Presidente di CLM, che permette di valutare anche l’influenza socio-culturale specifica del proprio territorio.

Possibili strumenti di intervento sul ritardo studentesco: Accanto alle attività di orientamento, il tutorato è unanimemente considerato la strategia più efficace, purché venga messo in atto un tutorato attivo con la creazione di piccole comunità di studenti assistite da docenti, studenti anziani e counsellor (Licia Montagna: testo non rivisto dall’Autore).

Laboratorio: Ritardo per cause di disagio psichico: interventi di counselling

Relazioni introduttive

Durante gli anni di Medicina, il tipo di disagio psi-chico che noi studenti più sentiamo come vicino noi è quello della “ipocondria”, che da alcuni è stata definita come la “sindrome dello studente di Medicina”. Si inizia-no a studiare i sintomi, la semeiotica, le patologie ma la nostra abilità diagnostica è limitata, forse molto sensibile a captare qualsiasi minimo sintomo ma altamente aspe-cifica per qualsivoglia reale malattia. Da ciò, nasce che studenti che percepiscono un minimo tremore o una lieve miochimia possano convincersi di essere affetti da malattie neurologiche gravi come la SLA. In studenti fuori sede, con pochi amici, con una scarsa rete di sup-porto e con una determinazione non troppo stabile, tale convinzione può portare facilmente ad ansia debilitante e ritardo studentesco (Adolfo Mazzeo).

La compromissione della salute psichica può influire grandemente sull’andamento della carriera universitaria fino a spingere lo studente ad abbandonare gli studi o a rimanere fermo, inattivo, incapace di riprendere il cammino.

I quadri clinici più frequenti, come d’altra parte nella popolazione generale, sono rappresentati da stati depressivi e vissuti ansiosi, spesso correlati a fatti perso-nali della loro vita ma anche alla difficoltà di studiare in modo soddisfacente e di superare le prove d’esame. Queste condizioni possono influenzare le funzioni cognitive di base come la memoria, l’attenzione, la capacità di concentrazione, rendendo ancora più laborioso l’apprendimento e mettendo a rischio la possibilità di superare con serenità gli esami. Da ciò spesso insorge una vera fobia dell’esame. La difficoltà di superare gli esami a sua volta può indurre uno stato di demoralizzazione e di sfiducia che comporta spesso una diminuzione della propria autostima. Più raramente, gli studenti presentano patologie psichiatriche particolarmente invalidanti che necessitano di un supporto farmacologico.

Per questi studenti problematici va programmato un percorso di tutorato attivo, su misura e personalizzato, che consiste nell’aiutare lo studente nella preparazione dell’esame e nell’accompagnarlo in sede di esame.

Come si fa ad intercettare il malessere psicologico dello studente? La prima persona che può cogliere uno stato di disagio dello studente è tutor clinico o il docente, sia durante le lezioni, sia durante le ore di ricevimento, ma soprattutto durante lo svolgimento dell’esame, che permette di conoscere più a fondo la reattività emotiva e lo stile relazionale dello studente. Il docente può indirizzare lo studente verso servizi dedicati, come il Servizio di Ascolto e di Consultazione (SACS) che dal 1991 è attivo presso l’Università dell’Aquila.

Il Ritardo studentesco viene preso come un indicatore di efficienza del sistema ma in realtà va ribadito che spesso le cause che portano una persona a ritardare il suo percorso universitario possono essere oggettive, quali per esempio una malattia fisica, metabolica, neurologica, psichiatrica, o condizioni socioeconomiche che spesso comportano la necessità per lo studente di lavorare durante gli studi (Massimo Casacchia).

Negli ultimi anni la raccolta del profilo e delle caratteristiche degli studenti che accedono ai servizi di counselling psicologico si è fatta sempre più sistematica (Strepparava et a., in stampa, Strepparava et al., 2016, Monti et al., 2014; Menozzi et al., 2016; Biasi et al., 2017) e ha evidenziato come, accanto a difficoltà di transizione evolutiva, vengano portate sempre più spesso problematiche di natura clinica.

Analizzando i dati di circa 300 studenti che hanno avuto accesso al nostro servizio di counselling psicologico, circa una metà degli studenti si presenta all’ingresso con una sofferenza di livello medio basso, in linea con la tipologia di difficoltà che questo tipo di servizio dovrebbe gestire, ma l’altra metà porta invece una sofferenza di livello medio alto, non di rado anche con un elevato ri-schio auto o etero lesivo. È quindi evidente che, proprio sulla base della rilevanza clinica di buona parte delle richieste di counselling, i servizi universitari debbano i) essere di fatto pensati e strutturati in modo tale da pre-vedere interventi differenziati, validati e adeguati ai vari gradi di sofferenza, ii) essere adeguatamente inseriti e collegati con gli altri servizi pubblici della rete territoriale per la salute mentale e soprattutto iii) avere operatori adeguatamente formati per fronteggiare questo tipo di casistica e saper lavorare in rete. I servizi universitari di counselling costituiscono spesso un primo (quando non l’unico) punto di accesso all’intervento e alla cura per giovani adulti che non arriverebbero all’attenzione dei servizi di salute mentale, in una fase di vita in cui i percorsi evolutivi patologici o di sofferenza possono ancora essere cambiati per una risoluzione più positiva.

La formazione degli operatori e l’organizzazione (sia interna che con la rete dei servizi territoriali) sono una delle sfide del futuro per i servizi di counselling: attualmente non vi sono linee guida comuni e ogni Ateneo ha strutturato i propri servizi in modo autonomo, sulla base delle diverse sensibilità dei coordinatori dei servizi, privilegiando in molti casi la dimensione tutoriale o degli interventi legati al sostegno allo studio, aspetti sicuramente rilevanti, ma non sufficienti alla gestione adeguata degli utenti. La formazione degli operatori deve, a nostro avviso, essere primariamente clinica, per garantire la sufficiente competenza nella diagnosi e nell’identificare le situazioni di maggiore gravità; la for-mazione clinica è importante soprattutto per evitare il rischio di sottostimare situazioni critiche e di ritardare interventi necessari. Anche la formazione dei docenti, che costituiscono le principali figure di riferimento per gli studenti, può facilitare il riconoscimento di situazioni di crisi e l’invio al servizio, anche se solo in poche occasioni gli Atenei riescono a lavorare con i docenti per fornire loro adeguate chiavi di lettura atte a riconoscere i campanelli di allarme, identificare chi può aver bisogno di aiuto e indirizzare nel modo più adeguato gli studenti ai servizi adatti.

Un ulteriore elemento di riflessione è dato dal legame tra la performance accademica e il disagio psichico: solo due studenti su 10 che accedono al servizio di counselling sono fuori corso; circa la metà riferisce di essere in ritardo con gli esami; questo significa che al servizio di counselling non si rivolgono solo «cattivi studenti», come una visione un po’ ingenua a volte sostiene: gli interventi devono essere sufficientemente articolati da prevedere anche un focus sulla performance acca-demica, ma la valutazione dell’efficacia dell’intervento non può passare solo attraverso la verifica del ripristino della carriera accademica (Maria Grazia Strepparava e Marco Bani).

Sintesi per il debriefing di quanto emerso nel II laboratorio

Dalle relazioni introduttive e dal dibattito, sono emersi i seguenti spunti:

Indicatori del ritardo studentesco: Il disagio psicologico è particolarmente diffuso tra gli studenti dei corsi di laurea delle professioni di cura e insorge in studenti vulnerabili. Si manifesta con ansia, da cui disturbi cognitivi che portano a difficoltà nello studio e a fallimento negli esami, con riduzione dell’autostima.

Metodi di rilevazione del ritardo studentesco: Docenti e tutor dovrebbero cogliere anomalie di comportamento dello studente come la difficoltà di relazione con il paziente. Gli strumenti sono l’osservazione diretta durante il tirocinio o l’invito a produrre scritti riflessivi.

Possibili strumenti di intervento sul ritardo studentesco: Docenti e tutor dovrebbero dare: a) consigli sulla metodologia di studio; b) suggerimenti per migliorare lo stile di vita; c) stimoli all’autovalutazione delle proprie difficoltà; d) inviti al ricorso ai servizi di counselling psicologico per la “gestione del fallimento”, o a interventi di terapia psicologica o ai servizi psichiatrici di secondo livello (Pietro Gallo).

III Laboratorio: Ritardo per cause di disagio sociale, culturale e scolastico: interventi di sportello studentesco

Relazioni introduttive

L’Università di oggi è un ambiente in cui gli studenti sono meno seguiti, la mole di studio è elevata, i professori giustamente poco flessibili, gli esami lunghi da preparare. Poco adatta quindi a studenti lavoratori come sono tuttora io, al mio settimo anno di Medicina. Pur rendendomi conto che le mie esperienze lavorative mi hanno resa una persona indipendente e capace di muoversi nel mondo del lavoro, gestirlo insieme allo studio non è stato semplice.

Credo quindi che sia necessario rendere sostenibile per tutti il carico di studi, anche per chi lavora. D’altronde, il primo passo, nonché il più difficile, per risolvere un problema, è ammetterne l’esistenza (Martina Cavagnero)

L’esperienza di Sapienza sul disagio sociale, culturale e scolastico si è centrata sul modo più efficace per intercettare il disagio sociale e culturale, sperimentando modelli tendenti a risolverne gli effetti sul rendimento accademico.

Sono state descritte, in estrema sintesi, due iniziative, tra le tante attualmente in corso.

La prima riguarda l’istituzione di una Mentoring Committee, operante da tre anni accademici, costituita da tre Docenti molto motivati a dialogare con gli stu-denti ed a coglierne i diversi problemi attraverso una prospettiva molto ampia, utilizzando le metodiche di tutoring, mentoring e remediation, cercando di personalizzarle sui singoli studenti, anche in collaborazione con il centro di Counselling Psicologico e con i docenti per concordare piani di recupero personalizzati.

La seconda, centrata sulla prevenzione del ritardo scolastico, riguarda il “programma orientamento in rete” (Falaschi et al., 2017), attivo da 18 anni, che fornisce risultati di successo e di allineamento efficace degli studenti soprattutto nei primi due anni di corso (Familiari et al., 2016) (Giuseppe Familiari).

Disagio scolastico: riguarda i debiti formativi che lo studente accumula quando rimane indietro con lo svol-gimento degli esami. Un peculiare debito formativo, che può incidere notevolmente al I anno di corso, è quello che deriva dalla diversa efficacia degli studi secondari. A questo si fa fronte con gli OFA (Obblighi Formativi Aggiuntivi). Questi possono essere attribuiti dai Corsi di Studio a quegli studenti che hanno superato il test d’ingresso a Medicina ma con un basso punteggio in aree tematiche quali la Biologia, la Chimica e la Matematica/ Fisica. Al termine di un corso di recupero, gli OFA si intendono assolti con il superamento della prova di profitto nella relativa area disciplinare, o in alternativa con il superamento di un test specifico.

Disagio culturale: è in genere imputabile alla difficoltà di adattamento, da parte dello studente, al contesto socio-culturale nel quale viene a situarsi, specie se fuori sede o straniero. Difficoltà ulteriori possono derivare da abusi e dipendenze. La strategia per farvi fronte parte da iniziative di supporto e indirizzo e, in particolare, dai servizi di counselling. Alla Sapienza è in elaborazione un servizio di sportello telematico che indirizza gli studenti con determinate problematiche verso servizi specifici in modo autogestito e con la possibilità di conservare l’anonimato.

Disagio socio-economico: può essere facilmente individuato grazie alla valutazione dell’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) e la principale strategia per affrontarlo è l’attribuzione di un bonus fiscale. A questo proposito, si riferiscono i risultati di uno studio condotto sui 120 studenti del IV anno di corso del polo Pontino della Sapienza. Tra gli studenti ripetenti e fuori corso, un terzo apparteneva alla fascia con ISEE ≤ 10.000 € e un ulteriore 17.6 % a quella con ISEE ≤ 20.000 €, mentre non vi erano studenti con ISEE ˃70.000 €. L’entità dell’ISEE, tuttavia, non ha mostrato correlazioni significative con il numero di esami soste-nuti. In definitiva se ne deduce che il bonus fiscale è un giusto intervento “di sistema”, che aiuta ma non risolve il ritardo studentesco, per il quale rimangono determinanti interventi di tipo pedagogico.

In conclusione, l’approccio al disagio scolastico, culturale e sociale:

  • deve essere di sistema
  • deve prevedere una precoce individuazione del pro-blema
  • deve essere integrato da interventi pedagogici mirati

(Carlo Della Rocca)

Sintesi per il debriefing di quanto emerso nel III laboratorio

Importanti indicatori di questo tipo di ritardo studentesco sono:

  • la frequenza degli studenti ripetenti/anno
  • il rapporto tra il numero di esami effettuati/numero esami attesi
  • il numero di studenti lavoratori

I metodi di rilevazione sono il monitoraggio delle carriere da parte del Consiglio di Corso di Studi, anche tramite analisi ISEE e il rilevamento dei debiti formativi (OFA).

Il disagio adattativo e relazionale può essere intercettato precocemente con analisi mirate e counselling psicologico Per il disagio scolastico sono utili tutor metodologici e una maggiore flessibilità delle date degli esami. Per gli studenti lavoratori è utile l’utilizzo di piattaforme online di recupero.

Resta comunque fondamentale un approccio precoce “di sistema”, allestendo un portale che censisca il disagio studentesco e lo indirizzi verso lo sportello più congruo (Tiziana Bellini).

IV Laboratorio: Ritardo per cause di sproporzione tra carico didattico e capacità di apprendimento: interventi pedagogici

Relazioni introduttive

La sproporzione fra carico didattico e capacità dello studente si può certo intendere come “quantità di studio eccessiva” ma anche come “qualità dell’insegnamento non adeguata”.

Il punto più critico, e su cui l’intervento durante il Laboratorio si è soffermato maggiormente, riguarda la formazione dei docenti in quanto pedagoghi. Quasi sempre, in particolare durante il triennio clinico, le lezioni sono tenute da professionisti o da giovani docenti privi della necessaria esperienza. Purtroppo, conoscere a fondo una materia non significa automaticamente possedere l’abilità di trasmetterla. Uno standard pedagogico non adeguato non può che complicare lo studio, allungando i tempi di preparazione degli esami e portando dunque al ritardo (Umberto Rosso).

Il contenimento/recupero del ritardo nel percorso di studi può essere perseguito con due tipi di intervento.

  • intervento sul carico didattico. Mentre appare difficile contrarre gli obiettivi formativi a causa del continuo progresso delle conoscenze, vi è ampio margine per una razionalizzazione nel raccordo tra obiettivi -> risultati di apprendimento attesi -> programmi di insegnamento, attraverso un uso appropriato del core curriculum nella (ri)progettazione del corso di studi.
  • Rafforzamento dell’apprendimento durante le ore di docenza.

– Il ritardo nell’avanzamento di carriera obbliga lo studente a seguire corsi per i quali non ha ancora acquisito conoscenze propedeutiche. Un oculato ricorso alla iscrizione part time (guidato da un tutor) può favorire la frequenza degli studenti in aula coerente con la loro capacità di comprendere/apprendere gli argomenti trattati.

– Investimenti sulla formazione pedagogica dei docenti consentirebbero l’adozione sistematica di modalità di insegnamento attivo che facilitino l’apprendimento in aula (maggiore efficacia delle ore di didattica in presenza del docente) (Bruno Moncharmont).

Sintesi per il debriefing di quanto emerso nel IV laboratorio

Il laboratorio ha identificato i seguenti punti per con-trastare il ritardo studentesco:

–  ridimensionamento del numero degli obiettivi formativi privilegiando l’insegnamento metodologico rispetto ai contenuti disciplinari.

– applicazione del Core Curriculum che tenga conto dei successivi anni di studio dopo la scuola di medicina, che sono ormai la regola per la maggior parte degli studenti

– ridimensionamento del numero dei docenti coinvol-ti nei vari corsi considerando che gli specialisti tendono ad allargare il numero degli obiettivi formativi.

–  una didattica per competenza che faciliti l’apprendimento in aula.

– esami adeguati, obiettivi e leali superabili con una buona preparazione alla fine di corsi altrettanto leali e con obiettivi educativi ben esplicitati

– ridimensionamento dei blocchi annuali e della propedeuticità:

– attivazione di un tutorato vero (Oliviero Riggio).

Conclusioni del Forum

Dalle relazioni presentate nei laboratori e dal dibattito finale in assemblea plenaria sono emersi due ordini di cause di ritardo studentesco:

– cause strutturali che esulano dall’ambito di intervento dei Presidenti di CLM:
Negli ultimi anni il ritardo studentesco è stato fortemente alimentato dalla graduatoria nazionale per l’accesso al CLM in Medicina che, con il suo lento scorrimento, ha portato ad immatricolazioni tardive, con conseguente ritardo nella progressione degli esami. Questa condizione è stata esasperata dall’esito di ricorsi al TAR da parte degli studenti esclusi che ha non solo accentuato i ritardi ma anche provocato un rilevante numero di abbandoni.

– cause che sfidano l’organizzazione didattica e la struttura del curriculum studiorum del CLM:
La struttura del curriculum medico dovrebbe sfron-dare gli obiettivi disciplinari (soggetti a rapida obsolescenza) e privilegiare gli obiettivi metodologici (che favoriscono il lifelong learning) e rivedere il numero di CFU assegnati ai corsi, in funzione dei reali tempi di apprendimento dello studente. Inoltre, il curriculum dovrebbe prevedere elementi di flessibilità in funzione della capacità di apprendimento degli studenti.

Vista la correlazione esistente tra basso reddito dello studente e insuccesso scolastico, occorre anche monito-rare precocemente il disagio economico dello studente.

Cruciale rimane, infine, la formazione pedagogica dei docenti, che dovrebbero essere in grado di svolgere un tutorato attivo e di cogliere il disagio emozionale degli studenti, osservandoli durante il tirocinio e stimolandoli al pensiero riflessivo (Pietro Gallo).

Bibliografia

Biasi V, Cerutti R, Mallia L, Menozzi F, Patrizi N, Violani C. (2017). (Mal)adaptive psychological functioning of students utilizing university counseling services. Frontiers in Psychology, 8, 403. DOI: 10.3389/fpsyg.2017.00403

Falaschi P, Familiari G, Longo F, Relucenti M, Eleuteri S, Volpe M, Filetti S, Vullo V, Gaudio E. (2017). Programma Orientamento in rete: http://www.uniroma1.it/didattica/orientamento/orientamentorete

Familiari G, Eleuteri S, Longo F, Ditoma C, Barbaranelli C, Falaschi P. (2016). The impact of specific preparatory courses upon academic success during Medical Degree-Course Studies at Sapienza University of Rome. AMEE Conference, Barcelona, Abstract Book, p. 86.

Menozzi F, Gizzi N, Tucci MT, Patrizi N, Mosca M. (2016). Emotional dysregulation: The clinical intervention of psychodynamic university counselling. Journal of Educational, Cultural and Psychological Studies, (14), pp. 169-182. DOI: 10.7358/ecps-2016-014-meno

Merli M, Cavaggioni G, Colosimo A, Della Rocca C, Lai E, Marceca M, enzi P, Romanelli F (2012): Motivazioni del ritardo nella Facoltà di Medicina. Analisi qualitativa e al-cune riflessioni per un tutoraggio attivo. Medicina e Chirurgia 54, 2392-2395. DOI: 10.4425/medchir2012-54-4

Monti F, Tonetti L, Ricci Bitti PE. (2014). Comparison of cognitive-behavioural therapy and psychodynamic therapy in the treatment of anxiety among university students: An effectiveness study. British Journal of Guidance & Counselling, 42(3), 233–244.

Strepparava MG, Bani M, Corrias D, Dolce R, Zorzi F, Rezzonico G. (2016). Cognitive counseling intervention: treatment effectiveness in an Italian university center. British Journal of Guidance and Counselling. 44, 4, 423-433. doi: 10.1080/03069885.2015.1110561

Strepparava MG, Bani M, Zorzi F, Mazza U, Barile F, Rezzonico G. (in stampa). Does the severity of psychopathology of Italian students receiving counseling services increase over time? A 5 year analysis and a comparison with a clinical and non-clinical sample. Clinical Psychology & Psychotherapy, DOI:10.1002/cpp.2096

Cita questo articolo

Gallo P., Bani M., Bellini T., et al, Analisi delle cause del ritardo studentesco nel CLM in Medicina, Medicina e Chirurgia, 74: 3366-3371, 2017. DOI: 10.4487/medchir2017-74-2

La Cassetta degli attrezzi del Presidente del Corso di Laurea – Il ruolo del Coordinatore di Semestren.73, 2017, pp. 3225-3228, DOI: 10.4487/medchir2017-73-4.

Abstract

The Semester Coordinator (SC) plays a crucial role in the organization and in the realization of the pedagogical project of the italian course degrees in medicine and surgery. Its presence is increasingly widespread and now more than 2/3 of the courses in Italy uses such figure. The organizational and the pedagogical actions are really intermingled and they can benefit of the utilization of several instruments. A number of these are here suggested to start filling the SC toolbox.

Key words: Semester Coordinator, Organization, Pedagogical Project, Toolbox

Parole chiave: Coordinatore di semestre, Organizzazione, Progetto Pedagogico, Cassetta degli attrezzi

Articolo

Introduzione

Il Coordinatore di Semestre (CS) è figura cruciale nell’organizzazione del Corso di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia sebbene, a livello dei CLMMC italiani, essa non sia ancora completamente consolidata. In questo senso sembra che l’intervento della Conferenza Permanente dei Presidenti di Corso di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia in termini di sensibilizzazione delle singole realtà stia portando a una progressiva diffusione della presenza del CS in tutte le sedi1, ma l’ultimo ciclo di site visit effettuato2 dimostra che, a differenza delle altre fondamentali strutture/figure organizzative, il CS non è presente ancora in quasi 1/3 dei corsi (Fig 1).

Classicamente, al Coordinatore di Semestre sono attribuiti un ruolo didattico organizzativo e un ruolo pedagogico3. Il fatto che il ruolo didattico-organizzativo del CS sia oggi particolarmente rilevante ai fini della funzionalità del CdL, è paradossalmente in sé un limite in quanto testimone dell’esistenza di semestri costruiti per mero assemblaggio di corsi tra loro separati, senza un progetto pedagogico unitario di semestre. Prova di ciò è, da una parte la difficoltà di introdurre iniziative di reale integrazione tra i corsi, quali ad esempio l’esame di semestre, e dall’altra la frequente mancanza di consapevolezza del CS di aver anche un ruolo pedagogico.

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Fig. 1

I due ruoli, nei fatti, sono inestricabilmente integrati e, se è vero che compiti organizzativi ben eseguiti facilitano di fatto l’attività pedagogica, è altrettanto vero che il CS acquista un reale ruolo pedagogico se il curriculum è stato programmato secondo un progetto che abbia individuato, per ciascun semestre, un quadro coerente di obiettivi a livello di CLM. In mancanza di un progetto pedagogico di semestre stabilito centralmente, il CS può e deve elaborare un proprio progetto da integrare in modo longitudinale, tramite il confronto con gli altri CS del CdL, all’interno del percorso formativo globale, cosa questa estremamente facilitata dalla partecipazione attiva nella CTP della quale il CS dovrebbe essere sempre membro di diritto.

Ruolo didattico-organizzativo del Coordinatore di Semestre

Il ruolo didattico-organizzativo del Coordinatore Didattico di Semestre (CS) è di notevole importanza e lo rimarrà almeno fino a quando non sarà possibile arrivare ad una integrazione dei corsi tale da far coincidere il coordinatore di semestre con il coordinatore di corso integrato (per esempio, se vi fosse un unico corso integrato a semestre con obbiettivi didattici ed esame di semestre). Di fatto, l’attuale situazione di coesistenza di un numero variabile di corsi con differenti quantità di crediti all’interno di ciascun semestre, rende indispensabile il ruolo del CS, il quale, in questo senso, rappresenta la figura di collegamento tra i Coordinatori di Corso Integrato (CCI), gli studenti del semestre e la CTP. I compiti principali del CS sono:

  • convocare i CCI e/o i docenti dei CI del semestre due volte/anno (prima dell’inizio, per organizzare e, alla fine, per verificare e valutare complessivamente il semestre);
  • definire l’orario dei singoli corsi e gli eventuali “cunei didattici” (per cuneo didattico si intende una forma organizzativa del semestre che prevede lo svolgimento dei corsi integrati non in parallelo, ma in serie, molto utile, ad esempio, quando si affrontano le patologie d’organo nelle patologie integrate o dove si ritiene opportuna una propedeuticità di apprendimento all’interno dello stesso semestre), eventualmente raccogliendo anche, in un unico orario aggiuntivo di semestre, la suddivisione in moduli interna dei singoli corsi integrati; tale orario dovrebbe essere costruito non come mero assemblaggio di diversi moduli, ma raccogliendo le risorse disciplinari su obbiettivi didattici realmente integrati, stimolando in questo senso il lavoro dei CCI;
  • organizzare in collaborazione con i CCI il calendario degli esami per evitare sovrapposizioni e nella logica di una “corsia preferenziale” rispettosa delle eventuali propedeuticità;
  • definire, ove possibile, e coordinare le prove di valutazione di semestre (esame pratico di semestre-OSCE, esame di semestre);
  • proporre alla CTP eventuali modifiche dell’organizzazione dei Corsi Integrati del semestre, sentiti i CCI e i docenti interessati;
  • proporre annualmente la conferma/nomina dei CCI alla CTP che ne investe il CCLM;
  • verificare la disponibilità dell’aula assegnata per il semestre e la presenza di tutti i supporti didattici, individuando il referente della stessa per la soluzione, in tempi reali, di ogni eventuale problema che ne possa compromettere la fruibilità;
  • curare l’organizzazione delle Attività Didattiche Professionalizzanti (ADP) del semestre e/o dell’intero corso, in collaborazione con gli altri CS o eventualmente con figure individuate “ad hoc”, (a seconda delle modalità di erogazione delle ADP scelte dal CdL) e verificarne l’effettiva esecuzione;
  • curare l’offerta delle Attività Didattiche Elettive (ADE) del semestre e/o dell’intero corso, in collaborazione con gli altri CS (a seconda delle modalità di erogazione delle ADE scelte dal CdL), precisandone le procedure d’accesso e di organizzazione (iscrizione, limiti numerici di partecipazione, tempi, valore in crediti, ecc);
  • presentare l’organizzazione del semestre agli studenti il primo giorno di lezione del semestre stesso.

Per adempiere in modo soddisfacente ai compiti descritti, il Coordinatore di semestre può, e dovrebbe, allestire e utilizzare gli strumenti indicati nella tabella 1.

Tab 1

* Organizzare un elenco aggiornato di tutti i docenti del semestre con indirizzi e-mail e telefono fisso e mobile
* Predisporre almeno le due seguenti mailing list: • Coordinatori di         Corso Integrato del semestre  + Presidente e Vicepresidente CLM • Docenti del semestre + Presidente e Vicepresidente CLM
* Essere rintracciabile nelle 24 h da docenti e rappresentanti degli studenti (via telefono o via posta elettronica)
* Curare e aggiornare l’informazione relativa alle attività del semestre tramite una bacheca fisica e una virtuale.

 

Ruolo pedagogico del Coordinatore di Semestre

Come già ricordato, non v’è dubbio che una corretta organizzazione del semestre faciliti di per sé l’attività pedagogica, ma il CS acquista un reale ruolo pedagogico qualora il curriculum sia stato programmato secondo un progetto che preveda, per ciascun semestre, il raggiungimento di obiettivi coerenti con il percorso formativo stabilito a livello centrale dal CdLM. In mancanza di ciò, è auspicabile che il CS elabori un proprio progetto che, comunque, corre il rischio di rimanere isolato se non in presenza di un’integrazione longitudinale di quanto elaborato dai singoli semestri; questo può avvenire solo tramite la partecipazione attiva dei CS nella CTP della quale, si ribadisce, sarebbe indispensabile che fossero membri di diritto.

Volendo cercare di delineare alcuni tra i principali compiti pedagogici del CS che possano essere utili alla costituzione di un reale progetto di semestre, si ritiene di potere far riferimento ai seguenti:

  • creare una comunità formativa di studenti e docenti (utilizzando piattaforme interattive tipo “Moodle”, liste di discussione, ecc) centrata sulla trasparenza del patto formativo che va sancito fin dall’inizio del semestre mediante presentazione dello stesso da parte del CS e, fin dall’inizio dei CI, mediante presentazione del Corso Integrato da parte del CCI (il CS assume il compito di verificare che questo avvenga);
  • agire affinché sia applicato il concetto fondamentale che le attività didattiche debbano essere pianificate collegialmente in funzione degli obiettivi didattici del semestre ed eseguite in modo coordinato e interdisciplinare. Agire, inoltre, affinché la preparazione dello studente sia valutata in modo pertinente ed obiettivo;
  • valutare i contenuti didattici, integrarli e disporli in una progressione di apprendimento;
  • suggerire una corsia preferenziale di esami, in funzione della progressione dell’apprendimento;
  • imparare a valutare l’efficacia dei propri interventi organizzativi e pedagogici:

– con indicatori soggettivi (i giudizi degli studenti e dei docenti);

– oggettivi: di processo (acquisizione di competenze pedagogiche da parte dei docenti, ecc) e di risultato (valutazioni formative, il progress test, il flusso degli studenti nel semestre, ecc).

Si suggeriscono nella tabella 2 alcuni strumenti utili all’assolvimento dei compiti delineati.

 

Tab 2

* Attivare liste di discussione e/o piattaforme informatiche interattive tipo “Moodle” per fare “gruppo” e scambiare notizie e opinioni in tempo reale
* Preparare e condividere modelli di presentazione (power-point, key-note) del semestre e dei corsi integrati da utilizzare all’inizio del semestre/corso per informareglistudentidell’organizzazione, degli obiettivi e dei sistemi di verifica che saranno adottati
* Allestire e condividere griglie • di comparazione degli obbiettivi didattici dei corsi integrati per facilitarne il confronto • di distribuzione e “presa in carico”, da parte dei corsi, degli obbiettivi professionalizzanti (chi cura l’erogazione delle “skills” e ne verifica l’apprendimento)
* Allestire modelli di calendari di esame che prevedano “fasce” di tempi/date dedicate per le verifiche dei singoli corsi, secondo una logica di “corsia preferenziale” rispettosa anche delle propedeuticità di apprendimento
* Elaborare i risultati delle valutazioni soggettive (questionari di valutazione degli studenti) e oggettive (progresstest; tasso di superamento degli esami di semestre) e prevedere momenti di discussione periodica collettiva

 

Considerazioni conclusive

Nello spirito della destinazione di questo breve scritto, cioè quello di far parte di una cassetta degli attrezzi utile per il lavoro pratico di chi crede che nonostante tutto si possa realmente fare “buona” didattica nei Corsi di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia italiani, lo stesso non ha la pretesa di essere esaustivo del dibattito che da anni esiste sul ruolo del Coordinatore di Semestre all’interno dei CLMMC (3). Certo è che il ruolo del CS oggi è sempre più indispensabile sia per l’organizzazione pratica dei CdL, sia per la realizzazione e l’implementazione continua del progetto pedagogico che dovrebbe essere alla base di ogni CdL. In questo senso il ruolo organizzativo e quello pedagogico del CS si intrecciano intimamente e il primo funge da facilitatore per l’attuazione e l’efficacia del secondo. Negli ultimi dieci anni, inoltre, probabilmente anche grazie al lavoro della CPPCLMMC, la figura del CS si è consolidata e oggi si può giovare anche di strumenti, se non completamente nuovi, certamente ormai capillarmente diffusi e migliorati (informatizzazione di dati relativi alle carriere degli studenti e loro fruibilità, informatizzazione della raccolta delle opinioni degli studenti e conseguente maggior disponibilità dei dati e facilità di elaborazione, disponibilità di piattaforme informatiche interattive semplici e intuitive da utilizzare, adozione del progress test in tutti i CdL italiani, ecc). Tali strumenti non devono rimanere inutilizzati, ma vanno sfruttati al massimo delle loro potenzialità. Tutto ciò costa fatica e poiché il CS, a fronte del molto lavoro che svolge, gode di scarsa visibilità, non è difficile che tale figura possa soffrire di difficoltà “motivazionali”. In tal senso è indispensabile che il ruolo del CS sia valorizzato, valutato e gratificato per le attività più efficaci nell’ambito di un sistema di valutazione dell’attività didattica della cui necessità, finalmente, sembra esserci sempre più consapevolezza.

Bibliografia

1) Della Rocca C., Lenzi A., Dossier: Il progetto site visit. L’esperienza di dieci anni di lavoro, Medicina e Chirurgia, 2016; 69: 3138-3149. DOI:10.4487/medchir2016-69-4

2) Della Rocca C., Lenzi A., On site visit 20042014. Risultati del primo esercizio del secondo ciclo, Medicina e Chirurgia, 2015; 68: 3094-3104. DOI: 10.4487/medchir2015-68-4

3) Gallo P., Binetti P., Della Rocca C., Familiari G., Maroder M., Valanzano V. e Vettore L. (Gruppo di Studio Innovazione Pedagogica della Conferenza Permanentedei Presidenti di CLM in Medicina) con il contributo di Attili A., Basili S., Consorti F., d’Amati G. e Fantoni A. Il ruolo didattico e pedagogico del Coordinatore di CorsoIntegrato e di Semestre, 2006; 35: 1454-1458. DOI: 10.4487/medchir2006-35-4

Ringraziamenti

Si ringrazia la Dott.ssa Maria Carmen Mazzitelli per la rilettura critica del testo.

Cita questo articolo

Della Rocca C., Angeloni A., Calogero A., Del Ben M., Familiari G., Merli M., Riggio O., Gallo P., La Cassetta degli attrezzi del Presidente del Corso di Laurea – Il ruolo del Coordinatore di Semestre, Medicina e Chirurgia, 73: 3325-3328, 2017. DOI:  10.4487/medchir2017-73-4

Formazione pedagogica continua nei Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia italianin.68, 2015, pp. 3105-3108, DOI: 10.4487/medchir2015-68-5

Abstract

One of the strategic aims of the Italian Permanent Conference of the Presidents of the Undergraduate Curricula in Medicine is the continuous education of its members and, through them, of all the teachers who are engaged in the Undergraduate Curricula in Medicine.

The need for teachers’ continuous education comes from the growing understanding of students’ learning modalities and from the fast changes in the setting of medical care.

The first and most immediate recipients of the Conference educational strategy are the Conference members, i.e. the Presidents of the Undergraduate Curricula, but their formation is intended to reach the teams of educators present in the single curricula. The goal is to promote educationally grounded teaching strategies. In the different curricula, the task of ‘teaching to teach’ is assigned to Committees that are alternatively focused on teaching organization or on medical education. In both these types of committee the active presence of students is strongly recommended.

The Educational Innovation Working Group employs two main tools in order to carry out its continuous education strategy: i) educational events during the Conference meetings; and ii) the spur and support to the development of specific Medical Education Committees in the various curricula.

Educational events are lectures (given in one-day meetings) and workshops and forums (held in two-day meetings). The difference between the format of workshops and forums is that former are lead by medical education experts and the latter by the Presidents themselves, who report on their actual experiences and projects.

The proposed goals of the ideal Medical Education Committee are the formation of both teachers and teaching organizers; the promotion of continuous improvement of an educationally grounded teaching; and the advancement of both teaching excellence and research in medical education.

Articolo

Premesse

Tra gli obiettivi strategici della Conferenza Permanente dei Presidenti di Corso di Laurea Magistrale in Medicina (CPPCCLM) c’è la formazione pedagogica continua dei Presidenti di CLM e, tramite questi, di tutti i docenti dei CLM Italiani.

In effetti, le Facoltà di Medicina Italiane si caratterizzano da decenni1 per un’attenzione agli sviluppi della pedagogia medica, e l’approvazione di numerose riforme dell’ordinamento del Corso di Laurea in Medicina testimoniano la ricerca continua di strumenti aggiornati e sempre più efficaci per la formazione del medico.2

Oltre ad una maggiore comprensione delle modalità di apprendimento dello studente universitario, è il rapido cambiamento del mondo delle cure a imporre una revisione continua del curriculum degli studi e, di conseguenza, un aggiornamento continuo dei formatori. Dent e Harden3 hanno recentemente elencato una lista di tematiche che richiedono di essere affrontate in modo prioritario:

– Formazione orientata in base al risultato: di che tipo di medico c’è bisogno oggi?

– Valutazione del rapporto costo-efficacia: quale tipo di curriculum possiamo sviluppare con le risorse che abbiamo?

– Nuove tecnologie di apprendimento: quali cambiamenti impongono?

– Scelta di strategie formative: qual è la migliore?

– Valutazione dell’apprendimento: quali sono gli strumenti migliori?

– Staff development e professionalism: possiamo ancora tollerare un approccio amatoriale alla docenza nella facoltà di Medicina?

– Best evidence medical education: siamo in grado di giustificare le nostre strategie educative?

– Medicina sul territorio: come integrare nell’insegnamento nel CLM in Medicina l’attività professionalizzante nel nosocomio e nel territorio?

La CPPCCLM, con il supporto costante della Società Italiana di Pedagogia Medica (SIPeM), si sente impegnata a rispondere a questi interrogativi e svolge un’attività ininterrotta di formazione rivolta a interlocutori differenti, con l’impiego di metodi e strategie diversificate.

Destinatari

Evidentemente, gli interlocutori diretti della CPPCCLM sono i Presidenti di CLM in Medicina, ma la conferenza ha inteso estendere il suo compito di aggiornamento pedagogico all’intero sistema educativo universitario della facoltà medica, con ricadute diversificate.

Destinatari: i Presidenti di Corso di Laurea

La Conferenza ha inteso svolgere la sua attività di formazione pedagogica dei Presidenti di CLM in primo luogo nell’ambito delle sue riunioni periodiche: quattro all’anno, due della durata di un giorno, centralizzate a Roma, e due della durata di due giorni, itineranti nelle differenti Sedi Italiane. Strumento essenziale di questa formazione è stato il Gruppo di Lavoro Innovazione Pedagogica, che è al momento composto da alcuni Presidenti in carica (Isabella Barajon, Milano Humanitas; Tiziana Bellini, Ferrara; Carlo Della Rocca, Roma Sapienza; Davide Festi, Bologna; Giuseppe Familiari, Roma Sapienza; Bruno Moncharmont, Molise; Oliviero Riggio, Roma Sapienza e Maurizia Valli, Pavia) nonché da alcuni esperti di Pedagogia Medica (Fabrizio Consorti, SIPeM; Pietro Gallo, Roma Sapienza; Laura Recchia, Molise; Felice Sperandeo, SISM; Maria Grazia Strepparava, Milano Bicocca e Rosa Valanzano, Firenze), scelti tra ex presidenti di CLM e autorevoli membri della SIPeM e del SISM.4

Il Gruppo di lavoro ha organizzato una lunga serie di eventi pedagogici che si svolgono nelle riunioni della Conferenza: brevi lectures (le pillole pedagogiche) nelle riunioni di un solo giorno, ed eventi più strutturati (con il formato dell’atelier o del forum) nelle riunioni di due giorni. Sono state messe a punto delle “trilogie” (una pillola introduttiva, un atelier e un forum) su tematiche di attualità: l’attività didattica professionalizzante; didattica e valutazione integrata; etica della docenza; l’integrazione nel territorio del sistema delle cure; verso una laurea professionalizzante; formazione dei docenti, dei tutor e degli studenti alla leadership e al lavoro di gruppo. Come è evidente, non siamo distanti dagli obiettivi formativi individuati come prioritari da Dent e Harden.3 Oltre ad affrontare queste tematiche, il Gruppo di Lavoro ha periodicamente organizzato un atelier formativo su tematiche “di base” del lavoro del Presidente di CLM in Medicina, intitolato il ruolo del Presidente di Corso di Laurea in Medicina.5 Si tratta di un evento formativo destinato in particolare alla “formazione iniziale” dei Presidenti appena eletti.

Destinatari: i Formatori

L’attività formativa del Gruppo di Lavoro Innovazione Pedagogica della CPPCCLM non può estendersi direttamente a tutti i docenti dei CLM in Medicina e deve quindi concentrarsi sulla formazione dei formatori. Ma ciò solleva la questione di chi possa essere incluso nel novero dei formatori nei nostri Corsi di Laurea.

La risposta più ovvia è che il compito di informare, formare e motivare il corpo docente spetta in primo luogo ai Presidenti di CLM ma è altrettanto evidente che questi, nello loro rispettive realtà, devono poi creare e formare una “squadra” di formatori.

L’attività di animazione di un CLM si svolge in due ambiti distinti anche se interconnessi: l’organizzazione della didattica e la promozione delle attività pedagogiche. In realtà, la migliore attività organizzativa è quella pedagogicamente fondata, per cui nessuno dei due ambiti sussiste senza l’altro. Se l’attenzione del Presidente si concentra maggiormente sulle attività organizzative, i formatori saranno per lui i Coordinatori Didattici (di anno o di semestre),6 che devono dare la coerenza di un progetto unitario alla struttura didattica del Corso. Se, al contrario, il centro del progetto formativo del Presidente è rivolto alla pedagogia medica, allora i formatori saranno i cultori di pedagogia medica che riuscirà a coinvolgere. Una soluzione di compromesso sta nell’investire del compito della formazione dei docenti la Commissione Tecnica di Programmazione didattico-pedagogica (CTP).7 La CTP ha inscritto nel nome che porta una duplice finalità formativa, didattica e pedagogica, ma la lezione delle on site visit ci dice che la composizione della CTP nei CLM Italiani è molto variabile. In molte Sedi la CTP è costituita, per intero o in gran parte, dai Coordinatori Didattici di semestre/anno e ciò rafforza il ruolo di formatore del Coordinatore Didattico. In altre Sedi, invece, la CTP si configura di più come una sorta di Consiglio del Presidente e, in questo caso, è più usuale trovarvi dei pedagogisti. Un elemento comune alle varie tipologie di CTP è poi la presenza di rappresentanti degli studenti e ciò apre una riflessione, abbastanza inedita nel nostro Paese, su come gli studenti possano essere non solo oggetto ma anche soggetto di formazione pedagogica. Nell’esperienza di chi scrive, la presenza di studenti nelle istanze preposte alla formazione nei CLM in Medicina è una risorsa preziosa, se non altro per fare quella analisi dei bisogni formativi che dovrebbe essere alla base di ogni intervento pedagogico. Questa presenza studentesca rappresenta anche un’eccellente strategia di formazione pedagogica remota dei futuri docenti.

I Presidenti più avvertiti sul piano pedagogico si avvalgono, per la formazione dei docenti, di una struttura specifica, quale la Commissione Medical Education (CME).8 A questa si farà riferimento più avanti.

In conclusione, la CPPCCLM non può evidentemente assumersi compiti di formazione dei formatori all’interno dei numerosi CLM Italiani, ma promuove questa formazione, tramite i Presidenti, suggerendo strategie ed illustrando, in appositi eventi pedagogici, il ruolo formativo che dovrebbe essere svolto dai Singoli Coordinatori Didattici, dalle CTP e dalle CME.

Destinatari: gli Operatori (Docenti e Tutori)

Come detto finora, la CPPCCLM non può svolgere un’attività formativa diretta a beneficio dei docenti dei CLM in Medicina. Il Gruppo di Lavoro Innovazione Pedagogica cerca di promuovere questo necessario compito formativo fornendo ai Presidenti elementi-chiave sulle caratteristiche della docenza, in termini di insegnamento/apprendimento e di valutazione dell’apprendimento. L’ultima trilogia ad essere stata programmata (formazione dei docenti, dei tutor e degli studenti alla leadership e al lavoro di gruppo) mira ad affrontare, tra l’altro, l’attualissimo tema dello staff development che ha oggi un ruolo cruciale nella promozione della didattica nei CLM in Medicina.9 Il recente riassetto organizzativo dell’Università Italiana, con la valorizzazione dei compiti didattici dei Dipartimenti a scapito delle Facoltà (o Scuole) ha avuto un impatto assai negativo sull’area medica, dove ha limitato il compito di raccordo tra i diversi Corsi di Laurea assegnato alle Facoltà senza dare una maggiore autonomia decisionale e una adeguata struttura organizzativa ai Presidenti di Corso di Laurea. È invece evidente che lo sviluppo della mission specifica di un CLM in Medicina passa attraverso la capacità del Presidente di reclutare i docenti in base ai bisogni formativi e al progetto pedagogico che si intende portare avanti.

Il Gruppo di Lavoro Innovazione Pedagogica si è inoltre speso per ribadire la necessità di una formazione differenziata e specifica dei docenti a seconda che essi svolgano un’attività didattica frontale o tutoriale a piccoli gruppi, o che insegnino nelle scienze di base o siano impegnati, invece, in attività didattiche professionalizzanti.10-12

Strumenti

Il Gruppo di Lavoro Innovazione Pedagogica si è avvalso sostanzialmente di due strumenti per portare avanti le sue iniziative: l’organizzazione di eventi pedagogici per le riunioni della CPPCCLM e un’opera di promozione affinché le Sedi si dotino di proprie istanze di formazione continua dei docenti: le Commissioni Medical Education (CME).

Strumenti: eventi pedagogici nelle riunioni della Conferenza

Come detto, la CPPCCLM ha sempre considerato la formazione pedagogica continua dei suoi membri un obiettivo prioritario e strategico. Per questo motivo, ogni riunione della Conferenza include nel suo programma un evento pedagogico, di taglio proporzionato alla durata della riunione.

Nelle riunioni di un solo giorno, l’evento pedagogico si è limitato, di regola, ad una lecture (la pillola pedagogica) tenuta da un membro del Gruppo di lavoro o da un qualificato esperto esterno, come Stefano Semplici (Etica e Salute Globale) o Maria Grazia De Marinis (L’interprofessionalità come risposta unitaria e globale ai problemi di salute: obiettivi, metodologie e contesti formativi). Negli ultimi anni, lo scopo della pillola è stato quello di introdurre il tema di una nuova trilogia.

Nelle riunioni di due giorni, l’evento pedagogico è consistito, di regola, in un miniatelier o in forum. Il formato di base è analogo: si tratta di un evento della durata di tre ore, che esordisce con una presentazione del tema generale e di quelli particolari dei laboratori paralleli, prosegue nella conduzione di 4 laboratori su argomenti complementari, e si conclude con un debriefing di restituzione in plenaria. Ciò che distingue il miniatelier dal forum è la tipologia del conduttore che anima i laboratori: nel primo caso a introdurre il tema del laboratorio è un esperto di pedagogia medica, mentre nel secondo caso si tratta di uno o più presidenti di CLM, con il compito di esporre la propria esperienza concreta, maturata sul campo. Questa differenza di formato è strategica, perché il Presidente che partecipa al laboratorio vive non di rado l’esperto come estraneo alla propria realtà concreta, e parte dall’assunto che la sua proposta sia poco realizzabile. Questa remora cade, invece, quando a presentare la propria esperienza è un altro Presidente che vive, a sua volta, le sue stesse difficoltà e contraddizioni.

Strumenti: la Commissione Medical Education

Il Gruppo di Lavoro Innovazione Pedagogica ha sempre svolto un’azione di promozione affinché le Sedi si dotino, eventualmente unendo le forze con la creazione di consorzi tra Università territorialmente vicine, di strutture dedicate alla formazione pedagogica.8 In tal senso, le finalità di una CME sono state illustrate in Conferenza tramite specifiche pillole pedagogiche e, recentemente, con il dedicare all’argomento uno dei laboratori dell’ultimo atelier “di base” (Il ruolo del Presidente di Corso di Laurea in Medicina, Portonovo di Ancona, 25 Settembre 2015).

Nella riflessione di chi scrive, una CME dovrebbe darsi quattro obiettivi prioritari:

– formare gli operatori (i docenti del CL)

– formare i formatori (gli organizzatori della didattica)

– promuovere il miglioramento continuo della didattica (pedagogicamente fondato)

– promuovere la valorizzazione della competenza didattica dei docenti e la ricerca scientifica in Pedagogia Medica (anche attingendo al contributo di altre facoltà, come Scienze della Formazione o Psicologia)

Un dibattito ancora aperto è quello sui destinatari ideali della attività formative di una CME. In un modello ad extra, la CME dovrebbe rivolgersi a tutti i cultori di formazione sanitaria presenti sul territorio, e quindi non solo ai docenti della facoltà di Medicina. In questo modo la CME potrebbe prescindere dai finanziamenti dell’Ateneo, autofinanziandosi con le proprie iniziative. Un altro vantaggio sarebbe quello di di collocare l’Università al centro della rete formativa dei professionisti della salute. Questo modello organizzativo sembra essersi pienamente imposto, finora, nella sola Università di Genova.

In un modello ad intra, la CME concentra la sua attività sulla Facoltà/Scuola di Medicina e, quindi, sui CL di Medicina, di Odontoiatria e delle Professioni Sanitarie. In questa seconda modalità organizzativa, l’azione della CME si rivolge agli organizzatori della didattica (formazione dei formatori destinata al Presidente del CL, ai Coordinatori di Semestre/Anno e a quelli di Corso Integrato); a tutti i docenti del CL (miglioramento continuo della didattica); ai futuri docenti del CL (organizzando dei corsi di abilitazione all’insegnamento universitario); ai futuri ricercatori nel campo della Pedagogia Medica (da formare mediante interazioni con le scienze della formazione).

Nel modello ad intra, gli obiettivi formativi specifici della CME dovrebbero essere:

– insegnare a insegnare, ovvero come fare:

– lezioni frontali;

– didattica a piccoli gruppi, professionalizzante o meno;

– la verifica dell’apprendimento, ecc;

ma anche:

– insegnare a organizzare la didattica, ovvero:

– pianificare il curriculum

– pianificare e organizzare un semestre integrato (possibilmente con il relativo esame di semestre)

– pianificare ed eseguire un corso integrato (con le relative prove di valutazione), ecc.

Evidentemente, tanto più una CME farà proprie le metodologie della best evidence medical education e saprà promuovere attività di ricerca pedagogica applicata alla medicina, quanto più la sua attività formativa risulterà efficace.

Infine, una CME “dedicata” a uno o più CL dovrebbe essere in grado di organizzare eventi formativi rivolti al coinvolgimento dei docenti nella risoluzione, pedagogicamente fondata, di problemi formativi specifici. In questo senso, la CME può validamente collaborare con la CTP, al servizio della vision del Presidente, per elaborare la mission del CL e per tradurla in obiettivi formativi.

Bibliografia

1) Frati L, Gallo P, Lenzi A, De Antoni E, Maroder M, Gaudio E: L’applicazione a Medicina del nuovo Ordinamento didattico, punto di arrivo di un processo di lunga data e punto di partenza per nuove sperimentazioni didattiche. Med. Chir. 31: 1200-1203, 2006.

2) Snelgrove H, Familiari G, Gallo P, Gaudio E, Lenzi A, Ziparo V, Frati L: The challenge of reform: 10 years of curricula change in Italian medical schools. Med. Teach. 31(12): 1047-1055, 2009; doi: 10.3109/01421590903178506; PMID: 19995166

3) Dent JA, Harden RM: New horizons in medical education. In: Dent JA, Harden RM (ed): A practical guide for medical teachers. Churchill Livingstone, Edinburgh, 2009.

4) Gallo P: Innovazione pedagogica. Finalità, obiettivi e attività del Gruppo di Lavoro “Innovazione Pedagogica” della CPPCCLM. Med. Chir. 67: 3045-3046, 2015.

5) Gallo P, Basili S, Caiaffa MF, Consorti F, Della Rocca C, Demelia L, Familiari G, Furlan PM, Moncharmont B, Montagna L, Scarone S, Valanzano R: Il ruolo organizzativo e pedagogico del Presidente di Corso di Laurea Magistrale in Medicina. Med. Chir. 60: 2683-2698, 2013.

6) Gallo P, Binetti P, Della Rocca C, Familiari G, Maroder M, Valanzano R, Vettore L, Attili A, Basili S, Consorti F, d’Amati G, Fantoni A: Il ruolo didattico e pedagogico del Coordinatore di Corso Integrato e di Semestre. Med. Chir. 35: 1454-1458, 2006.

7) Gallo P, Binetti P, Della Rocca C, Familiari G, Maroder M, Valanzano R, Vettore L: Finalità, composizione e modalità di lavoro della Commissione Tecnica di Programmazione didattico-pedagogica. Med. Chir. 33: 1337-1340, 2006.

8) Gallo P, Binetti P, Cittadini A, Della Rocca C, Familiari G, Valanzano R, Vettore L: Finalità, fattibilità, composizione e compiti di una Commissione Medical Education di Corso di Laurea. Med Chir 36: 1494-1497, 2007.

9) Steinert Y: Staff development. In: Dent JA, Harden RM (ed): A practical guide for medical teachers. Churchill Livingstone, Edinburgh, 2009.

10) Casacchia M, Consorti F, Della Rocca C, Familiari G, Gallo P, Maganza C, Riggio O, Vago G, Valanzano R, Vettore L: Le attività didattiche professionalizzanti. Med Chir 47: 2058-2063, 2009

11) Vettore L, Gallo P, Casacchia M, Consorti F, Della Rocca C, Familiari G, Maganza C, Porro CA, Riggio O, Vago G, Valanzano R, Vantini I e gli altri componenti della Commissione per l’innovazione pedagogica della CPPCDLMMCh: Sulle attività didattiche professionalizzanti. Med Chir 49: 2137-2142, 2010

12) Gallo P, Casoli G, Consorti F, Della Rocca C, Familiari G, Guelfi MR, Guicciardi S, Leopardi E, Lubrano R, Masoni M, Moja EA, Nicolazzi M, Riggio O, Sperandeo F, Valanzano R Vivalda I: Verso una laurea professionalizzante. 1°. Acquisizione delle competenze professionali. Med. Chir. 62: 2797-2804, 2014

Cita questo articolo

Gallo P., Formazione pedagogica continua nei Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia italiani, Medicina e Chirurgia, 68: 3105-3108, 2015. DOI:  10.4487/medchir2015-68-5

Verso una Laurea professionalizzante. Certificazione delle Competenze professionalin.65, 2015, pp.2931-2941, DOI: 10.4487/medchir2015-65-3

Abstract

The assessment of clinical competency in undergraduate students is a complex task, which is preferably achieved by assessing a mix of components of the whole construct of competency. The latter in fact can only be assessed through the direct observation of physicians on the job.

If we frame the process of evaluation with the Kirkpatrick model, we can consider testing of self-efficacy of students as level 1 of the model, the ability of clinical problem solving in written of simulated clinical scenarios as levels 2 and 3 (immediate learning and persistence). A level 4 evaluation could only be achieved through on the job observation or through outcomes indicators at the level of population or career development. In this framework, key features problems, OSCE, mini-CEX and multi-source feedback are the most suitable methods of assessment.

During the workshop, these principles were embedded in four exercises of educational design, in which participants – divided in 4 small groups – identified two competencies relevant for different terms of the Italian medical curriculum and drafted examples of appropriate methods of assessment for those competencies.

Articolo

Introduzione: come valutare le competenze

Fabrizio Consorti (SIPeM e Roma Sapienza “C”)

A conclusione del percorso intrapreso durante tutto il 2014, nel quale abbiamo approfondito il concetto di competenza professionale e abbiamo riflettuto su come si potesse applicare in maniera realistica nei nostri corsi di laurea, in questo articolo introduttivo all’inserto speciale sull’atelier tenuto ad Alghero mi propongo di discutere come si possano valutare le competenze.

Ricordiamo che per competenza clinica intendiamo “l’abitudine all’uso giudizioso di conoscenze, ragionamento clinico, abilità tecniche, capacità comunicative, emozioni e valori da ripensare continuamente nella pratica quotidiana per il beneficio dell’individuo e della comunità di cui ci si occupa”, secondo la traduzione fatta nel Manifesto della SIPeM di una classica definizione di letteratura1. In questa definizione dobbiamo sottolineare come la competenza risieda soprattutto nella capacità di “usare”, in maniera fondata su giudizio critico, una serie di contenuti (conoscenze, abilità, …) per risolvere problemi professionali specifici. In questo senso la competenza non è direttamente valutabile negli studenti, che per definizione non possono essere assoggettati alla risoluzione reale di veri problemi clinici, altrimenti sarebbero già medici abilitati. Come vedremo più avanti, il costrutto di competenza clinica può essere osservato solo in un medico che lavora realmente e anche così è difficile coglierlo nella sua interezza ai fini valutativi. Questa obiezione introduce un concetto fondamentale: non esiste un modello assoluto di valutazione di efficacia di un intervento formativo, ma ogni valutazione è valida all’interno di un sistema di regole, limiti e condizioni. Se nell’ambito generale della valutazione ci si volge poi alla misura dell’effetto, si aggiunge anche l’imperfezione intrinseca di qualsiasi strumento di misura, ma questo ultimo aspetto non verrà considerato in questo articolo.

Uno dei modelli di valutazione di efficacia degli effetti di un intervento formativo  più diffusi nella letteratura internazionale – e non solo di medical education – è stato proposto da Donald Kirkpatrick2.

Il modello di Kirkpatrick prevede 4 livelli di valutazione:

1 – valutazione della reazione che i discenti hanno avuto al corso: lo strumento tipico di misura per questo livello è il questionario di gradimento. Non c’è necessariamente una correlazione fra il gradimento percepito ed espresso e il fatto che i discenti abbiano appreso, ma il gradimento viene comunque considerato un elemento positivo di apprendimento;

2 – valutazione dell’apprendimento in senso stretto: viene eseguita con tutto l’armamentario di metodi strutturati per la misura delle conoscenze teoriche, delle abilità pratiche e degli atteggiamenti (quiz e altri test scritti, prove pratiche e questionari);

3 – valutazione del trasferimento: in questo livello si valuta la persistenza a distanza di tempo di quanto appreso, cioè quanto il processo di formazione abbia prodotto costrutti che si sono stabilmente trasferiti nel comportamento e negli atteggiamenti del discente. Si tratta in sostanza di ripetere le stesse valutazioni del livello precedente a distanza di tempo;

4 – valutazione di impatto: soprattutto nella logica di una formazione professionale o aziendale, questo livello valuta gli eventuali cambiamenti intervenuti nelle prassi o nei risultati produttivi a seguito dell’intervento di formazione.

Se applichiamo questi livelli ad una valutazione orientata alle competenze, possiamo esprimerli nel modo seguente:

1 – valutazione della reazione: in questo caso più che la reazione di gradimento del corso ci interessa la reazione in termini di percezione di competenza conseguita. Ciò viene espresso come auto-valutazione della sicurezza con cui si affrontano certi compiti professionali. Il termine usato in letteratura internazionale è self-efficacy e in [3] è mostrato un esempio;

2 – valutazione dell’apprendimento: in questo caso sarà necessario usare strumenti di valutazione della “capacità di usare”, applicabili specificamente alle conoscenze (come ad esempio la soluzione di problemi diagnostici o terapeutici), alle abilità e agli atteggiamenti (attraverso simulazioni di atti o l’osservazione in contesti reali o realistici): simulazione/osservazione in contesti reali o realistici);

3 – valutazione del trasferimento: in questo livello si valuterà la persistenza a distanza ripetendo le stesse valutazioni del livello precedente a distanza di tempo o osservando il comportamento nel periodo successivo alla formazione;

4 – valutazione di impatto: a questo livello la misura è molto più difficile, anche se sarebbe la valutazione decisiva per giudicare dell’efficacia di un intervento formativo. Si tratta infatti di dimostrare un impatto sulla salute e/o sui costi e/o sulla qualità del lavoro.

Esamineremo ora nei dettagli alcuni metodi congruenti a fornire misure per aspetti correlati con la competenza, ai livelli due e tre del modello di Kirkpatrick.

a. valutazione dell’uso delle conoscenze

Sono coerenti con questo scopo le domande a scelta multipla in cui si chiede di decidere di fronte ad una condizione clinica, come nei  seguenti esempi di schemi di domande.

Un (descrizione del paziente) ha (dati anamnestici) e sta assumendo (farmaci). Quale dei suoi farmaci è la causa più probabile di (rilievo anamnestico, dato dell’es. obiettivo o di laboratorio)?

Un (descrizione del paziente) ha (rilievi anormali). Quali ulteriori dati clinici aiuterebbero a discriminare fra la (diagnosi1) e la (diagnosi 2)?

Una lista completa di formati idonei per domande a scelta multipla ad impostazione clinica può essere trovata in4.

I “test delle caratteristiche principali” (key feature problem – KFP) sono tipi di test a domande basati su casi clinici, in cui a sezioni narrative si alternano le sezioni con le domande. Le sezioni narrative espongono i dati del problema (anamnesi, esame obiettivo, risultati di esami diagnostici, terapie e loro esiti), mentre le sezioni con le domande esplorano la conoscenza che il discente ha delle azioni o scelte fondamentali da fare nella circostanza illustrata, come snodi critici del processo decisionale. A differenza delle domande a scelta multipla, i KFPs possono ammettere più di una risposta corretta per gruppo di domande e anche risposte aperte brevi5.

Da ultimo, anche stazioni di Objective Structured Clinical Examination (OSCE)6 in cui si richieda l’interpretazione di referti o di risultati di esami sono adatte alla valutazione di competenza, come nei seguenti esempi:

– osserva questo tracciato ECG di un <descrizione del paziente>, descrivine il ritmo, la frequenza, l’orientamento dell’asse, onde e intervalli  e suggerisci una diagnosi elettrocardiografica

–  un <descrizione del paziente>  ha questa batteria di esami di laboratorio: suggerisci una possibile condizione patologica correlata.

– orienta e osserva questa radiografia standard AP del torace di un <descrizione del paziente>, descrivi l’alterazione morfologica presente e suggerisci una possibile condizione patologica.

b. valutazione dell’uso delle abilità pratiche e degli atteggiamenti

Sono coerenti con questo scopo stazioni di OSCE basate sull’interazione con manichini avanzati o pazienti simulati, come ad es.:

– BLS-D o ALS in scenari clinici di emergenza medica

– manovre (misura della pressione, prelievo venoso)  nel contesto di visita ambulatoriale

– raccolta dell’anamnesi anamnesi, spiegazioni o prescrizioni a un paziente simulato

In queste situazioni può essere valutata la capacità tecnica (manovre di rianimazione cardio-polmonare), ma contestualmente anche la capacità di comunicazione e di lavoro in team. In effetti sono prove realistiche, in cui più ci si avvicina a quelle situazioni reali che sarebbero l’unico vero banco di misura della competenza clinica.

Va in questo senso la tecnica di valutazione denominata mini-CEX7, in cui un incontro con un paziente vero viene valutato da un osservatore. Se al feed-back dell’osservatore-valutatore si aggiungono anche quelli del paziente, di altri discenti presenti alla performance e magari di altri componenti del personale di cura, si parla allora di Multi-Source Feed-back (MSF)8. Quest’ultimo metodo può essere considerato utile nelle situazioni di tirocinio abilitante. Le figure 1 e 2 mostrano esempi di schede di valutazione per il mini-CEX e per il MSF.

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Rimane un ultimo punto da discutere, che ci rimanda all’argomento della congruità, fondamentale quando si parla di valutazione. Innanzi tutto, come già detto, i metodi di valutazione devono essere congruenti col tipo di costrutto che si vuol valutare e misurare. Inoltre, affinché sia possibile valutare in maniera valida gli elementi della competenza clinica, è indispensabile che gli studenti abbiano seguito un percorso di insegnamento/apprendimento orientato alla risoluzione di problemi e con ampio ricorso alle simulazioni. Non si vuol certo negare l’importanza della didattica frontale, specie per l’insegnamento dei fondamenti, ma le conoscenze teoriche e nosografiche costituiscono solo il materiale con cui viene poi costruita la competenza. Questo processo di costruzione passa attraverso l’impegno attivo degli studenti, cimentati con compiti di difficoltà crescente, nella soluzione di problemi clinici su carta o con pazienti virtuali in ambiente elettronico9,10 e con simulazioni sia basate su manichini che su pazienti simulati11. Da ultimo, la valutazione delle ancora acerbe competenze di gestione relazionale e clinica dei pazienti potrà essere valutato “on the job” solo consentendo un periodo congruo di pratica clinica, con compiti di crescente autonomia, pur nei limiti di ciò che uno studente può fare in ossequio alla legge. E’ questa l’ultima sfida in vista di un esame laurea abilitante, insieme alla formazione di tutor efficaci sia come sostegno formativo che come valutatori.

Laboratorio No. 1

Tema: Quali competenze nel I biennio di Medicina, e come si valutano
Esperto: Giuseppe Familiari (Roma Sapienza “S. Andrea”)
Moderatore: Maurizia Valli

Partecipanti: Vittorio Locatelli, Maria Filomena Caiaffa, Tiziana Bellini, Mauro Tognon, Francesco Balata.

Mandato per i Laboratori: I partecipanti di ciascun laboratorio definiscano il contenuto delle competenze trattate nel loro laboratorio in termini di conoscenze, abilità e atteggiamenti. Propongano come valutare le competenze nel loro complesso

Dall’Elenco delle competenze TUNING:

1. Comunicare con i pazienti;

2. Definire e portare a compimento un’appropriata ricerca sulla letteratura.

Perché queste due competenze nel primo biennio

La realtà della formazione in Medicina e Chirurgia in Italia ha visto applicare un approccio, in molti Corsi di Laurea tra cui Sapienza Università di Roma, un profilo di tipo biomedico-psico sociale, che prevede anche l’early clinical contact nei primi due anni di corso; in questo ambito la competenza del comunicare con i pazienti, pur se squisitamente di tipo verticale, assume una importanza di tipo strategico anche nel primo biennio del corso di laurea (Familiari, 2000; Familiari et al., 2001, 2006, 2013; Torsoli et al., 2000; Snelgrove et al., 2009).

Inoltre, nei primi due anni di corso, le discipline di base sono generalmente apprese attraverso il progresso della ricerca scientifica e, in diversi Corsi di Laurea, sono presenti diverse esperienze che possono identificare l’acquisizione di una competenza importante quale quella del definire e portare a compimento un’appropriata ricerca sulla letteratura (Relucenti et al., 2014).

Non deve essere infine dimenticata l’importanza della dimensione internazionale della nostra formazione del medico, e l’importanza che, in questo ambito, possano avere linee guida accreditate a livello internazionale (Familiari, 2013; Familiari et al., 2013; Familiari e Consorti, 2013; Consorti, 2014)

Comunicare con i pazienti

Nell’elenco delle competenze TUNING, quella denominata “comunicare con i pazienti” è la prima del secondo livello in un quadro molto complesso che prevede, come competenza generale di primo livello, quella in cui i: “Graduates in medicine will have the ability to communicate effectively in a medical context”. 

Le competenze correlate di secondo livello sono rappresentate da un elenco analitico che richiede un percorso verticale nell’intero corso di medicina per l’acquisizione completa (tabella 1).

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Tabella 1

Su questo argomento, vi è stata una prima consultazione per capire se questo tema, così specialistico in apparenza, fosse adatto in un primo biennio affollato di materie di base, il cui ruolo, almeno per alcune come chimica e fisica non é spesso compreso dagli studenti nella loro importanza per la costruzione delle basi metodologiche del ragionamento scientifico. Il risultato del primo giro di consultazione é stato che bisogna far comprendere che le scienze di base sono fondamentali per la formazione medica e che quindi devono essere strettamente insegnate in modo finalizzato alla formazione clinica. Una prima conclusione di tipo generale è quella che, già dal primo anno di corso, un insegnamento finalizzato con la presentazione di aspetti clinici potrebbe contribuire all’acquisizione di un linguaggio corretto da parte degli studenti; acquisizione precoce che è stata ritenuta indispensabile come base per una buona comunicazione interpersonale.

Sempre dalla discussione del gruppo di lavoro è emerso come, in molti Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia italiani, ci siano, nei primi anni di corso, corsi integrati di Metodologia Medico Scientifica e/o di Scienze Umane, dove si inizia a affrontare la tematica del rapporto medico paziente; questo tipo di organizzazione di tipo verticale, ancora non applicato sistematicamente nella realtà italiana, sembra essere molto importante per indirizzare precocemente gli studenti su questa competenza in modo corretto.

Il gruppo di lavoro ha giudicato questa competenza sia di tipo trasversale che di tipo verticale, in grado di costruirsi validamente nei sei anni di corso e con il contributo di tutti i corsi integrati già dal primo anno.

Non deve essere sottovalutata, soprattutto per quei corsi di laurea ancora con organizzazione di tipo tradizionale, l’importanza del rapporto interpersonale tra docente e studente, nei corsi delle scienze di base. Da un corretto rapporto tra studente e docente, che non sia di tipo autoritario ma, al contrario sia improntato alla cordialità e alla collaborazione, può trovarsi la radice di quelle che saranno poi le abilità comunicative che lo studente riuscirà ad acquisire lungo l’intero percorso formativo. Anche l’esame orale potrebbe rappresentare un’altra possibilità di imparare la comunicazione: lo studente impara ad usare un linguaggio appropriato e soprattutto chiaramente comprensibile.

La valutazione corretta di questa competenza deve comprendere i diversi metodi di valutazione idonei, quali l’OSCE, il mini-CEX, il feedback, l’uso del paziente standardizzato, l’osservazione diretta e il portfolio (Dornan et al., 2011). Naturalmente questi metodi di valutazione sono strutturati per diversi livelli valutativi e possono essere utilizzati nell’intero percorso formativo, con modalità di valutazione a complessità crescente. Debbono anche essere tenute in considerazione le possibilità organizzative del Corso in merito a disponibilità di docenti dedicati e alle risorse economiche da potervi destinare. Per gli studenti dei primi anni di corso è sembrato maggiormente utilizzabile il metodo dell’osservazione diretta e il portfolio come utile strumento di raccolta delle esperienze fatte dallo studente stesso.

Definire e portare a compimento un’appropriata ricerca sulla letteratura 

Questa è una competenza di primo livello, così definita da TUNING: “Graduates in medicine will have the ability to apply scientific principles, method and knowledge to medical practice and research”. Per questa competenza non sono specificate competenze specifiche di secondo livello.

In questo caso, la discussione nel gruppo di lavoro é stata breve e con un accordo immediato. E’ facile comprendere come tutti i corsi del primo biennio si prestino a mostrare allo studente come si conduca una ricerca di letteratura, come si applichino principi scientifici e metodologie innovative. Sono stati discussi diversi casi esplicativi: a esempio, l’insegnamento della genetica medica non può prescindere da laboratori in cui si impari ad usare data base specifici quali PubMed e OMIM. E’ stata citata anche una esperienza di laboratorio, nel campo dell’anatomia micro strutturale, come metodo precoce per offrire agli studenti di Medicina e Chirurgia uno scenario reale di metodo di ricerca scientifica in argomenti comprensibili già dal primo anno di corso (Relucenti et al., 2014). La conclusione del gruppo di lavoro è stata quella che su questa competenza sia più semplice impostare un approccio pedagogico corretto, anche se vi deve essere comunque posta la giusta tensione organizzativa.

I mezzi di valutazione, in questo caso, possono essere compresi all’interno delle usuali prove d’esame orali e scritte dei corsi integrati del primo biennio. Anche per la valutazione di questa competenza, l’uso del portfolio sembra essere molto interessante per iniziare, insieme con lo studente, quel percorso virtuoso di pratica riflessiva, anche sul metodo della ricerca scientifica, che lo dovrà accompagnare per l’intero iter formativo.

Bibliografia

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Snelgrove H, Familiari G, Gallo P, Gaudio G, Lenzi A, Ziparo V, Frati L. The challenge of reform: 10 years of curricular changes in Italian Medical Schools. Med Teach 31: 1047-1055, 2009.

Torsoli A, Cascino A, Familiari G, Gallo P, Gazzaniga P, Rinaldi C, Della Rocca C, Renda T, Serra P, Frati L. Un’ipotesi di curriculum integrato pre-laurea. MEDIC 20: 204-210, 2000.

Laboratorio No. 2

Tema: Quali competenze al III anno di Medicina, e come si valutano
Esperto: Carlo Della Rocca (Roma Sapienza “E”)

Ai lavori del Laboratorio hanno partecipato: Anna Bossi (Milano Polo Centrale), Calogero Caruso (Palermo), Bruno Moncharmant (Campobasso), Giulia Morace (Milano San Paolo), Raffaella Muraro (Chieti), Giovanni Murialdo (Genova), Sonia Nardulli (Sassari Sism), Riccardo Zucchi (Pisa)

Contenuti del Laboratorio

Inizialmente la discussione si è incentrata sul problema generale della valutazione e, nello specifico, si è sottolineato come la valutazione stessa sia strumento di valorizzazione dell’apprendimento oltre che volano per lo studio strutturato; in particolare si è sottolineto che le modalità stesse della valutazione determinano il tipo di apprendimento e che quindi una valutazione per competenze può aiutare in modo determinante la realizzazione di un apprendimento/insegnamento per competenze. Successivamente la discussione ha affrontato il problema degli strumenti di valutazione rilevando la necessità di stabilirne a livello operativo le modalità di costruzione di utilizzazione oltre che di interpretazione dei risultati della loro applicazione. Nel contestualizzare i concetti espressi è apparso necessario individuare le caratteristiche della condizione del III anno del corso di laurea magistrale in medicina e chirurgia.

Pur con le dovute differenze locali è apparso chiaro che al III anno:

– si conclude il triennio pre-clinico

– generalmente si concludono i corsi di metodologia clinica

– lo studente dovrebbe aver appreso/sviluppato competenze soprattutto di ordine metodologico e relazionale

– le valutazioni dell’apprendimento dovrebbero misurare la capacità dello studente di applicare – tali competenze nel senso di:

• saper usare le conoscenze acquisite nello studio delle materie di base

• saper usare le abilità metodologiche apprese nello studio delle metodologie di base e cliniche

• saper usare le abilità relazionali sviluppate tramite lo studio delle “humanities”.

In questo contesto sono stati individuati come strumenti di valutazione adeguati:

– una tipologia di esame scritto, con key feature problems per indagare la capacità di usare le conoscenze acquisite

– l’OSCE (objective structured clinical examination) per indagare la capacità di usare le abilità metodologiche

– l’OSVE (objective structured video examination) per indagare la capacità di usare le abilità relazionali

Si è infine passati all’esecuzione del mandato

L’elaborazione del mandato

Sono stati proposti due esempi di competenze:

Condurre un esame obiettivo

Fornire spiegazioni e consigli

Il Laboratorio ha scelto l’esempio “Fornire spiegazioni e consigli” e ha individuato il contesto di “interagire con un assistito che si è sottoposto a un test di screening e ha ricevuto un risultato di positività”.

Preliminarmente è stato individuato il core curriculum necessario per aver sviluppato tale competenza così come di seguito riportato:

– conoscenze epidemiologiche

– conoscenze etio-patogenetiche e fisiopatologiche

– conoscenze relative alla sensibilità e specificità dei test

– abilità “pratiche”

– saper interpretare il valore del test positivo

– abilità relazionali

– saper metter a proprio agio l’assistito

– entrare in empatia con l’assistito

– saper usare un linguaggio adeguato

– saper interagire con il team multiprofessionale

– contestualizzare il risultato del test all’interno del quadro anamnestico

– saper raccogliere l’anamnesi.

Quindi è stato impostato il seguente key feature problem:

Maschio di 35 anni, fumatore, normo-peso con familiarità per cardiopatia ischemica, effettua test di “piazza” nella giornata del diabete con risultato di glicemia = 190 mg/dl. Tu sei il suo medico di famiglia a cui l’assistito si rivolge, spaventato, per spiegazioni.

Come corollario al lavoro svolto è stato notato che una volta seguita la metodologia corretta, in particolare tramite l’individuazione preliminare del core curriculum necessario per formare la competenza indagata, è possibile costruire infiniti contesti anche per un’unica competenza e che lo stesso percorso per costruire un sistema di valutazione per competenze rappresenta un forte strumento “politico” per indurre ad insegnare e ad apprendere per competenza oltre che, inevitabilmente, condurre ad un reale approccio multidisciplinare anche nella formazione del core curriculum.

Laboratorio No. 3

Tema: Quali competenze al IV-V anno di Medicina, e come si valutano
Esperto: Rosa Valanzano (Firenze)

Contenuti del Laboratorio

L’attività formativa professionalizzante (AFP), conosciuta in genere come tirocinio pratico, rappresenta un’attività specifica ed obbligatoria, come prevista  dal DM del 2001.

Non meno di 60 crediti sono destinati alle attività formative professionalizzanti (tirocini) che dovrebbero essere svolti  a piccoli gruppi  con l’esecuzione di attività pratiche, gestuali e relazionali sia al letto della persona malata, sia eventualmente, in un contesto di simulazione, tramite  ad esempio l’impiego di manichini (anche tecnologicamente avanzati) ovviamente disponibili in base alle risorse strutturali ed economiche e del  CLM .

Tale tirocinio è finalizzato a far acquisire la piena padronanza di tutte le necessarie competenze del futuro medico che includono: il percorso intellettivo, le abilità comunicative e quelle pratiche coordinate ed integrate.

Le caratteristiche qualificanti del medico che si intende formare comprendono dunque:

a) buona capacità al contatto umano (communication skills);

b) capacità di autoapprendimento e di autovalutazione (continuing education);

c) abilità ad analizzare e risolvere in piena autonomia i problemi connessi con la pratica medica insieme ad una buona pratica clinica basata sulle evidenze scientifiche (evidence based medicine);

d) abitudine all’aggiornamento costante delle conoscenze e delle abilità, ed il possesso delle basi metodologiche e culturali atte all’acquisizione autonoma ed alla valutazione critica delle nuove conoscenze ed abilità (continuing professional development);

e) buona pratica di lavoro interdisciplinare ed interprofessionale (interprofessional education);

f) conoscenza approfondita dei fondamenti metodologici necessari per un corretto approccio alla ricerca scientifica in campo medico, insieme all’autonomo

g) uso delle tecnologie informatiche.

L’elaborazione del mandato

Lo studente viene messo al centro del proprio percorso formativo, in una posizione attiva che lo porterà gradualmente a gestire le sue stesse attività di apprendimento:

– adeguata accoglienza della persona malata

– appropriata relazione con la persona malata.

Alcuni casi, inerenti procedure  specialistiche (quali l’ inserzione di un catetere venoso centrale o l’esecuzione di una paracentesi) non possono essere necessariamente obbligatori,  essendo pertinenti alla formazione specialistica, benchè  lo studente sarebbe comunque agevolato nel suo successivo iter formativo.

Nell’esperienza del CLM di Firenze le attività professionalizzanti del V anno sono concentrate nel II semestre del V anno, durante il quale non sono previste lezioni frontali.

Sono dunque svolti i seguenti internati:

Medicina interna

Chirurgia generale

Terapia intensiva e subintensiva

Ginecologia ed Ostetricia

DEA (Dipartimento di emergenza-urgenza)

A causa dell’enorme numero di studenti (in media  250) è stato necessario stringere accordi con  i dirigenti di struttura complessa (primari)  di tutta l’Area Vasta , tramite accordi diretti del Presidente del CLM, senza alcuna retribuzione onerosa, ma attribuendo loro  il titolo di tutor.

Attualmente il numero complessivo di docenti e tutors ammonta a 44 unità.

In caso di modifica  di uno dei tutors (per quiescenza o trasferimento) il Presidente ricontatta direttamente il nuovo tutor.

Al fine di assicurare  la qualità della rete formativa viene sottoposto agli studenti  un test di gradimento che include il giudizio su gradimento e frequenza:

Gradimento: ottimo, buono, discreto, sufficiente, insufficiente

Frequenza, come sotto esemplificato.

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Non è invece previsto nessun tirocinio nel VI anno al fine di  consentire agli studenti  di  lavorare  in maniera  approfondita  ma pacata per la compilazione della Tesi di Laurea

Laboratorio No. 4

Tema: Quali competenze alla fine dei sei anni di Medicina, e come si valutano
Esperto: Oliviero Riggio (Roma Sapienza “B” e “C”)

Contenuti del Laboratorio

Il laboratorio è partito dalla definizione di competenza medica come “the habitual and judicious use of communication, knowledge, technical skills, clinical reasoning, emotions, values, and reflection in daily practice for the benefit of the individuals and communities being served” fornita da RM Epstein (N Engl J Med 2007;356:387-96). La competenza medica quindi non può essere considerata una qualità acquisibile una volta per tutte ma piuttosto un habitus mentale all’apprendimento continuo, alla contestualizzazione e alla riflessione continua sulla propria esperienza professionale. Quindi non una condizione da apprendere durante la “Scuola di Medicina” ma acquisibile soprattutto attraverso le successive esperienze di studio e pratica professionale. Inoltre essendo la competenza una attitudine a svolgere efficacemente una attività finalizzata riconosciuta socialmente -nel nostro caso l’attività del medico- è anche evidente come gli studenti di medicina non possano acquisire, per definizione, la competenza medica durante i loro studi. Infine, considerando che la competenza comporta mobilizzare apprendimenti (conoscenze, procedure e logiche disciplinari) per risolvere problemi e per affrontare situazioni nuove e significative e che per realizzarsi comporta il saper agire (mobilizzare le proprie risorse in situazione) il voler agire (motivazione personale) e soprattutto il poter agire (nel contesto che consente e legittima la possibilità di assumere responsabilità e rischi) è evidente il concetto che lo studente di medicina può solo essere introdotto alla “competenza medica”.

Ciò premesso, è evidente che progettare l’attività didattica “per competenza” vuol dire  1) centrare la didattica sulle situazioni/compiti in forma di problemi complessi che lo studente deve imparare ad affrontare, 2) contestualizzare gli apprendimenti in relazione alle situazioni da affrontare e infine 3) valutare soprattutto le potenzialità d’impiego integrato e autonomo di quanto appreso. Questo rende molto diversa la didattica per la competenza dalla didattica per la conoscenza in cui la centratura è sui contenuti scientifico-disciplinari che lo studente deve fare propri, in genere, in forma decontestualizzata.

Nella pratica il professionista della salute parte da un problema, (un disturbo, un dato laboratoristico), che il paziente porta alla sua attenzione, analizza il problema mediante la raccolta mirata di dati (anamnesi, esame obiettivo e indagini diagnostiche) e, al raggiungimento della diagnosi (competenza diagnostica) prende decisioni e fornisce consigli terapeutici/gestionali (ripetere gli esami, a cadenza variabile, ecc.) (competenza diagnostico/gestionale) comunicando e condividendo decisioni e consigli col paziente (competenza comunicativa/relazionale). Il laboratorio ha quindi concordato che alla fine dei sei anni di medicina, dopo che le conoscenze, le logiche disciplinari e le abilità delle singole discipline mediche sono state acquisite nel corso degli anni precedenti, lo studente debba essere introdotto alla competenza medica sostanzialmente facendolo interagire in maniera necessariamente simulata e controllata ma con il massimo grado di verosimiglianza e di responsabilità personale (e naturalmente in ambiente protetto) con situazioni/problemi che possano essere emblematici di un certo contesto clinico (medicina, chirurgia, emergenza, ecc.) e/o sistematici cioè ritenuti talmente rilevanti da dover essere affrontati almeno una volta da tutti gli studenti del corso, indipendentemente dalla loro futura specializzazione.

L’elaborazione del mandato 

I partecipanti di ciascun laboratorio definiscano il contenuto delle competenze trattate nel loro laboratorio in termini di conoscenze, abilità e atteggiamenti. Propongano come valutare le competenze nel loro complesso.

Il gruppo si è quindi chiesto come identificare “problemi core” e quale metodologia didattica fosse la più adatta a farli affrontare dagli studenti secondo le caratteristiche sopra riportate (verosimiglianza, responsabilità personale, e sistematicità). In questo senso ci si è trovati d’accordo nel sottolineare che, a tale scopo, la semplice frequenza di uno o più reparti (medicina, chirurgia, emergenze, ecc.) non può essere sufficiente a   soddisfare il carattere di sistematicità dei problemi selezionati. La didattica in reparto è infatti contingente ai casi effettivamente presenti in quel momento ed è pertanto non adatta a soddisfare la possibilità che tutti gli studenti del corso affrontino almeno una volta tutti i “problemi core”. Alla frequenza in reparto, necessaria per avvertire la logica generale di una certa attività professionale, occorre affiancare metodi didattici specifici (lavoro a piccoli gruppi, discussione dei casi clinici, studio delle differenze, ecc.) che possano far realizzare la sistematicità dei problemi affrontati. Specialmente in ambito di emergenza la simulazione deve quindi affiancare il reparto e consentire l’apprendimento delle tecniche con il massimo della verosimiglianza ma anche della protezione dello studente in formazione.

Il gruppo di lavoro si è quindi dedicato a scegliere da un pool di problemi quelli “core” mediante l’utilizzo del PUIGER: una griglia di valutazione che permette di identificare le situazioni/problema sulla base della loro Prevalenza, Urgenza, possibilità di Intervento efficace, Gravità, Esemplarità pedagogica e Ripercussione sociale. Infine, a titolo di esempio, per uno specifico problema clinico come “la valutazione della gravità di una emorragia digestiva superiore”, il gruppo ha compilato una matrice per lo sviluppo di un modulo didattico comprendente l’ambito di competenza, la competenza attesa, il compito/i complesso/i che lo studente deve saper affrontare al termine del percorso, i prerequisiti in termini di conoscenze e abilità che lo studente deve aver acquisito in precedenza, gli apprendimenti/risorsa da sviluppare in funzione della competenza complessa e infine, la metodologia didattica e la metodologia di valutazione da impiegare in fase di apprendimento e di valutazione dell’apprendimento. Per quest’ultima fase i metodi di valutazione contestualizzati come il key feature problem è apparso particolarmente adatto.

Conclusioni

Pietro Gallo (Sapienza Università di Roma)

La discussione nei laboratori è partita da tre punti-cardine:

– la definizione di competenza professionale clinica come la capacità di utilizzare conoscenze, abilità e atteggiamenti in un contesto clinico reale o realistico;

– la consapevolezza che per poter valutare per competenze occorre aver prima insegnato per problemi;

– la conoscenza della cassetta degli attrezzi a disposizione per valutare l’acquisizione delle competenze professionali, in termini di quesiti a scelta multipla con problemi clinici, key feature problems, stazioni dell’Objective Structured Clinical Examination (OSCE), osservazione in tirocinio valutativo.

Dalla presentazione degli esperti e, ancor più, dai laboratori, sono emerse alcune conclusioni condivise:

– per insegnare e valutare per problemi occorre formare tanto i docenti (con iniziative di insegnare a insegnare non solo per le lezioni frontali ma anche per la didattica a piccoli gruppi, e per l’esecuzione di prove di valutazione obiettive, pertinenti e coerenti) che i tutor clinici (formazione alle attività didattiche professionalizzanti a piccoli gruppi, al tirocinio clinico, alla valutazione in contesto reale o realistico);

– occorre imparare a conoscere e a utilizzare nel migliore dei modi gli strumenti della valutazione. Dai laboratori emerge la necessità di analizzare le singole componenti delle competenze professionali e di utilizzare strumenti di insegnamento e di valutazione come i key features problems e la simulazione;

– la valutazione per competenze impone un core curriculum concordato in un contesto multi- e inter-disciplinare. Occorre decidere quali sono le core competences da insegnare e di cui è necessario valutare l’apprendimento;

– occorre creare un cultura dell’apprendimento attivo, insegnando agli studenti a venire “preparati alla lezione” che diventa un’occasione non tanto di apprendimento passivo quanto di verifica e completamento delle conoscenze;

– la formazione per competenze richiede contesti clinici meta-disciplinari come il tirocinio; infatti la valutazione per competenze mal si applica al contesto disciplinare (l’esame finale del corso) mentre si presta meglio o alla valutazione formativa (feedback, portfolio) o a forme meno parcellizzate di valutazione certificativa, come l’esame di semestre, l’OCE di biennio, o l’esame di laurea abilitante;

– molte competenze devono essere acquisite in modo longitudinale (secondo la spirale di Hardeni) definendo livelli definiti di acquisizione. Per una valutazione longitudinale sono utili strumenti di valutazione formativa come il portfolio e di valutazione certificativa come un progress test delle competenze.

In conclusione, intanto è opportuno notare che dal dibattito nei laboratori non sono emerse particolari criticità per cui i tempi sembrano maturi, anche nel corso di laurea in Medicina, per addivenire alla formazione e alla valutazione per competenze cliniche.

Dal dibattito è emerso uno specifico mandato per la Conferenza Permanente dei Presidenti di CCLM in Medicina, in termini di:

– contribuire alla definizione di ruolo, funzione e reclutamento dei tutor clinici;

– coordinare un lavoro di definizione delle competenze in uscita del laureato in Medicina e Chirurgia (il profilo del medico “normale” Italiano);

– contribuire alla definizione di una valutazione per competenze delle studente in Medicina, durante il corso degli studi e in sede di esame di laurea abilitante.

Bibliografia

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8. Saedon H, Salleh S, Balakrishnan A, Imray CH, Saedon M. The role of feedback in improving the effectiveness of workplace based assessments: a systematic review. BMC Med Educ. 2012 May 2;12:25.
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12. Harden RM, Stamper N: What is a spiral curriculm? Medical Teacher 21: 141-143, 1999.

Cita questo articolo

Consorti F., Della Rocca C., Familiari G., Gallo P., Riggio O., Sperandeo F., Valanzano R., Verso una Laurea professionalizzante. Certificazione delle Competenze professionali, Medicina e Chirurgia, 65: 2931-2941, 2015. DOI:  10.4487/medchir2015-65-3

Dalle idee ai fatti. Una proposta (realizzata) per l’introduzione di un percorso longitudinale di Medicina Generale nel curriculum di un Corso di Laurea in Medicinan.63, 2014, pp.2842-2844, DOI: 10.4487/medchir2014-63-3

Abstract

The aims of the plan were: a) to promote interaction and collaboration between Academic and Primary Care structures in order to give students not only scientific but also human and social competences; b) to enlarge the vision of the job opportunities across the country among future young doctors, in particular as regards General Medicine. The educational project is planned to begin from the fourth year of the course, integrating field experience with formal university courses, according to the invitation formulated in the training workshop organized by the Gruppo di Studio Innovazione Pedagogica for the Conferenza Permanente dei Presidenti di CLM in Medicina. Moreover, a further step in our training proposal has led to insert the General Medicine within the residency program in Public Health, in the setting of the module of Primary health care. 

Articolo

Introduzione

Da alcuni anni è presente nel percorso formativo degli studenti del Corso di Laurea “C” in Medicina dell’Università di Roma La Sapienza una proposta mirata per l’insegnamento della Medicina Generale agli studenti che si avvicinano al termine della loro formazione. Nel tempo, è emersa l’opportunità di un approccio più precoce ai temi pertinenti l’assistenza primaria, che nel presente e nel futuro rappresenta sempre più il maggior campo di impiego del giovane laureato.

Riferendoci al Programma dell’atelier “L’integrazione nel territorio del sistema delle cure: ricadute sul processo formativo” (Firenze, 5 Ottobre 2012), abbiamo cercato di realizzare alcuni tra i punti emersi nel corso di quell’evento formativo1,2, ed in particolare:

– la relazione medico-famiglia-paziente, con tutte le implicazioni della visita domiciliare;

– la relazione interprofessionale tra i diversi professionisti della salute, che trova ambiti privilegiati nel territorio;

– la metodologia didattica dell’approccio clinico per problemi, che include tanto problemi di salute del singolo paziente, che problematiche di epidemiologia e prevenzione dell’intera popolazione;

– l’approccio privilegiato al paziente fragile, in un contesto di prevalenza di problemi di salute cronici assai diverso da quello nosocomiale;

– l’insegnamento sul campo della struttura e delle funzioni del sistema sanitario nazionale e delle cure primarie;

– l’insegnamento dei principi del management sanitario e della sostenibilità dell’impegno sanitario sul territorio;

– un approccio più sistematico di quanto sia possibile realizzare nel nosocomio ai principi della salute globale e della medicina delle migrazioni.

Non ultimo, ci è sembrato opportuno mostrare allo studente in Medicina l’importanza della gestione del benessere e della salute della popolazione, che rappresenta un modo per migliorare la qualità (ed accrescere la quantità) delle vocazioni rispetto alla medicina di base e per innescare una preparazione remota all’impegno attivo sul territorio”3.

Nell’ambito del corso di Metodologia Medico-Scientifica: Sanità Pubblica, che accompagna gli studenti nella loro formazione dal quarto anno di corso del nostro CCLM, si è dato spazio alla medicina territoriale, identificabile con l’assistenza primaria, attraverso la figura specifica del Medico di Medicina Generale. Attraverso quest’ultimo si cerca di realizzare un percorso di conoscenza e di formazione in questo campo, così da permettere una scelta “criteriata” con una formazione non solo didattica ma anche pratica, lavorando sul rapporto medico-paziente non solo dal punto di vista clinico e scientifico ma anche dal punto di vista dell’approccio olistico, peculiare dell’attività territoriale4.

Risulta chiaro che ciò non può essere trattato, spiegato e assimilato in alcune ore di didattica frontale. Tenendo conto delle possibili limitazioni di una sola didattica frontale in questo ambito, si è ritenuto importante permettere allo studente di avere un vissuto esperienziale sia nell’ambulatorio del Medico di Medicina Generale che a casa del Paziente, per poter non solo vedere ma condividere i due setting “extra-nosocomiali” specifici della Medicina di Famiglia.

Grazie alla collaborazione e alla disponibilità di varie figure accademiche, senza le quali non sarebbe stato possibile realizzare il percorso pratico e didattico, nell’anno accademico 2013-2014 siamo riusciti a coinvolgere gli studenti di tre anni di corso in varie fasi di conoscenza e di esperienza pratica. Aderendo sempre all’invito dell’incontro di Firenze, si è cercato di distribuire il più possibile l’esperienza nel corso degli anni, non limitandoci solo all’ultimo anno di corso quando gli impegni degli esami e della Tesi di Laurea non consentono una serena adesione a proposte che invitano ad avvicinarsi al mondo delle Cure Primarie.

Al quarto anno, esperienza già in essere dallo scorso anno accademico, abbiamo realizzato un incontro con gli studenti nel corso di Metodologia Medico-Scientifica: Sanità Pubblica in cui, nell’ambito dell’interazione tra discenti, il docente di Sanità Pubblica e il medico di Medicina Generale, hanno delineato insieme un primo approccio alla medicina territoriale. Si è cercato di creare interesse mostrando prospettive future, non conosciute da tutti in quel momento temporale della loro formazione.

Questo lavoro preliminare ha dato i suoi frutti nella risposta degli studenti del V anno di corso con la partecipazione ad un internato elettivo sulla visita a domicilio del paziente nel territorio. La proposta aveva come base di partenza alcune ore di didattica frontale per far conoscere la realtà territoriale, le problematiche dei pazienti cronici e fragili, che richiedono un intervento domiciliare programmato, e la borsa del medico di medicina generale con la strumentazione che utilizza nella sua pratica quotidiana5.

La lezione, assolutamente interattiva, ha messo a confronto l’immaginario dello studente con la realtà pratica in una alternanza di novità tecniche e di criticità di costi e di gestione.                                                                                                                                         Con non poca sorpresa hanno aderito ben sessanta studenti, un numero che ha costretto a modificare e ad allargare la possibilità di partecipazione nel setting del domicilio, con la realizzazione di una proposta che impegna il periodo da Marzo a Settembre, offrendo così ad ogni studente la possibilità non solo di partecipare ad almeno due accessi domiciliari, ma anche di seguire con un contatto telefonico i pazienti fragili durante i mesi di Luglio e Agosto. In questo modo gli studenti hanno modo di conoscere e partecipare a ciò che il Medico di Medicina Generale svolge attivamente nella prevenzione degli effetti delle ondate di calore sui soggetti sensibili nel territorio.

Inoltre, a partire dell’anno accademico 2012-2013, durante il primo semestre del sesto anno di corso, tutti gli studenti del corso di Management sanitario (Corso integrato di Metodologia Medico-Scientifica: Sanità Pubblica II), all’interno del quale sono inserite 6 ore didattica frontale in Medicina Generale, vengono coinvolti nello svolgimento delle Attività Formative Professionalizzanti. Infatti, gli studenti (in piccoli gruppi di 2/4) entrano per una giornata nel setting principale della Medicina Territoriale: l’ambulatorio.

L’accesso a porta libera dei pazienti e la non selettività dei casi proposti, consentono ad ogni gruppo di vivere un’esperienza diversa e diversificata negli aspetti patologici, sociali e culturali. La disponibilità di due mattine complete ogni settimana ha permesso di lavorare insieme senza creare affollamento e confusione con soddisfazione non solo degli studenti ma anche dei pazienti che gradiscono e partecipano attivamente a questo momento formativo.

Il gradimento degli studenti si è concretizzato nella richiesta di alcuni di loro di poter ripetere l’esperienza ambulatoriale per un periodo più lungo e quindi, grazie sempre alla disponibilità dei coordinatori di semestre, è stato realizzato un internato elettivo nel periodo di assenza di lezioni. Due studenti alla volta per una settimana hanno condiviso l’attività ambulatoriale non solo come spettatori, hanno partecipato alla visita medica e discusso sui casi ragionando in termini di problem solving, facendo così esperienza sia nella diagnostica, sia nell’ambito terapeutico e, non ultimo, anche nel contesto burocratico.

Parallelamente al programma fin qui descritto riguardo il Corso di Laurea, da quest’anno anche i Medici Specializzandi in Igiene e Medicina Preventiva hanno in programma nel loro corso di studi  due seminari, al primo e al quarto anno di  Specializzazione, inerenti l’approccio territoriale e il confronto con la Medicina Generale. E questo per ottemperare al meglio il dettato del nuovo ordinamento delle Scuole di specializzazione, dove per la Scuola in Igiene e Medicina preventiva si fa esplicito riferimento al fatto che il Medico in formazione specialistica deve acquisire professionalità e competenze relative all’organizzazione dell’assistenza primaria6.

Dalle idee ai fatti: il progetto esposto si sta delineando sempre più nei contorni e nei contenuti, con la disponibilità a collaborare alla formazione non solo scientifica ma anche umana e sociale. Si permette così ai medici del futuro di avere una visione sempre più ampia sulle possibilità e sulle modalità di lavoro che offre il territorio ed in particolare la Medicina Generale, ormai fortemente inserita nell’attività curricolare dello studente che segue il percorso formativo nel nostro Corso di Laurea.

Bibliografia

1) Gallo P, Consorti F, Della Rocca C, Familiari G, Casacchia M, Mitterhofer AP, Nati G, Padula MS, Pagano L, Sacchetti ML, Saitto C, Vago G, Valanzano R, Vantini I, Vettore L: L’integrazione del territorio nel sistema delle cure. Ricadute sul processo formativo. Med. Chir. 58: 2599-2605, 2013.

2) Gallo P, Becchi MA, Consorti F, Della Rocca C, Familiari G, Furlan PM, Palmeri A, Palumbo C, Valanzano R: L’integrazione del territorio nel sistema delle cure. Parte 2a – Proposta di un curriculum “verticale”. Med. Chir. 59: 2642-2649, 2013.

3) Gallo P, Consorti F. Studio individuale e studio guidato. Concetti, bisogni e approcci, Medicina e Chirurgia, 58: 2599-2605, 2013. DOI:  10.4487/medchir2013-58-9

4) WONCA. La definizione europea della Medicina Generale/Medicina di Famiglia, edizione 2011 (accessibile su  http://www.woncaeurope.org/sites/default/files/documents/Definizione%20WONCA%202011%20ita_A4.pdf)

5) Agenzia Italiana del Farmaco. Nella borsa del Medico di Medicina Generale. Bollettino d’informazione sui Farmaci 2008; XV (4): 186-188.

6) M.I.U.R. Riassetto delle Scuole di specializzazione di area sanitaria. Gazzetta Ufficiale n. 258 del 5-11-2005- Suppl. Ordinario n.176.

Cita questo articolo

gallo P., Pagano L., Marceca M., et al, Dalle idee ai fatti. Una proposta (realizzata) per l’introduzione di un percorso longitudinale di Medicina Generale nel curriculum di un Corso di Laurea in Medicina,  Medicina e Chirurgia, 63: 2842-2844, 2014. DOI:  10.4487/medchir2014-63-3

Verso una Laurea professionalizzante. 1° Acquisizione delle competenze professionalin.62, 2014, pp.2797-2804, DOI: 10.4487/medchir2014-62-4

Abstract

At present, becoming a practitioner in Italy implies taking a graduation in ‘Medicine and Surgery’ in one of the Italian Universities and passing a state qualifying examination, managed by the Ministry of Health. In order to avoid duplications and to shorten the long training period spent by future doctors, the National Conference of Undergraduate Curricula Presidents has proposed to the Ministries of Education and of Health to unify the procedures and create a qualifying medical degree.

Such a new examination will necessarily imply the check of practical abilities and this stresses the importance of teaching both practical skills and professional competencies.

In this setting, the Educational Innovation Committee of the National Conference organized a workshop, open to all the Undergraduate Curricula Presidents, on the topic of teaching professional competencies in the undergraduate curricula. The workshop was held in Milan (State University) on the 21st February 2014. 

The workshop was subdivided into four contemporary working groups. Each class was lead by an expert in medical education, introduced by a demonstration by a medical student, and guided by a chairperson, and worked separately on a different topic. At the end of the team work, a plenary debriefing allowed all participants to share the conclusions of the different groups. The topics addressed in the single groups were: 1: the skill lab; 2: the simulated patient; 3: the technology-enhanced learning, and 4: the peer-clinical examination.

Articolo

 

Introduzione

Questo articolo riferisce i tratti essenziali dell’atelier pedagogico dal titolo Verso una Laurea professionalizzante: Acquisizione delle Competenze Professionali. L’evento è stato organizzato dal Gruppo di Lavoro Innovazione Pedagogica per conto della Conferenza Permanente dei Presidenti di Corso di Laurea Magistrale (CPPCLM) in Medicina, e si è svolto a Milano Ca’ Granda il 21 Febbraio 2014.

Scopo di questo atelier era di fare il punto sulle modalità di insegnamento delle attività formative professionalizzanti (AFP) nel Corso di Laurea Magistrale (CLM) in Medicina, soprattutto in vista dell’esame di laurea abilitante che la CPPCLM sta proponendo di attuare.

Quando si parla di acquisizione di competenze professionali occorre distinguere tra:

– abilità operative e relazionali (le practical skills della letteratura anglosassone), quali saper misurare la pressione arteriosa o saper comunicare una notizia al paziente, e

– competenze professionali vere e proprie, quali saper fare una diagnosi, somministrare una terapia o impostare una procedura

Le competenze professionali sono, in realtà, competenze metacognitive, in quanto implicano l’acquisizione di conoscenze e di abilità. Per impostare la terapia dell’ipertensione, il medico deve intanto conoscere le basi molecolari e fisio-patologiche di questa condizione morbosa (competenza conoscitiva), e poi essere in grado di misurare la pressione arteriosa del paziente (competenza operativa).

In passato, l’insegnamento della Medicina era concentrato sulla trasmissione di conoscenze e solo in piccola parte sull’insegnamento a letto del malato. Oggi la formazione alla professionalità impone un insegnamento molto più pratico e ciò richiede un crescente utilizzo di tecniche di simulazione (Simulation-Based Medical Education, SBME).

L’espansione della SBME si spiega con motivazioni che sono comuni a tutto il Mondo occidentale e con altre che sono specifiche del nostro Paese.

Nel mondo i principali motivi che hanno condotto alla diffusione della SBME1 sono:

– l’etica del Paziente: c’è una crescente consapevolezza del diritto del malato alla privacy e a essere protetto dai rischi che possono derivare dall’intervento dello studente;

– la Medicina difensiva: la simulazione è utile per accrescere la competenza dei professionisti della salute e per ridurre il tasso di errori;

– le esigenze di Sanità pubblica: la necessità di ridurre i costi della sanità impone ricoveri sempre più brevi, riducendo la possibilità che gli studenti possano avere accesso ai pazienti;

– l’adesione al Core Curriculum: gli studenti devono affrontare un ampio numero di malattie, setting clinici e situazioni realistiche di problem-solving e decision-making, che non possono essere presentate dai pazienti di volta in volta ricoverati in reparto;

– la necessità di strumenti per una valutazione pertinente ed obiettiva: tutti gli sforzi profusi nell’insegnamento professionalizzante sono vanificati da una valutazione solo teorica, e la valutazione dell’acquisizione delle competenze professionali richiede lo sviluppo di nuovi strumenti;

– la pressione da parte dell’Industria della Simulazione: inevitabilmente, la necessità di strumenti di simulazione sempre più sofisticati alimenta il mercato, ma per il CLM in Medicina non servono le costosissime “high-tech simulation modalities”, necessarie per alcune forme di addestramento infermieristico o medico-specialistico, ma bastano le economiche “low-tech simulation modalities” (una coscia di pollo è efficace per imparare a fare una sutura come un manichino sofisticato).

In Italia vi sono poi condizioni peculiari, che riflettono la realtà sociale del nostro Paese:

– il portato degli anni ’60 e ‘70: in quegli anni frotte di baby-boomers hanno studiato Medicina portando il rapporto medici/popolazione Italiana ad essere uno dei più alti d’Europa, con la conseguente introduzione del numero chiuso. Questo, oltre a calmierare il numero di laureati, ha permesso – insieme alla frequenza obbligatoria – di passare da una didattica teorica, frontale, ad un insegnamento professionalizzante, a piccoli gruppi, divenuto sostenibile grazie alla riduzione degli iscritti;

– il cambiamento odierno: i baby-boomers stanno andando in pensione e, per ragioni economiche, questi non vengono rimpiazzati; di contro, dopo decenni di numero chiuso (e non di numero programmato), il numero di medici in Italia sta per divenire insufficiente. Di conseguenza, il rapporto docenti/studenti sta diminuendo rapidamente e ciò mette a repentaglio le prospettive reali della didattica a piccoli gruppi. In questo scenario, almeno la low-tech SBME – consentendo agli studenti di migliorare e valutare le proprie abilità operative con un minimo supporto tutoriale – può essere di grande utilità.

L’atelier ha affrontato la tematica dell’acquisizione delle competenze professionali toccando, in altrettanti laboratori, quattro tematiche fondamentali:

– lo skill lab

– il paziente simulato

– l’e-learning

– l’esame obiettivo tra pari

Ogni Laboratorio è stato animato da un esperto (con specifica esperienza sul tema), uno o più dimostratori (studenti del SISM e un’attrice) e da un facilitatore (un Presidente di CLM e il Presidente della SIPeM).

A tutti i laboratori è stato dato il medesimo mandato: “il Gruppo formuli una proposta di acquisizione di competenze professionali, mediante la modalità di insegnamento-apprendimento illustrata nel laboratorio, che sia proponibile e fattibile nei CL italiani in vista dell’esame di laurea abilitante”

Laboratorio No. 1

Tema: Lo skill lab

Esperto: Riccardo Lubrano (Roma Sapienza “C”)

Dimostratori: Stefano Guicciardi (SISM Modena) e Marco Nicolazzi (SISM Piemonte Orientale)

Facilitatore: Giuseppe Familiari (Roma Sapienza “S. Andrea”)

Contenuti del Laboratorio

In medicina con la dizione “skill” si intende una serie di manovre finalizzate a permettere l’esecuzione di un atto medico o chirurgico secondo linee guida internazionali. L’introduzione delle skill nel core curriculum del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia pone delle difficoltà organizzative ma al contempo è un’occasione importante per apportare delle innovazioni al modo di fare didattica e all’incisività del piano formativo. Il processo per renderle fruibili dovrebbe articolarsi attraverso tre fasi preparatorie tra loro interdipendenti: la progettazione della skill, la tecnica di insegnamento e quella di valutazione.

Progettare la skill significa disegnare l’esecuzione dell’atto, secondo quanto riconosciuto come appropriato dalla letteratura scientifica. L’obiettivo da raggiungere sarà quello di preparare una nozione tecnica in un formato facilmente distribuibile agli studenti i cui contenuti non devono poter essere alterati affinché tutti ricevano nello stesso modo la stessa informazione. Questo concetto di diffusione e condivisione del sapere, necessariamente si rifletterà sulla modalità di insegnamento che non potrà più essere affidata all’estrosità del singolo, ma dovrà essere codificata e standardizzata. Processo questo che trasformerà l’insegnante in un facilitatore dell’apprendimento e sarà il garante dell’uniformità della distribuzione del saper fare. End-point di questa successione di eventi, sarà una prova di verifica del processo di formazione in cui il facilitatore valuterà l’esecuzione dell’intervento educativo con le stesse caratteristiche di analisi per ogni soggetto esaminato. Ovviamente il denominatore comune di queste tre fasi sarà l’uniformità, che potrà essere realizzata solo rendendo ovunque uguali questi momenti.

La diffusione uniforme dell’informazione potrebbe richiedere la creazione di una collana di e-book,  e/o DVD, o di un sito web a cui possano accedere liberamente tutti gli studenti. Così, nella successiva fase pratica dell’apprendimento il facilitatore potrà più semplicemente operare su una popolazione che ha ricevuto la stessa formazione teorica e, ove possibile, sfruttare la tecnica di insegnamento “pratica mentre guardi”. Da qui la necessità di realizzare un irrinunciabile programma di formazione dei formatori per avere una metodica di “insegnamento standard” più adatta al moderno ruolo del facilitatore. Chi vorrà “insegnare” l’abilità dovrà mostrare di saper utilizzare il processo standard di formazione proposto per il singolo atto. Ovviamente la formazione del formatore a sua volta comprenderà per ogni skill l’apprendimento dello schema standard del processo di valutazione che lo studente dovrà superare per acquisire l’abilitazione alla sua esecuzione.

Affinché la skill non perda la sua capacità formativa, e determini l’ottimizzazione del saper fare, questa andrà integrata nelle scienze di base e nelle scienze cliniche del nostro curriculum e in processi di apprendimento via via più complessi come il basic life support, gli scenari ed i megacode, ne quali gli studenti saranno chiamati a risolvere situazioni cliniche di progressiva complessità. Si potrà così costruire una scala progressiva di apprendimento pratico dal I al VI anno di corso.

Molti saranno portati a pensare che tutto questo significherà costi elevatissimi per i corsi di laurea, ma in realtà la simulazione della skill può e deve essere realizzata a basso costo. Infatti a stabilire l’efficacia del processo formativo non sarà il manichino a bassa od ad alta fedeltà ma la capacità didattica del facilitatore, opportunamente integrata in un processo standard di formazione e valutazione. Per permettere a tutti i Corsi di Laurea di iniziare ad organizzare in modo uniforme ed efficace questa didattica, si potrebbe sviluppare un modello progressivo, in cui le nuove skill potranno essere inserite man mano che le precedenti raggiungeranno  la piena efficienza nella formazione.

In conclusione la realizzazione di un programma comune di preparazione, insegnamento e valutazione delle skill significherà dare alla nostra didattica un ruolo più definito, permettendo di dare l’avvio ad un interessante processo di omogenizzazione e integrazione tra i Corsi di Laurea in Medicina delle facoltà italiane.

L’elaborazione del mandato

A conclusione della relazione iniziale, gli studenti del SISM hanno reso una eccellente dimostrazione di insegnamento e di valutazione dell’apprendimento, con l’uso del manichino per basic life support (BLS), avente per oggetto la corretta esecuzione delle manovre di BLS. A conclusione della dimostrazione, in cui sono stati messi chiaramente in evidenza i concetti espressi nella relazione dell’esperto, si è avviata una interessante discussione sul mandato ricevuto dal gruppo di lavoro.

Al termine del dibattito sono state formulate le proposte sotto descritte, che sono messe all’attenzione dei Presidenti dei Corsi di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia.

A) Le abilità: core curriculum condiviso e per complessità crescenti

– Assoluta necessità di definire un core curriculum di attività pratiche da eseguire con uso di skill lab, che sia condiviso a livello nazionale;

– debbono essere previste modalità condivise di erogazione corretta agli studenti;

– deve essere fatto riferimento ai diversi gradi di complessità, dallo skill al megacode alla simulazione, da posizionare in progressione verticale all’interno del corso in anni diversi dal primo al sesto;

– è preferibile utilizzare un numero limitato di abilità, ma che siano standardizzate, essenziali e erogate sistematicamente a tutti gli studenti iscritti.

B) Preparazione all’insegnamento ed alla valutazione in forma standardizzata

– Vi deve essere la responsabilità di un docente coordinatore che sappia dare le basi standardizzate della formazione, in questo setting particolare, ai facilitatori che opereranno a diretto contatto con gli studenti;

– il gruppo di lavoro ha sottolineato l’importanza che il facilitatore debba essere adeguatamente preparato e sappia gestire un rapporto di comunicazione corretto con gli studenti con cui dovrà interagire;

– il processo di formazione non può prescindere dalla valutazione di quanto appreso dallo studente, che sia correttamente standardizzata ed effettuata attraverso l’uso corretto di griglie condivise per la misurazione delle abilità apprese dagli studenti.

C) Integrazione verticale delle abilità nel corso di studi

– Il gruppo di lavoro ha ribadito l’importanza dell’integrazione delle scienze di base con le scienze cliniche, soprattutto nella fase precoce del percorso di studio;

– l’integrazione nei sei anni di corso deve essere inoltre organizzata per complessità crescente delle manualità da apprendere attraverso l’uso dello skill lab (BLS, scenario, megacode);

– sarebbe inoltre auspicabile un accordo nazionale sulla distribuzione delle abilità negli anni di corso, necessario a garantire trasferimenti corretti e preparazione omogenea, almeno per quelli definiti come irrinunciabili.

D) Ipotesi di risorse e costi riferibili ad un corso con 80 studenti per BLS/ALS

– Necessità della presenza di almeno 6 formatori per BLS e ALS;

– uso di manichini a basso costo (n. 4 family pack per BLS) da utilizzare per tutti gli studenti dal primo anno di corso (turnazioni con gruppi di 12 studenti);

– uso di manichini a costo maggiore (n. 2 per ALS) per scenari più comuni di intervento negli anni successivi (turnazioni con gruppi di 12 studenti);

– i simulatori sono utili soprattutto nell’area dell’emergenza, ma sono caratterizzati dall’altissimo costo.

E’ ipotizzabile un investimento iniziale di circa 15.000 euro.

Laboratorio No. 2

Tema: Il Paziente Simulato

Esperto: Egidio A. Moja (Milano Statale)

Dimostratori: Felice Sperandeo (SISM Roma Sapienza “D”) e Giulia Casoli (Milano, attrice)

Facilitatore: Fabrizio Consorti (Roma Sapienza “C” – SIPeM)

Contenuti del Laboratorio

Un paziente simulato o standardizzato – chiariremo in seguito alcune differenze tra questi due termini – può essere definito come una persona che:

1) ha avuto un training per interpretare un paziente (la sua storia, i suoi sintomi) in un modo realistico,

2) utilizza tale competenza in corsi pre- o post-laurea di educazione medica.

Pazienti simulati e standardizzati vengono con crescente frequenza utilizzati nei percorsi formativi in medicina. In queste note, dopo una breve precisazione terminologica, accenneremo alle ragioni di questo sempre più largo utilizzo e descriveremo la nostra esperienza di giochi di ruolo con pazienti simulati all’interno del Corso di Laurea in Medicina (Polo San Paolo) di Milano.

Terminologia

Molti autori usano in modo intercambiabile i termini simulato e standardizzato; altri sottolineano che la principale caratteristica del primo termine rimanda alla capacità di simulare, il secondo alla capacità di simulare ed alla stabile coerenza dei dati forniti. Un esempio: portando una storia di alcolismo un paziente simulato sarà tenuto a fornire una serie di dati appresi sulla sua dipendenza e sui suoi sintomi ma avrà una certa libertà nel descrivere altri dati personali, famigliari o sociali; in una situazione standardizzata anche questi dati verranno con ogni cura predefiniti e appresi dal paziente attore.

Sia i pazienti simulati che i pazienti standardizzati possono naturalmente essere utilizzati per l’insegnamento e la valutazione di abilità nel campo della comunicazione e dell’esame obiettivo fisico. I pazienti-attori – sia simulati che standardizzati – sono però persone sane che possono mimare un sintomo ma non averne l’obiettività. A questa “mancanza” pone un parziale rimedio quello che va sotto il nome di simulazione ibrida. Nella simulazione ibrida ai pazienti-attori si aggiungono dispositivi tecnologici che forniscono le componenti fisiche che i pazienti-attori non possono avere. Ad esempio, in una situazione di simulazione ibrida lo studente appoggia lo stetoscopio al torace dell’attore e una fonte remota trasmette i suoni di una predeterminata patologia.

Le ragioni di un utilizzo sempre più frequente

Tradizionalmente il contatto con il paziente (raccogliere la sua storia, visitarlo…) rappresenta il momento fondamentale e irrinunciabile nella formazione dei futuri medici. Perché, allora, introdurre (anche) pazienti-attori nel loro curriculum?

Si possono elencare una serie di condivisibili ragioni. Una prima serie di ragioni nasce dai percorsi di cura contemporanei che vedono una progressiva contrazione dei posti-letto ospedalieri e dei tempi di degenza ed una maggiore attenzione alla medicina territoriale: tutto questo determina una riduzione del numero dei pazienti che gli studenti possono incontrare nel loro percorso formativo. Una seconda serie di ragioni nasce dalla crescente riluttanza da parte di molti pazienti a collaborare con le esigenze educative di Ospedali universitari. Una terza nasce dall’attuale maggiore attenzione a evitare ai pazienti ogni manovra o passaggio non strettamente necessari.

Si può osservare che le ragioni finora citate sono, come dire, in negativo: siamo costretti ad utilizzare (anche) pazienti-attori. Ve ne sono però molteplici in positivo. Sul piano comunicativo ci sono aree drammatiche o delicate – ad esempio, dare cattive notizie o raccogliere dati in ambito sessuale – in cui esercitarsi in un ambito protetto prima di incontrare pazienti reali appare doveroso addirittura da un punto di vista etico. Sul piano delle storie cliniche i pazienti-attori possono essere formati ad interpretare i casi più disparati fornendo agli studenti una varietà di esperienze che può superare quella dei pazienti ricoverati. Sul piano pratico i pazienti-attori possono imparare ad adeguare la difficoltà del caso al livello di esperienza dello studente; possono replicare più e più volte il medesimo caso favorendo un progressivo apprendimento da parte dei discenti; possono, al termine della consultazione, discuterne punti di forza e punti di debolezza. Un ultimo, certo non trascurabile, vantaggio dei pazienti simulati risiede nel loro utilizzo nei momenti valutativi. L’esame al letto del paziente dovrebbe rappresentare l’ultimo e più convincente passaggio della formazione dello studente. Due sono i principali fattori che rendono discutibile l’oggettività di una valutazione di tale passaggio: la variabile difficoltà dei casi clinici e la soggettività dell’esaminatore. L’impiego di  simulazioni, e in particolare di simulazioni ibride, potrebbe azzerare il primo fattore e ridurre considerevolmente il secondo.

L’elaborazione del mandato

Il laboratorio ha avuto un taglio fortemente interattivo, proponendo alcune riflessioni teoriche iniziali, seguite da numerosi esempi dal vivo o video-ripresi, che hanno permesso ai partecipanti di percepire, anche se solo attraverso rapidi assaggi, caratteristiche e potenzialità delle attività educative basate su pazienti simulati.

L’elaborazione del gruppo rispetto al mandato di lavoro si è prodotta quasi spontaneamente, nel corso stesso delle attività laboratoriali. Sono state condivise alcune esperienze in atto, relative alla disponibilità di locali attrezzati a laboratorio delle abilità, capace di ospitare azioni simulate e videoriprese o all’utilizzo già sperimentato di pazienti simulati, limitatamente alla formazione alle sole abilità cliniche, senza particolare attenzione agli aspetti comunicativi e relazionali.

Circa la collocazione curriculare dell’utilizzo dei pazienti simulati, il gruppo ha convenuto sulla loro utilità negli anni clinici, anche se sono stati ravvisati buoni motivi per iniziare già dagli anni di base, come introduzione progressiva e controllata alle abilità relazionali. Quest’ultimo dominio è stato unanimemente riconosciuto come quello più peculiare per questa metodica.

Le criticità riscontrate sono riassumibili nel problema della sostenibilità di questo tipo di attività per un intero gruppo-classe, qualora si volesse uscire dall’utilizzo limitato ad un’ADE e indirizzato a pochi studenti. Esistono problemi di tempo curriculare, di spazi dedicati e soprattutto di preparazione dei docenti. Volendo però cogliere quest’ultimo aspetto come opportunità, è stato osservato che la formazione all’impiego dei pazienti simulati è utilizzabile anche per promuovere un approccio alla formazione che sia maggiormente student-centred.

Sono state indicate come azioni propedeutiche l’utilizzo dei film, la  formazione dei formatori e la formazione degli attori. E’ anche indispensabile l’adozione di un modello pedagogico del CLM che non renda l’esperienza coi pazienti simulati un evento avulso e isolato.

Laboratorio No. 3

Tema: L’e-learning

Esperti: Marco Masoni e Maria Renza Guelfi (Firenze)

Dimostratore: Eleonora Leopardi (SISM Roma Sapienza “B”)

Facilitatore: Rosa Valanzano (Firenze)

Contenuti del Laboratorio

Per meglio comprendere quale possa essere il vero apporto della formazione a distanza nel futuro dell’educazione è opportuno sostituire il termine e-learning, che indica genericamente l’uso delle tecnologie telematiche a fini di apprendimento, con Technology Enhanced Learning (TEL) che si focalizza sulle modalità offerte dalla Information and Communications Technology (ICT) di migliorare/ottimizzare i processi di apprendimento, favorendo i differenti stili ed offrendo flessibilità in termini di spazio, tempo, ritmi personali nell’affrontare gli argomenti di studio.2

Il TEL appare particolarmente appropriato in ambito universitario, in cui la qualità della didattica deve essere elevata e mai subordinata ad istanze aziendali, economiche o politiche, come può invece accadere in altri contesti.

Sono stati analizzati gli approcci TEL considerati più adeguati ed efficaci per la formazione professionalizzante degli studenti del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia. Il dimostratore (studente SISM) ha navigato all’interno di corsi online a differente strutturazione, cercando di esplicitare i processi mentali coinvolti durante l’interazione, trasferendo ai presenti considerazioni e meta riflessioni che sono state oggetto di discussione. In questo modo sono stati visionati e analizzati diversi ambienti virtuali di apprendimento, alcuni dei quali prediligevano l’interazione con i materiali ed altri in cui prevaleva la componente di costruzione collaborativa di conoscenza. Gli approcci TEL mostrati sono stati ordinati e tassonomizzati, in funzione di una classificazione proposta da Trentin.3 La maggioranza dei corsi online analizzati sono stati sviluppati all’interno della Scuola di Scienze della Salute Umana dell’Università di Firenze.

Se opportunamente progettato, il TEL può favorire l’acquisizione di competenze trasversali di tipo tecnologico, cooperativo/collaborativo e interdisciplinare che superano le tradizionali di dominio e che possono essere molto utili nell’esercizio della pratica clinica. Benché le potenzialità del TEL nell’apprendimento individuale siano non trascurabili, occorre sottolineare che è soprattutto tramite la costruzione di ambienti di apprendimento collaborativi che si crea un humus adatto all’acquisizione delle competenze trasversali sopra menzionate.4

In merito alle competenze tecnologiche, è intuitivo che una didattica basata su ICT contribuisca ad un migliore uso professionale della rete sia nell’auto-apprendimento che nell’interazione con una comunità professionale.

Proporre ambienti virtuali di apprendimento in cui lo studente deve interagire con docenti e discenti favorisce l’acquisizione di competenze cooperative/collaborative. La progettazione e la realizzazione a più mani di artefatti, il rispetto delle scadenze e le modalità di relazionarsi nel lavoro di gruppo sono attività che comportano educazione alla mediazione, alla negoziazione ed all’argomentazione di idee, favorendo l’accettazione di quelle altrui. A ciò consegue la necessità di acquisire la capacità di dialogare attraverso la parola scritta, con continuo confronto e mediazione, alla luce della necessità di accettare e confrontarsi con visioni multiprospettiche spesso non coincidenti.

Infine, l’utilizzo di strategie collaborative in rete favorisce l’educazione all’interdisciplinarietà, aspetto centrale di fronte al rapido avanzamento della conoscenza in ogni settore del sapere. In particolare il corpus informativo presente in rete rende la ricerca di informazioni un’attività fondamentale per l’aggiornamento del medico che conduce al recupero di documenti con contenuti che vanno oltre la disciplina di studio, che comunque necessitano di oculata interpretazione e valutazione.

L’elaborazione del mandato

In un’epoca di sempre più rapido progresso scientifico e tecnologico, l’acquisizione di competenze tecnologiche, cooperative/collaborative e interdisciplinari è centrale in un’ottica di life-long learning, in cui il medico dovrà provvedere autonomamente al proprio aggiornamento sia mediante un apprendimento individuale che attraverso processi di gestione/condivisione della conoscenza che si attuano in collaborazione con altri. Queste due diverse modalità di aggiornamento possono essere influenzate in misura considerevole dalla rete.5 Secondo questa visione, il TEL diventa cruciale come preparazione ad uno sviluppo professionale continuo poiché consente l’acquisizione di competenze che spaziano oltre lo specifico ambito disciplinare, ma che possono rivelarsi determinanti nell’esercizio della prassi clinica.

Per diffondere nuovi approcci al TEL capaci di migliorare la qualità della formazione all’interno di un Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia occorre superare un’ottica individuale e talora autoreferenziale per passare a una visione organizzativa. È necessaria una strategia che miri a ottenere un consenso ampio tra tutte le componenti di governance, attuando politiche globali di coinvolgimento del personale docente, accompagnate a una mission ed operatività tali da garantire un appropriato sviluppo istituzionale capace di trasformazione.6

Laboratorio No. 4

Tema: L’esame obiettivo tra pari e l’insegnamento al letto del paziente

Esperto: Oliviero Riggio (Roma Sapienza “B” e “C”)

Dimostratore: Laura Vivalda (SISM Torino)

Facilitatore: Carlo Della Rocca (Roma Sapienza “E”)

Contenuti del Laboratorio

Preliminarmente è stata sottolineata l’importanza dell’esame obiettivo nella pratica clinica, anche attuale, nonostante la sempre maggiore, deprecabile, tendenza di sostituirlo mediante l’utilizzo di tecniche di immagine ed esami di laboratorio sempre più sofisticati. In questo senso è stato rilevato come l’introduzione dell’esame obiettivo tra pari possa almeno parzialmente ovviare alle sempre maggiori difficoltà connesse all’insegnamento di questa abilità “teorico-pratica”, ma anche “metodologica”, nell’attuale contesto di sempre maggiore diminuzione dei rapporti docenti/discenti e discenti/assistiti “fruibili” per attività didattiche. Nel tentativo di definire le reali potenzialità di tale metodologia didattica è apparso utile confrontare, prima di tutto, le due tipologie classiche di esame obiettivo: l’esame obiettivo sistematico e l’esame obiettivo guidato da ipotesi (Figg. 1 e 2).

A questo punto è apparso utile analizzare i vantaggi e i problemi dell’apprendimento tanto dell’esame obiettivo in ambiente clinico che nella situazione tra pari.

Schematicamente:

Apprendimento dell’esame obiettivo in ambiente clinico

Vantaggi

– Didattica focalizzata su problemi reali

– Svolto nel contesto professionale reale

– E’ il solo ambiente in cui abilità come la raccolta dell’anamnesi, l’esecuzione dell’E.O., il ragionamento clinico, il prendere decisioni, l’empatia e la professionalità possono essere apprese nel loro insieme.

Problemi

– Tempi limitati

– Esigenze in conflitto (cliniche, amministrative)

– Troppi studenti, pochi pazienti, scarse risorse

– Didattica spesso contingente ai pazienti disponibili (difficilmente pianificabile)

– Sistematicità difficile

– Dignità e privacy del paziente

 

Apprendimento dell’esame obiettivo tra pari

Vantaggi

– Attuabilità: basta una stanza con un lettino

– Attrezzatura: minima (Sfignomanometro, termometro)

– Costi: praticamente zero

– Apprendimento rinforzato da possibilità di ripetizione del gesto (allenamento) praticamente infinita dall’osservazione reciproca

Problemi

– Reperti patologici

• praticamente assenti

• necessità di affiancare lo studio dei reperti patologici con sussidi didattici come foto, registrazioni di rumori patologici, ecc. che non potranno mai sostituire la pratica sul paziente.

Infine è stata elaborata la problematica connessa alla differenza di genere naturalmente presente negli studenti attori dell’esame tra pari, rilevando che anche con l’esclusione della sfera genitale, dell’esplorazione rettale e della mammella femminile, per le quali non esiste spazio nell’ambito di questa metodologia didattica, possono generarsi situazioni di disagio che devono essere serenamente gestite nel rispetto del pudore dei singoli e che comunque, anche in base alla letteratura internazionale, sono confinate a piccole percentuali di casi di solito insorti a causa di una non appropriata gestione da parte del tutor dell’approccio iniziale.

 L’elaborazione del mandato

Questa fase del laboratorio è stata introdotta da un’efficacissima dimostrazione, condotta dagli studenti del SISM, di un esempio di esame obiettivo tra pari. Gli studenti si sono alternati nei ruoli di “attore”, colui che esegue l’esame obiettivo, di “modello”, colui che simula l’assistito, e di “scriba”, colui che rileva l’uso corretto della terminologia usata e degli atti ispettivi effettuati mediante l’uso di “griglie” standardizzate pre-confezionate.

A seguito della dimostrazione è apparsa chiara a tutti l’estrema applicabilità ed utilità dell’esame obiettivo tra pari per l’apprendimento dell’esame obiettivo sistematico. Il dibattito in seno al laboratorio si è incentrato sulle ragioni per le quali l’esame tra pari rappresenti attualmente una pratica poco diffusa. Le problematiche rilevate sono state essenzialmente di tipo organizzativo e logistico, ma che appaiono comunque risolvibili tramite un’almeno parziale centralizzazione dell’organizzazione delle ADP a livello di coordinamento di semestre o comunque tramite un reale coordinamento delle stesse. E’ evidente che necessitano comunque spazi nei quali gli studenti possano “allenarsi” anche in autonomia e un certo numero, se pur limitato rispetto a quello richiesto nella ADP in contesto clinico, di tutor clinici, formati, che avviino e controllino le attività di apprendimento degli studenti. E’ stato infine ricordato il vantaggio della valutabilità della performance anche ai fini di una sua eventuale inclusione in contesti di esame pratico.

In conclusione si è ritenuto che l’esame obiettivo tra pari rappresenti una valida metodologia didattica che può permettere l’acquisizione di competenze professionali metodologiche di base (esame obiettivo sistematico) come la semeiotica del “normale” anche in ambito specialistico. La fattibilità, sebbene con i limiti ricordati, è ampia ed è estendibile anche all’apprendimento dell’esecuzione di indagini strumentali non invasive (come l’ecografia).

Fig. 1 – Caratteristiche degli esami obiettivi sistematici e guidati da ipotesi. 

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Fig. 2 – Caratteristiche dell’insegnamento degli esami obiettivi sistematico e guidato da ipotesi. 

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Conclusioni

Al termine di questo atelier, a partire dal contributo degli esperti e dal dibattito nei laboratori è stato possibile concludere che le attività di simulazione sono diventate uno strumento indispensabile di insegnamento nei Corsi di Laurea in Medicina lungo tutto il percorso curriculare.

Dall’atelier sono emerse alcuni dei punti di forza dell’educazione medica basata sulla simulazione:

– risponde alle crescenti esigenze di attuare attività formative professionalizzanti (AFP);

– ovvia al problema della riduzione del numero dei docenti;

– ottimizza l’impiego del tutor clinico;

– favorisce forme attive e collaborative di apprendimento e forme pedagogicamente innovative (più efficaci) di insegnamento.

Dalla presentazione degli esperti e, ancor più, dai laboratori, è emerso che l’educazione medica basata sulla simulazione è fattibile nella generalità dei CLM in Medicina Italiani:

– i costi della simulazione (a bassa tecnologia) necessaria alle esigenze di un CLM in Medicina sono contenuti;

– le attività di simulazione richiedono l’intervento iniziale di un tutor clinico ma poi gli studenti possono esercitarsi “tra pari”;

– anche la progressiva creazione di un centro di simulazione è fattibile.

Certo, è apparso chiaro che la simulazione richiede un forte coordinamento (trasversale e longitudinale) dell’attività didattica. Occorre:

– programmare le AFP del core curriculum in una progressione curriculare;

– programmare la valutazione dell’acquisizione delle AFP (nell’ottica dell’esame di laurea abilitante);

– programmare in modo omogeneo la formazione dei formatori (all’insegnamento e alla valutazione).

Non va nascosta una criticità che risiede nel fatto che.la simulazione è di facile realizzabilità in un contesto elettivo, mentre è nel contempo necessario ma anche assai più impegnativo estenderla all’intero gruppo-classe.

La CPPCCLM ha fin qui svolto un ruolo prezioso nella valorizzazione delle AFP, fino alla promozione dell’esame di laurea abilitante. Per favorire l’adozione in tutti i CLM Italiani di tecniche di educazione medica basata sulla simulazione la CPPCCLM deve continuare a svolgere un ruolo trainante. Per farlo, la CPPCCLM deve favorire:

– progetti formativi condivisi,

– il core curriculum nazionale,

– la standardizzazione delle attività formative e valutative,

– il coordinamento trasversale e longitudinale delle attività formative,

– la formazione dei formatori,

– l’analisi dei costi e la programmazione.

La prosecuzione naturale di questo atelier sarà un nuovo incontro (Alghero, Ottobre 2014) dal titolo “Verso una laurea professionalizzante: certificazione delle Competenze professionali”. I temi dei 4 laboratori saranno

– Il Paziente standardizzato

– L’OSCE

– Il Portfolio

– Il Tirocinio certificativo

Medicina e Chirurgia darà prontamente conto dei risultati di questo nuovo atelier in un prossimo numero della Rivista.

Bibliografia

1) Ziv A: Simulators and simulation-based medical education. In: Dent JA e Harden RM (eds) A Practical Guide for Medical Teachers, pp. 217-222. Churchill Livingstone, Edinburgh, 2009.

2) TEL Committee, University of Texas (2004), Report of Technology Enhanced Learning Committee. URL: http://www.utexas.edu/provost/research/TEL_Report_2004.pdf (acceduto il 13/3/2014)

3) Trentin G Tecnology Enhanced Learning e didattica universitaria: i diversi approcci e i motivi della loro scelta. Tecnologie Didattiche 2006 37(1):3-9

4) Trentin G Dallo studio individuale all’apprendimento in rete: i diversi ruoli delle tecnologie informatiche e della comunicazione. In book: Simulazioni interattive per la formazione giuridica, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2007 Editors: D. Giuli, N. Lettieri, N. Palazzolo, O. Roselli, pp.55-71

5) Masoni M, Guelfi MR, Conti A, Gensini GF. E-learning in Sanità. Springer 2011

6)Masoni M, Guelfi MR, Conti A, Gensini GF.  Gli Atenei e le Facoltà di Medicina e Chirurgia di fronte alla sfida dell’e-learning. Clinical Management Issue 2009; 3(4):133-180

Cita questo articolo

Gallo P., Casoli R., Consorti F., et al., Verso una Laurea professionalizzante. 1° Acquisizione delle competenze professionaliMedicina e Chirurgia, 62: 2797-2804, 2014. DOI:  10.4487/medchir2014-62-4

 

Il Gruppo di lavoro Innovazione Pedagogican.61, 2014, pp.2735

Il Gruppo di Lavoro Innovazione Pedagogica fu creato e inserito nel Manifesto di Intenti della Conferenza Permanente dei Presidenti di Corso di Laurea in Medicina nel triennio 2005/08. Il Gruppo iniziò i suoi lavori nel Febbraio 2006 e da allora ha lavorato ininterrottamente al servizio della Conferenza.

Il Gruppo di lavoro è attualmente costituito da Pietro Gallo (Coordinatore), Carlo Della Rocca, Giuseppe Familiari e Rosa Valanzano (Presidenti di CLM in Medicina), da Italo Vantini (Past-President di CLM in Medicina), Fabrizio Consorti (Presidente SIPeM), e da Marco Nicolazzi (Rappresentante del SISM).

Nel 2013, il Gruppo di lavoro ha perseguito due obiettivi principali.

Il primo è rappresentato dall’organizzazione di eventi formativi – che si svolgono durante le riunioni della Conferenza – su temi di attualità didattico-pedagogica. Il format è quello di una successione di pillole-pedagogiche (mini-conferenze), atelier e foum (brevi laboratori pedagogici, della durata di tre ore, animati – rispettivamente – da esperti di Pedagogia Medica o da  presidenti di CCL che riferiscono su iniziative esemplari delle proprie Sedi). In genere, questi eventi sono raggruppati in trilogie (una pillola, un atelier e un forum) dedicate ad aspetti diversi dello stesso tema generale. Nel 2013 è stata completata la trilogia su L’integrazione nel territorio del sistema delle cure ed avviata quella Verso una laurea professionalizzante (vedi Tabella).

Il secondo obiettivo è stato quello di organizzare atelier pedagogici su temi-base di pedagogia medica, a beneficio dei Presidenti di CL di nomina recente. Nel 2013 è stato organizzato un evento dal titolo Il ruolo del Presidente di CL in Medicina, che ha riscosso un grande successo di partecipazione. Il Gruppo si è reso disponibile ad organizzare un nuovo atelier su un altro tema-base di grande attualità, come lo staff development (vedi Tabella).

Le attività del Gruppo si svolgono in continua collaborazione con la Società Italiana di Pedagogia Medica (SIPeM) e con il Segretariato Italiano Studenti in Medicina (SISM) e in stretta intesa con la Presidenza della Conferenza Permanente dei Presidenti di CLM in Medicina.

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Il ruolo organizzativo e pedagogico del Presidente di Corso di Laurea Magistrale in Medicinan.60, 2013, pp.2683-2698, DOI: 10.4487/medchir2013-60-3

Abstract

Until lately, the Presidents of the Italian Undergraduate Curricula in Medicine were fully aware of their role in curriculum managing only. A recent reform of the Italian University Structure, shifting the focus from the Schools of Medicine to the single Departments, gave the Curricula Presidents larger autonomy but also burdened them with new managerial tasks, especially in the field of quality assurance. In the meantime, the spurs received by the National Conference of Undergraduate Curricula Presidents, through its Educational Innovation Committee, and the bench-mark of International Medical Education, are convincing the Italian Curricula Presidents of their constitutional role as promoters of the new achievements of research in Medical Education, too. In this setting, the Educational Innovation Committee organized a workshop, open to all the Undergraduate Curricula Presidents, on the topic of their changing role. The workshop was held in Rome (Sapienza University) on the 23rd June 2013, and gained a wide attendance.

The workshop was subdivided into two subsequent Sessions, respectively dealing with the managerial and educational roles of the Presidents of Undergraduate Curricula in Medicine. Each Section was organized in three contemporary working groups. Each class was lead by an expert in medical education and by a chairperson, and worked separately on a different topic. At the end of each Session,  a plenary debriefing allowed all participants to share the conclusions of the different groups. The topics addressed in the single groups were: Session 1 (managerial role): 1.1) the role of the President of the Undergraduate Curriculum in Medicine; 1.2) the role of the Coordinators of the single Integrated Courses and Terms (Italian curriculum is 6-year long and is arranged into 12 subsequent semesters); 1.3) the role of the Teaching-Educational Committee (every President should by assisted by a technical committee including both teachers and students, and in some Curricula a proper Medical Education Committee is also present); Session 2 (educational role); 2.1) quality control, including self-evaluation, on curriculum efficacy; 2.2) teaching and learning clinical skills; 2.3) modalities of learning assessment. 

Articolo

 

Premessa

In questo articolo si dà ragione, per sommi capi, dell’atelier pedagogico che il Gruppo di Lavoro Innovazione Pedagogica ha organizzato per la Conferenza Permanente dei Presidenti di Corso di Laurea Magistrale (CLM) in Medicina, a Roma Sapienza il 23 Giugno 2013.

Scopo di questo atelier era di fare il punto sul ruolo del Presidente del CLM in Medicina, soprattutto in questa fase delicata di passaggio in cui viene ridefinito il ruolo di raccordo della facoltà, o della scuola di Medicina. Il Presidente di CLM si trova oggi ad essere coinvolto sempre di più in un’impegnativa ricerca di eccellenza didattica e di innovazione pedagogica, che ne esalta le doti di pedagogista, ma anche i crescenti compiti organizzativi (una volta in gran parte demandati alle facoltà) che affronta spesso senza avere adeguate strutture di supporto.

In questo contesto, è maturata la decisone di coinvolgere i Presidenti di CLM in un atelier, che affrontasse tali tematiche. Queste hanno confermato la loro grande attualità, stante l’adesione senza precedenti riscontrata: hanno partecipato 48 tra Presidenti e loro delegati e 5 Studenti in rappresentanza del SISM (per l’elenco dei partecipanti si rimanda all’Appendice in calce a questo articolo).

– la prima, dedicata al ruolo manageriale della  Presidenza del CLM, si è concentrata, in altrettanti Laboratori, sugli attori dell’organizzazione didattica: il Presidente di CLM, la Commissione Tecnica di Programmazione didattico-pedagogica (CTP) e il Coordinatore Didattico di anno/semestre e di corso integrato;

– la seconda, incentrata sul ruolo pedagogico del Presidente di CLM, ha affrontato, in altrettanti Laboratori, alcuni temi squisitamente pedagogici quali: la valutazione dell’apprendimento, le attività formative professionalizzanti e, in questa fase di interazione con l’ANVUR, la valutazione dell’efficacia didattica.

Ogni Laboratorio è stato animato da un esperto (in genere un Presidente di CLM o un membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Pedagogia Medica) e da un moderatore (in genere un Presidente di CLM).

Sessione I: Laboratorio No. 1

Tema: Il ruolo del Presidente di Corso di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia

Esperto: Giuseppe Familiari (Roma Sapienza, Polo S. Andrea)

Moderatore: Maria Filomena Caiaffa (Foggia)

Obiettivi: Al termine del Laboratorio, i partecipanti dovranno essere consapevoli che il Presidente, oltre alle responsabilità formali della gestione del CLM, ha anche le seguenti responsabilità/obblighi:

– indirizzo verso modelli innovativi e aggiornati di pedagogia medica, condivisi con la comunità internazionale;

– promozione dei valori fondanti della professionalità e del comportamento eticamente corretto;

– attenzione a che vi sia il giusto equilibrio di ruoli all’interno della comunità co-educante (Corpo Docente/Studenti/Pazienti).

Il ruolo del Presidente di CLM: da quello istituzionale a quello pedagogico

Il Presidente del Corso di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia (CLMMC) riveste un ruolo oltremodo complesso, in un momento storico caratterizzato da un rapido cambiamento economico e sociale. Andreas Schleicher1 definisce emblematicamente tale complessità: “Today, because of rapid economic and social change, Schools have to prepare students for jobs that have not yet been created, technologies that have not yet been invented and problems that we don’t yet know will arise”. Il Presidente del CLMMC, oltre alle responsabilità formali legate alla gestione del Corso di Laurea, dovrebbe quindi avere anche un ruolo di indirizzo verso modelli pedagogici innovativi, aggiornati e condivisi con la comunità internazionale; dovrebbe essere inoltre promotore dei valori fondanti della professionalità e del comportamento eticamente corretto dei docenti e degli studenti; dovrebbe curare che vi sia il giusto equilibrio all’interno della comunità co-educante costituita dal corpo docente, dagli studenti e dai pazienti.

Il Presidente ha, pertanto, non solo un ruolo istituzionale, ma anche un ruolo a forte caratterizzazione pedagogica, comprendente quello della promozione di valori nell’ambito della comunità co-educante.

Il ruolo istituzionale del Presidente è ben descritto nei regolamenti didattici degli Atenei, anche se, in relazione all’applicazione della Legge n. 240 del 30/12/2010, vi possono essere interpretazioni diverse negli Statuti degli atenei italiani. A titolo di esempio, ai commi 4 e 5 dell’Articolo 13 (Corsi di Studio) dello Statuto della Sapienza di Roma è scritto che al “Presidente spetta il compito di convocare il Consiglio, determinare l’ordine del giorno, organizzare la didattica e coordinare – in accordo con il/i Dipartimento/i coinvolto/i le coperture dei singoli insegnamenti” e che “i Consigli operano in conformità al Regolamento Didattico di Ateneo, assicurano la qualità delle attività formative, formulano proposte relativamente all’ordinamento, individuano annualmente i docenti tenendo conto delle esigenze di continuità didattica”.

In estrema sintesi, il Presidente predispone il documento di programmazione didattica che deve essere approvato dal Consiglio, in relazione al piano degli studi, alle sedi delle attività formative professionalizzanti, alle attività didattiche elettive, al calendario delle attività didattiche e degli appelli d’esame, ai programmi dei singoli corsi integrati ed ai compiti didattici attribuiti ai Docenti ed ai Tutori.

Il Presidente, come recentemente previsto dal Decreto Legislativo 27/01/2012 n. 19, riguardante l’introduzione del sistema di accreditamento iniziale e periodico dei corsi di studio, predispone inoltre il rapporto del riesame annuale e provvede ai numerosi adempimenti previsti dall’attivazione della scheda SUA. Questi ultimi compiti previsti dal Decreto Legislativo sono in realtà complessi e ampliano il ruolo del Presidente, là dove alla sua funzione strettamente istituzionale deve essere aggiunta quella che preveda una buona conoscenza e una buona pratica delle regole della pedagogia medica.

Il ruolo pedagogico del Presidente non deve però essere considerato solo nel nuovo confronto con il sistema di valutazione e di accreditamento italiano (ANVUR/AVA), ma soprattutto in relazione al confronto obbligato con la dimensione internazionale della medical education, dove sono costantemente rivalutate le diverse abilità del core curriculum (curriculum planning), la certificazione del loro effettivo raggiungimento (learning outcomes), le nuove strategie di apprendimento/insegnamento (approaches to teaching and learning), i metodi di verifica dell’apprendimento (assessment tools) e di tutto quello che riguarda, in senso lato, le metodologie ed il management della formazione del medico.2,3,4,5 

L’attenzione del Presidente dovrà essere incentrata anche e soprattutto sull’efficacia di singole parti del processo formativo, come ad esempio l’erogazione delle attività e i risultati di apprendimento nei singoli corsi integrati e nei singoli moduli all’interno dei corsi integrati, bilanciando l’attenzione tra qualità del processo e qualità del prodotto, allo scopo di organizzare il curriculum in maniera più sistematica, più trasparente e soprattutto rendendo i docenti più responsabili.6

Uno strumento pratico ed efficace per guidare la riflessione sulle strategie pedagogiche del corso di laurea in Medicina e Chirurgia è sicuramente offerto dalle SPICES di Harden.7 Come suggerito dal metodo SPICES, in una visione moderna, ed ampiamente accettata dalla letteratura internazionale, la didattica moderna dovrebbe essere centrata sull’apprendimento piuttosto che sull’insegnamento (Student-centred education), finalizzata all’apprendimento per problemi (Problem-based learning), con integrazione interdisciplinare e interprofessionale (Integrated education), a misura di studente (Elective-driven education) e sistematica (Systematic education).8 Alcuni esempi di organizzazione curriculare derivano anche da questo modello, come il curriculum dal profilo biomedico-psico-sociale caratterizzato da forte integrazione verticale tra scienze di base e scienze cliniche, dall’inizio precoce della formazione clinica e da un percorso verticale di metodologia medico-scientifica e scienze umane che accompagna lo studente sino alla laurea.9,10,11

Un insegnamento moderno deve inoltre fare espresso riferimento ai valori che possono trarsi dall’apprendere all’interno della comunità, nei cui confronti il Corso di Laurea dovrebbe avere maggiori responsabilità formative.12,13,14

Il ruolo del Presidente di CLM, promotore di valori ed armonizzatore della comunità co-educante

Il ruolo pedagogico del Presidente deve essere considerato in senso ancora più ampio, in relazione ai comportamenti eticamente corretti che dovranno acquisire gli studenti in formazione, all’interno di un contesto formativo che ne sappia far emergere correttamente le potenzialità inespresse.15,16,17

È emblematica, in tal senso, la proposizione posta da Stefano Semplici,18 Presidente del Comitato Internazionale di Bioetica dell’UNESCO: “se nelle Facoltà di Medicina si debba semplicemente insegnare come funziona il corpo umano, a quali rischi di malattia è esposto e come le diverse patologie possono essere efficacemente curate o si debba piuttosto integrare questo fascio sempre più differenziato di competenze in una visione del senso della pratica medica, dei suoi fini e dunque, conseguentemente, dei suoi doveri”. Sempre dallo stesso autore, il richiamo all’Art. 6 del Codice Deontologico FNOMCeO là dove è scritto: “il Medico è tenuto a collaborare alla eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario, al fine di garantire a tutti i cittadini stesse opportunità di accesso, disponibilità, utilizzazione e qualità delle cure” ed il suo commento che riportiamo integralmente: “Non si tratta, con tutta evidenza, di uno standard di competenza. Si tratta del dovere morale di opporsi all’idea che ogni cittadino ha diritto alla speranza di salute che è in grado di comprare e nulla più. Questa tesi non si trova nei trattati di anatomia e non corrisponde alle condizioni di esercizio della pratica medica in molti paesi. Fa parte, con altri principi come quello del rispetto dell’autonomia del paziente, di una prospettiva etica, prima ancora che di un quadro normativo giuridicamente vincolante, che si chiede di condividere. E che dunque dovrebbe essere insegnata. Come non sempre accade, almeno in forma curriculare esplicita, visto che la bioetica e l’etica medica continuano a spiccare per la loro assenza in molte delle Facoltà di medicina italiane”. Senza dubbio parole forti e importanti, su un tema che ha già l’attenzione dei Presidenti.

Anche nella prospettiva internazionale, è forte la consapevolezza del fatto che i valori della professionalità (professionalism) debbano essere incorporati all’interno dell’intero percorso curriculare.19

I valori della globalizzazione dell’educazione medica sono infine importanti nella visione che ogni singolo Corso di Laurea di Medicina e Chirurgia non debba essere una entità isolata, ma debba condividere culture ed esperienze di tipo internazionale. Affrontare i temi della salute globale significa inevitabilmente incrociare la questione della complessità e dell’efficacia con quella dei fini e dei beni.

Il ruolo “multifunzionale” del Presidente può essere sinteticamente descritto da queste definizioni:

1. saper organizzare e coordinare le attività didattiche con attenzione alla realtà internazionale, seguendo le giuste innovazioni e suscitando il dibattito corretto tra Docenti e Studenti;

2. saper promuovere comportamenti eticamente corretti sia nei Docenti che negli Studenti;

3. costituire il primo esempio di correttezza professionale, competenza e comportamento nei confronti degli Studenti e dei Docenti;

4. essere in grado di risolvere con equilibrio le problematiche, invece di alimentare discordie, che dovessero porsi nella gestione del corso.

Il Questionario delle Priorità: l’emergenza pedagogico/formativa

Nell’ambito del laboratorio, è stato distribuito ai Presidenti un “Questionario delle Priorità”, nel quale si chiedeva di indicare, tra le 29 azioni pedagogico/formative di miglioramento del Corso di Laurea descritte, le cinque azioni giudicate come urgenti e prioritarie (Tab. 1).

L’analisi dei questionari compilati ha evidenziato la seguente lista delle cinque priorità scelte dai partecipanti, in ordine decrescente:

1. organizzo il tirocinio pratico-formativo degli studenti cercando di creare le condizioni che migliorino la qualità dell’apprendimento in laboratorio ed in clinica (piccoli gruppi);

2. istituisco un gruppo di lavoro per la definizione delle attività didattiche professionalizzanti di concerto con il Preside di Facoltà/Direttore di Scuola e il Direttore Generale dell’Azienda;

3. istituisco o rinnovo la “Commissione Paritetica” con gli studenti, cercando di metterli realmente al centro del processo formativo;

4. potenzio i rapporti internazionali cercando di aumentare il numero di accordi bilaterali ERASMUS e il numero di soggiorni internazionali degli studenti e dei docenti;

5. analizzo i corsi integrati, le modalità di insegnamento e avvio un processo di riorganizzazione delle aggregazioni disciplinari.

L’analisi delle azioni pedagogico/formative, scelte come prioritarie dai Presidenti, pone l’accento sull’esigenza di rinnovamento e di potenziamento su ambiti basilari quali quello del core curriculum e dello svolgimento corretto delle attività didattiche professionalizzanti, il rapporto con gli studenti, la maggiore esigenza di scambi internazionali, la riorganizzazione dei corsi integrati. Questi argomenti rappresentano già materia di studio per la Conferenza Permanente dei Presidenti di CLM in Medicina, e questo censimento di opinione non fa che rafforzare l’idea del giusto percorso intrapreso, già da numerosi anni, dalla Conferenza stessa.

Sono diventato Presidente di Corso di Laurea. Nei primi cento giorni del mio mandato affronto queste priorità di ambito didattico/pedagogico: (indicare non più di 5 opzioni tra quelle esistenti o proponendone altre)

1 Attivo un gruppo di lavoro per la definizione della mission formativa, specifica del corso
2 Analizzo l’organizzazione didattica per valutare il livello di integrazione verticale/orizzontale
3 Analizzo i corsi integrati, le modalità di insegnamento e avvio un processo di riorganizzazione delle aggregazioni disciplinari
4 Analizzo l’organizzazione didattica verificando se è condotta per problemi o è sistematica
5 Istituisco o rinnovo la “Commissione Tecnico-Pedagogica”
6 Istituisco la Commissione “medical education” per implementare la “internazionalizzazione” del CLM
7 Istituisco un gruppo di lavoro per la definizione delle unità didattiche elementari (UDE) ed una analisi/revisione del “core curriculum” su standard Europeo
8 Istituisco un gruppo di lavoro per la definizione delle attività didattiche professionalizzanti di concerto con il Preside di Facoltà/Direttore di Scuola e il Direttore Generale dell’Azienda
9 Mi metto a scrivere un codice di comportamento etico per i Docenti e gli Studenti
10 Analizzo le forme esistenti di valutazione degli studenti (compreso l’esame di laurea), vedo il loro livello di coerenza con gli obiettivi didattici e cerco di razionalizzarne l’organizzazione generale
11 Istituisco o rinnovo la Commissione “Quality Assurance” e mi occupo del controllo dell’efficienza didattica del CLM, facendo anche attenzione all’efficacia didattica dei singoli Docenti
12 Istituisco o rinnovo la “Commissione Paritetica” con gli studenti, cercando di metterli realmente al centro del processo formativo
13 Faccio una analisi delle attività svolte dai coordinatori di semestre/coordinatori di corso integrato e propongo al Consiglio un rinnovo totale/parziale
14 Implemento metodologie didattiche in modalità E-learning avanzate istituendo un gruppo di lavoro ad hoc
15 Implemento o istituisco lo “Skill Lab” o un “Centro di Simulazione Avanzato”
16 Mi occupo, per quanto rientri nelle mie possibilità di gestione, di migliorare la vivibilità dei luoghi di studio, delle aule, dei laboratori. Cerco di rendere disponibili i fondi che sono necessari chiedendo ai Responsabili dei Centri di Spesa correlati al CLM
17 Mi occupo della didattica tutoriale e cerco di rinnovare l’organizzazione esistente
18 Attivo forme di peer-education coinvolgendo studenti anziani e specializzandi
19 Implemento la collaborazione con il territorio promuovendo nuove iniziative/convenzioni con Enti Pubblici, Ospedali, ASL, Ordine dei medici, Associazioni in ambito sanitario etc.
20 Potenzio il servizio di biblioteca con abbonamenti on-line a riviste scientifiche e pedagogiche
21 Potenzio i rapporti internazionali cercando di aumentare il numero di accordi bilaterali ERASMUS e il numero di soggiorni internazionali degli studenti e dei docenti
22 Istituzionalizzo seminari di aggiornamento pedagogico per i docenti, cerco di istituire dei premi per i migliori studenti del CLM, implemento i “grand rounds” e le “conferences”
23 Attivo un percorso di eccellenza centrato sulla ricerca scientifica per gli studenti meritevoli
24 Potenzio e razionalizzo il sito internet del CLM (bacheca, calendari, forum etc.)
25 Mi occupo delle ADE e cerco di implementare le integrazioni interprofessionali
26 Potenzio e razionalizzo l’attività della segreteria didattica del CLM e sottolineo l’importanza del rispetto degli orari di ricevimento degli studenti
27 Se sono Presidente di CLM di un piccolo Ateneo con un numero limitato di Docenti, cerco di risolvere i problemi che possono derivare da pensionamenti e/o maternità del personale docente.
28 Organizzo il tirocinio pratico-formativo degli studenti cercando di creare le condizioni che migliorino la qualità dell’apprendimento in laboratorio ed in clinica (piccoli gruppi)
29 Cerco di organizzare in modo razionale il calendario delle lezioni frontali, del tirocinio pratico-formativo, gli spazi per lo studio autonomo e il calendario di esami.
30 Altro:

Tab. 1 – Il “Questionario delle Priorità” per l’azione didattico-pedagogica del Presidente di CLM in Medicina

Sessione I: Laboratorio No. 2

Tema: Il ruolo del Coordinatore di Corso Integrato e di Semestre/Anno

Esperto: Carlo Della Rocca (Roma Sapienza, Polo Pontino)

Moderatore: Silvio Scarone (Milano Statale, Polo S. Paolo)

Obiettivi: Al termine del Laboratorio, i partecipanti dovranno essere consapevoli che:

– il Coordinatore di Corso Integrato (CCI) e il Coordinatore di Semestre/Anno (CS) hanno funzioni sia tecnico-organizzative che pedagogiche;

– il CCI e il CS lavorano all’interno e per un progetto pedagogico unitario e condiviso del CLM, con il quale si confrontano continuamente;

– la possibilità che il CCI e il CS hanno di adempiere alle proprie funzioni è strettamente collegata alla capacità di interagire tra loro e con i docenti.

Dopo un breve giro di presentazione, l’esperto ha impostato la propria relazione sui compiti del CCI e del CS presentando una serie di esperienze criticamente riesaminate. A seguire è stato svolto un lavoro in piccoli gruppi costituito dalla pianificazione/programmazione di un semestre tipo (il I semestre del IV anno del CLMMC “E” del Polo Pontino della “Sapienza, Università di Roma”) articolata sulla base di obiettivi didattici, distribuzione dei CFU, tipologia di insegnamento e modalità e calendario degli esami. Il lavoro dei gruppi è stato infine discusso collegialmente ed è stata quindi raggiunta una sintesi motivata e condivisa di quanto elaborato, che ha costituito il prodotto finale del lavoro del laboratorio da presentare in plenaria.

Il ruolo del Coordinatore di Corso Integrato

È stato rilevato come la figura del Coordinatore di Corso Integrato20 sia ormai diffusamente consolidata mentre quella del Coordinatore di Semestre lo è molto meno (96% vs 59% dei CLMMC italiani, fonte Site Visit, III esercizio I Ciclo21)  ed è stato sottolineato come spesso sia il Presidente di CLM a vicariare quest’ultima figura, talvolta anche inconsapevolmente, benché si tratti di un ruolo fondamentale. Per ambedue le figure sono stati quindi delineati sia i compiti pedagogici che quelli organizzativi. Nel caso del CCI è stata ricordata e riproposta la check-list condivisa dalla Conferenza dei Presidenti di CLMMC e  pubblicata nel numero 35/2006 di Medicina e Chirurgia22 (Tab. 2), sottolineando come essa riguardi meramente gli aspetti organizzativi che, se pur minimali, rappresentano comunque l’ossatura del coordinamento di corso integrato.

Tab2 dossier60

In realtà, il germe del valore pedagogico dell’azione del CCI è già insito nei compiti organizzativi sopra ricordati che, tra l’altro, rispondono anche alle esigenze di trasparenza e di comportamento etico indispensabili nell’azione del docente dei nostri CLM. Ad esempio, non si può definire un orario, nel rispetto dei CFU di ciascun modulo, che sia didatticamente valido in termini di distribuzione dei compiti didattici e di pianificazione di attività didattiche coerenti, senza individuare preliminarmente e collegialmente gli obiettivi dell’apprendimento (competenze conoscitive e operative) nel rispetto del core curriculum.Tale azione va fatta partendo da “cosa lo studente deve sapere/saper fare” e non da “cosa il docente pensa di dover  insegnare” e non va disgiunta dall’individuazione di forme di valutazione pertinenti agli obiettivi stessi. In questo senso, a livello del Corso Integrato, l’integrazione tra funzioni pedagogiche e organizzative risulta più immediata anche perché la mancata integrazione tra le due funzioni risulta facilmente in una “scomposizione” dell’integrità del corso stesso, che è macroscopicamente evidente sia allo studente che ai docenti.

Il ruolo del Coordinatore di Semestre

Diverso appare il discorso per il coordinamento di semestre, dove i compiti organizzativi, anch’essi riassunti in una check-list condivisa dalla Conferenza, e pubblicata sempre nel numero 35/2006 di Medicina e Chirurgia (Tab. 3), sono particolarmente rilevanti e possono apparire meno immediatamente integrati con una funzione pedagogica. È per questo che la mancanza del CS nella quasi metà dei CLMMC italiani viene solo apparentemente vicariata da un coordinamento centrale che, nella stragrande maggioranza dei casi, non può far altro che distribuire aule e definire orari.

Tab3 Dossier60

Il Progetto pedagogico di semestre

In realtà è proprio la crucialità del compito organizzativo del Coordinatore di Semestre che può in qualche modo limitarne l’evoluzione in senso pedagogico, e non è raro che questo esiti in una funzione di mero assemblaggio di corsi tra loro rigidamente separati (si pensi alla difficoltà di introdurre, ad esempio, l’esame di semestre24). Funzione pedagogica fondamentale sarebbe, in questo contesto, quella di costruire un progetto di semestre in cui i corsi siano realmente integrati tra loro in termini, ad esempio, di una disposizione dei contenuti didattici secondo una progressione di apprendimento rinforzata anche da calendari di esami che facilitino “corsie preferenziali” a sostegno della stessa progressione di apprendimento. Per fare questo è indispensabile creare una comunità formativa di studenti e docenti centrata sulla trasparenza del patto formativo (blackboard, liste di discussione…) e verificare l’efficacia della didattica con indicatori soggettivi (i giudizi degli studenti e dei docenti) ed oggettivi sia di processo (acquisizione di competenze pedagogiche da parte dei docenti…) sia di risultato (valutazioni formative, il progress test, il flusso degli studenti nel semestre…). Tutto ciò è realizzabile in modo efficace solo se, a livello di CLM, il curriculum è stato realmente programmato secondo un progetto che abbia individuato, per ciascun semestre, un quadro coerente di obiettivi e che il tutto sia concertato e condiviso nell’ambito del rispetto reciproco dei ruoli e delle funzioni dettato dai principi dell’Etica della Pianificazione e dell’Organizzazione, anch’essi condivisi dalla Conferenza e pubblicati nel numero 54/2012 di Medicina e Chirurgia25.

Dibattito e conclusioni

Sulla base di quanto discusso, la proposta di pianificazione e programmazione del semestre-tipo è stata effettuata secondo i seguenti criteri:

– Individuazione di una successione “a cuneo” dei Corsi di Patologia Integrata, in modo che la progressione dell’apprendimento dello studente possa essere per contenuti omogenei (singolo apparato o apparati tra essi integrati; cardiovascolare e polmonare, nefro-urologico, ecc);

– “Spalmatura” dei Corsi di Anatomia Patologica e di Metodologia Clinica durante tutto il semestre con contenuti coordinati con quelli di volta in volta sviluppati nelle Patologie Integrate e con svolgimento di journal club curati dal Coordinatore del Corso Integrato di Lingua Inglese, anch’esso distribuito durante tutto il semestre;

– Centralizzazione, a livello di coordinamento di semestre, delle attività professionalizzanti, organizzate in piccoli gruppi contemporaneamente attivi a rotazione sotto il tutoraggio dei docenti dei diversi corsi, per il raggiungimento delle abilità individuate tra gli obiettivi del semestre stesso.

In conclusione è stato ampiamente condiviso come i ruoli del CCI e del CS non siano solo fondamentali per l’organizzazione puntuale ed “eticamente” corretta del CLMMC, ma che essi possano e debbano rappresentare gli strumenti effettori del progetto pedagogico del Corso di Laurea stesso, progetto che deve essere sviluppato sotto l’impulso e la guida del Presidente di Corso di Laurea, ma che di volta in volta si arricchisce e si modifica in base alle esperienze proprie dei singoli coordinamenti di corso integrato e di semestre.

Sessione I: Laboratorio No. 3

Tema: Il ruolo della Commissione Tecnica di Programmazione Didattico-Pedagogica

Esperto: Stefania Basili (Roma Sapienza, Polo Policlinico)

Moderatore: Bruno Moncharmont (Molise)

Obiettivi: Al termine del Laboratorio, i partecipanti dovranno essere consapevoli che:

– La CTP esercita funzioni istruttorie nei confronti del CCLM, o deliberative su specifico mandato dello stesso;

– La CTP  identifica le necessità didattiche del CCLM e propone le afferenze dei Docenti ai CI;

– La CTP organizza il monitoraggio permanente di tutte le attività didattiche;

– La CTP promuove iniziative di aggiornamento didattico e pedagogico dei Docenti.

La Commissione Tecnica di Programmazione didattico-pedagogica26 (CTP) è presente, come organo del corso di studi, nella maggior parte dei corsi di laurea in Medicina e Chirurgia italiani, sebbene la sua denominazione possa essere differente (ad esempio, Commissione didattica oppure Giunta per la didattica). Anche la sua composizione, così come la periodicità delle sue riunioni, varia moltissimo da sede a sede. Anche le funzioni attribuite alla CTP presentano un ampia variabilità tra le varie sedi.

Composizione e durata in carica della CTP

La CTP è solitamente prevista nel regolamento didattico del Corso di Laurea ed è istituita dal Consiglio di Corso di Laurea, e la sua durata coincide con quella del Presidente, che è in genere triennale.

Nella sua composizione la CTP include sia membri di diritto che membri eletti. Membri di diritto sono il Presidente del Corso di Laurea, che solitamente la presiede, ed il Vicepresidente. Membri eletti sono solitamente dei docenti di ruolo, preferibilmente almeno uno per ogni anno di corso. È auspicabile che la CTP sia composta dai Coordinatori didattici di semestre (o di anno, laddove così previsto). Non vi è uniformità nella presenza dei rappresentanti degli studenti. In alcuni casi la composizione della CTP include tra i membri di diritto il coordinatore del tirocinio (o attività professionalizzanti) ed il manager didattico (o responsabile della segreteria didattica). Il Presidente può integrare la CTP con altri membri, ai quali possono essere attribuite deleghe specifiche e con i vice-coordinatori di semestre, nel caso fossero previsti. Il numero dei componenti è pertanto notevolmente variabile, da un minimo di 8-10 ad un massimo di 25-30. Le funzioni svolte dai componenti della CTP debbono essere riconosciute come compito istituzionale del docente e pertanto certificate dalle Autorità accademiche come attività inerenti la didattica.

Funzioni della CTP

La CTP si riunisce in media una volta ogni due mesi, o ad intervalli più brevi quando se ne presenta la necessità, ed esercita funzioni istruttorie nei confronti del CCLM, o deliberative su specifico mandato dello stesso. In particolare, le attività della commissione si esplicano negli ambiti sottoelencati che, pur rimanendo comunque di pertinenza del Consiglio di Corso di Studi, possono giovarsi della ristretta composizione della commissione per essere definite o implementate in maniera più efficace:

i. definizione del progetto formativo del corso di studi

ii. organizzazione delle attività didattiche

iii. utilizzo delle risorse dedicate alla didattica

iv. monitoraggio della coerenza dei risultati ottenuti con gli obiettivi programmati

v. promozione dell’aggiornamento didattico-pedagogico dei docenti.

Definizione del progetto formativo del corso di studi

La CTP identifica gli obiettivi formativi del core curriculum, li aggrega nei corsi di insegnamento che risultano funzionali alle finalità formative, ed attribuisce loro i crediti formativi, in base all’impegno temporale complessivo richiesto agli studenti per il loro conseguimento. È parte di questa progettazione anche la definizione delle propedeuticità degli esami di profitto e la istituzione di limitazioni alla iscrizione agli anni successivi in funzione della progressione della carriera dello studente. Inoltre la commissione si impegna a riesaminare periodicamente la programmazione didattica in termini di calcolo del numero ottimale di docenti attesi e di attribuzione dei compiti didattici ai docenti. D’intesa con i docenti interessati, individua le metodologie didattiche adeguate al conseguimento dei singoli obiettivi didattico-formativi. È attribuito alla CTP anche il compito di valutare ed organizzare le attività didattiche elettive (ADE) altresì definite attività formative a scelta dello studente (AFASS), sia per quanto riguarda il numero di crediti ad essi attribuibili in relazione all’impegno dello studente, sia per la loro congruità con il progetto formativo.

Organizzazione delle attività didattiche

La CTP, con la collaborazione delle segreteria didattica, pianifica e coordina tutte le richieste organizzative della didattica. Particolare incombenza tecnica della CTP è la assegnazione di aule adeguate per le lezioni frontali, dei laboratori per le lezioni interattive e delle strutture assistenziali per le attività professionalizzanti. La Commissione ha la responsabilità, poi, di redigere il calendario delle attività didattiche, e di conseguenza l’orario delle lezioni, con particolare riguardo alle festività religiose, alla disponibilità delle aule ed alla pianificazione delle attività professionalizzanti. Grazie alla presenza dei docenti dei diversi anni di corso, la commissione deve stabilire anche il calendario delle verifiche di profitto, per ottenere una ottimale distribuzione delle date di esame per gli studenti, e proporre al Presidente la composizione delle commissioni di esame. Laddove se ne ravveda la esigenza, la CTP può discutere con i docenti la modalità di preparazione delle prove – formative e certificative – di valutazione dell’apprendimento, in coerenza con gli obiettivi formativi prefissati.

Il dialogo continuo con i rappresentanti degli studenti ed i coordinatori didattici di semestre o di anno servirà poi alla CTP per intervenire su ulteriori esigenze organizzative che si renderanno manifeste durante lo svolgimento dell’attività didattica, elaborando proposte, redigendo bozze di delibera ed esaminando le pratiche riguardanti gli studenti da sottoporre alla discussione collegiale del Consiglio.

I problemi specifici di singoli studenti che giungono all’attenzione della CTP e che riguardano la progressione della carriera dello studente o, comunque, la vita dello studente all’interno della comunità accademica, dovranno essere affrontati con la partecipazione del tutor al quale lo studente era stato affidato. La CTP non può infatti sostituirsi alla servizio di tutoraggio, ma deve piuttosto favorirne l’utilizzo e l’efficacia.

Utilizzo delle risorse dedicate alla didattica

La CTP valuta, con funzioni propositive nei confronti del CCLM, le afferenze ai corsi integrati di professori e ricercatori, tenendo conto delle necessità didattiche del CCLM, delle appartenenze dei docenti ai settori scientifico-disciplinari, delle loro propensioni e del carico didattico individuale. Per le competenze disciplinari non presenti, la commissione formula proposte di copertura di insegnamenti sia per quanto riguarda la tipologia di copertura (supplenza o contratto) sia per quanto riguarda i requisiti necessari per l’attribuzione. Se coerente con la regolamentazione dei Dipartimenti, la commissione può anche essere chiamata ad esprimere un parere sulle domande di copertura pervenute.

Altro compito della commissione è quello di proporre la distribuzione di risorse finanziarie del Dipartimento in funzione delle necessità dei diversi corsi integrati e delle proprie iniziative pedagogiche (acquisto di manichini e attrezzature didattiche, finanziamento di attività pedagogiche).

Monitoraggio della coerenza dei risultati ottenuti con gli obiettivi programmati

La CTP esegue una rilevazione continua della specifica realtà del CLM, dei suoi limiti e punti di forza, tramite il continuo ascolto delle istanze degli studenti e dei docenti, e tramite un’analisi ragionata dei risultati delle rilevazioni delle opinioni degli studenti e dei dati relativi alla progressione delle carriere degli studenti di ciascuna coorte. Inoltre, individua parametri di risultato e di processo, e verifica, con l’ausilio di questi, l’efficacia della didattica, programmando successivamente, d’intesa con i docenti, azioni di miglioramento. Da queste azioni deve conseguire una revisione periodica del curriculum degli studi, dell’articolazione dei corsi integrati e dell’attribuzione dei CFU sulla base dell’evidenza sperimentale raccolta.

Sulla base di queste attribuzioni la CTP può a pieno titolo svolgere le funzioni del Gruppo di riesame previsto dal DM 47/13, provvisto che nella composizione siano rappresentati gli studenti ed il personale tecnico amministrativo, assumendo quindi un ruolo ben definito nel processo di autovalutazione ed accreditamento (AVA).

a CTP promuove iniziative di aggiornamento didattico e pedagogico dei docenti e dei tutor clinici, d’intesa con la commissione per la medical education interna al Corso di Laurea o all’Ateneo (laddove istituite).27 La commissione inoltre pianifica varie forme di sperimentazione didattica, ne segue l’esecuzione e ne valuta i risultati.

Dibattito e prospettive future

Dalla discussione con i partecipanti all’atelier è emerso che, sia pur con tutte le differenze esistenti, la CTP è un organo indispensabile nella complessa realtà di un corso di laurea in Medicina e Chirurgia, al quale le sue stesse peculiarità (durata, integrazione didattica-assistenza, formazione dello studente per una figura professionale ben definita, per citarne solo alcune) impongono una organizzazione forte e ben strutturata. La commissione però, lungi dall’essere un apparato burocratico sclerotizzante, deve essere intesa come un organo dinamico, propositivo ed innovativo, soprattutto se essa si impegna a coinvolgere tutti i docenti del corso di laurea a riconsiderare i propri modelli di insegnamento alla luce degli attuali modelli di innovazione pedagogica nel campo della medical education.

Una ulteriore considerazione è emersa dalla discussione delle attribuzioni della CTP passate in rassegna nei paragrafi precedenti. È evidente che alla CTP sono attribuite funzioni importanti sia nella fase di progettazione del corso di studi che della sua realizzazione, nonché funzioni di verifica della coerenza dei risultati ottenuti con gli obiettivi definiti. Queste attribuzioni consentono alla CTP di svolgere tutte le azioni previste da un processo di qualità. Nell’ottica degli adempimenti previsti dal processo AVA (autovalutazione, accreditamento iniziale e periodico delle sedi e dei corsi di studio e valutazione periodica, DM 47/13 e documento ANVUR del 9 gennaio 2013) la CTP, oltre che configurarsi in Gruppo di riesame (come già fatto rilevare precedentemente), potrà e dovrà svolgere un ruolo fondamentale nel coadiuvare il Presidente del corso di studi per la compilazione della scheda SUA finalizzata all’accreditamento iniziale. Per contro, proprio le specifiche attribuzioni della commissione nel campo della progettazione del corso di studio e del processo di autovalutazione non possono consentire ai componenti della CTP (né tantomeno al Presidente del consiglio di corso di studi) di partecipare come componenti o coordinatori delle commissioni paritetiche docenti studenti previste dalla legge 240/10, alle quali è attribuito il compito di verifica interna della efficacia dell’attività di autovalutazione dei corsi di studio.

Sessione II: Laboratorio No. 4

Tema: La valutazione dell’efficacia didattica

Esperto: Fabrizio Consorti (Roma Sapienza “C”, Polo Policlinico)

Moderatore: Licia Montagna (Milano Statale, Polo Humanitas)

Obiettivi: Al termine del Laboratorio, i partecipanti dovranno essere consapevoli che:

– la valutazione è un’attività multidimensionale, basata su valori;

– la valutazione più corretta e utile è inquadrata in una ottica di “sistema”.

Valutazione di profitto, di processo e di risultato

Nel mondo della formazione, quando si parla di valutazione si intende un insieme di azioni il cui esito è quello di produrre un giudizio di valore su un “oggetto”, situazione o evento. In didattica, quando parliamo di valutazione si è soliti associarla alla valutazione di profitto del discente. Si tratta di un modello che si è affermato principalmente nei sistemi scolastici e di derivazione comportamentista.

La valutazione di profitto parte dalla definizione di obiettivi educativi misurabili e osservabili, con la finalità di misurare il livello di performance raggiunto alla fine del processo di apprendimento28,29,30. Questo modello, essenziale per la definizione e la valutazione di obiettivi core nella formazione sanitaria, risulta riduttivo quando si tratta di valutare abilità complesse quali le competenze relazionali, di ragionamento e di assunzione di decisioni, e soprattutto non tiene conto degli elementi di processo che hanno portato lo studente a quel risultato, ovvero non considera come oggetto della valutazione il processo di apprendimento e la modalità con cui viene ottenuta la performance osservata. Se, come detto, questo modello è considerato essenziale nella formazione sanitaria, perché permette di definire e assicurare con un buon margine di precisione un livello standard di perfomance dei futuri professionisti della salute (medici, infermieri), dall’altro restituisce una fotografia che, per quanto precisa, è anche estremamente povera rispetto all’intero percorso formativo dello studente. Non permette di comprendere i processi che hanno portato ad un determinato risultato, i fallimenti, le difficoltà, le risorse messe in campo per superarle.

Accanto a questo modello, da diversi anni nel mondo della formazione si parla di valutazione di risultato, ovvero di un sistema di valutazione che non si focalizza solo sui contenuti o sui comportamenti misurabili, ma considera anche il cambiamento del soggetto nel percorso di apprendimento, attraverso una vasta gamma di eventi, e lungo tutto l’arco di tempo della sua storia formativa. La valutazione di risultato non è da confondere con la valutazione di processo in senso stretto, in quanto si tratta di considerare non solo le conoscenze e abilità acquisite,  ma le modalità con cui questo processo è avvenuto. In altre parole, è come guardare uno stesso oggetto da più punti di vista, permettendo in questo modo di avere una comprensione più ampia del fenomeno.31

La valutazione come sistema

Considerare la valutazione come un “sistema” capace non solo di misurare se il soggetto rientra all’interno di uno standard di competenza,32 ma anche la capacità da parte dello stesso soggetto di agire, declinando il sapere e le abilità acquisite all’interno del contesto, comporta l’allestimento di metodi di valutazione plurimi e multi-modali,33 capaci di cogliere il soggetto nella gestione dei processi: per esempio, pazienti simulati per la valutazione delle skill relazionali; prove pratiche sul manichino per la valutazione delle competenze tecniche; valutazione al letto del paziente (mini-CEX34), il tutto con prove ripetute più volte nel tempo.

Un sistema di valutazione efficace, capace dunque di restituire la “rotondità” del processo formativo, è un sistema che non solo si basa su una forte progettazione, ma che chiede anche trasparenza: per esempio, dichiarando gli obiettivi di apprendimento all’inizio del percorso, obiettivi  coerenti al core curriculum nazionale. È un sistema che si preoccupa di monitorare il percorso formativo attraverso l’uso di test d’ingresso e in itinere. Questo aspetto è molto importante per uscire dalla logica di considerare il processo valutativo come un evento finale legato all’apprendimento realizzato, con il rischio di associare il risultato al programma erogato. L’introduzione di sistemi di valutazione in itinere significa considerare la valutazione come un sistema di feedback in cui la valutazione serve non solo all’autovalutazione dello studente, ma anche al docente per monitorare ed orientare l’attività didattica e formativa, in un ottica di ricerca.

In questo senso anche il progress test può rappresentare un valido strumento per sviluppare la capacità critica e di auto-valutazione dello studente, per esempio allestendo momenti di restituzione dei risultati agli studenti stessi, utilizzando il test come uno strumento longitudinale che offra la possibilità di costruire un profilo dello studente per seguire il proprio processo di apprendimento.

L’efficacia della valutazione si esprime dunque anche nella possibilità di sviluppare una cultura della valutazione, educando lo studente a saper effettuare una critica interna da confrontare poi con il feedback esterno: perché non ha senso valutare un adulto se questi non è capace di auto-valutarsi; passo indispensabile per riconoscere poi la valutazione esterna che riceve.

La competenza del valutatore

È chiaro che un sistema di questo tipo, in cui la valutazione si apre anche ad una dimensione “dialogica”, la competenza del valutatore (formatore/docente) è essenziale. Un valutatore aperto a considerare la valutazione non solo come evento misurabile ma anche come evento da interpretare e comprendere attraverso dati che provengono da eventi diversi (abbiamo visto la necessità di utilizzare metodi e strumenti diversificati a seconda degli obiettivi di apprendimento da valutare); un valutatore capace di mettersi in gioco accettando la sfida di elaborare strumenti che permettano non solo di attribuire un punteggio, ma di saper anche descrivere un fenomeno di apprendimento, per poterlo così comprendere e solo allora valutare anche nella sua soggettività.

Dibattito e conclusioni

Sulla base di queste considerazioni, e del lavoro svolto dal gruppo durante il workshop, possono essere suggerite le seguenti raccomandazioni:

– la competenza del valutatore ( = del docente che valuta) è di importanza fondamentale;

– è necessario utilizzare delle modalità oggettive e pertinenti di valutazione (prove pratiche, pazienti standardizzati, progress test delle competenze);

– un elemento importante nella valutazione è la differenza pre-post intervento. Si incoraggia perciò l’uso di test di ingresso ed in itinere;

– si caldeggia un uso più esteso del progress test nazionale come strumento: va preparato e poi discusso con gli studenti;

– ruolo degli studenti:

– vanno aumentate e valorizzate le loro “competenze” a valutare;

– va diffusa una “cultura della valutazione”, rafforzata da ritorni visibili verso gli studenti;

– una valutazione di efficacia è possibile solo se gli obiettivi sono esplicitamente indicati, preferibilmente referenziati a quelli del core curriculum nazionale

– la valutazione NON è una minaccia all’autonomia universitaria se:

– l’uniformità riguarda la core competence come risultato atteso e i criteri e metodi di valutazione;

– l’autonomia si esplica nei metodi formativi, nella testimonianza dei modelli di ruolo, nella dimostrazione di libertà critica di pensiero;

– la definizione di una “idoneità didattica” può essere il frutto maturo di un buon sistema valutativo

Sessione II: Laboratorio No. 5

Tema: Le Attività Formative Professionalizzanti

Esperto: Rosa Valanzano (Firenze)

Moderatore: Luigi Demelia (Cagliari)

Obiettivi: Al termine del Laboratorio, i partecipanti dovranno essere consapevoli che:

– distribuzione e modalità di svolgimento delle Attività Formative Professionalizzanti (AFP) sono assai variabili in Italia;

– le difficoltà attuative nell’organizzazione delle AFP possono trovare numerose soluzioni;

– le AFP includono non solo abilità operative (saper fare) ma anche abilità relazionali e competenze professionali.

Le attività didattiche professionalizzanti rappresentano un elemento distintivo ed imprescindibile della formazione medica, che coniuga le conoscenze  acquisite con le abilità ad esse connesse.35 

Non si tratta comunque di esclusive competenze tecniche, ma anche di  competenze gestuali, emotivo-relazionali e metodologiche-metacognitive che dovranno condurre lo studente a comprendere le potenziali integrazioni tra medici, tra le differenti figure professionali, le persone assistite e la società.

Inoltre, le attuali possibilità diagnostiche procedono ad una velocità che spesso supera le nostre capacità di trattare e di adeguatamente intervenire.

La storica affermazione “see one, do one, teach one” non è dunque più storicamente accettabile. Tuttavia le basi della conoscenza, la risoluzione dei problemi, la capacità di sintesi e di analisi  rimangono in ogni caso quali presupposti indispensabili per il loro conseguimento.

Competenze gestuali

Le competenze gestuali devono prevedere:

– la comprensione della procedura, in termini di indicazioni, complicanze e controindicazioni;

– l’apprendimento delle modalità di esecuzione (ad esempio: conoscere la regione anatomica, individuare il corretto angolo di visuale, conoscere e scegliere i materiali necessari, saperli utilizzare in modo appropriato e sicuro, etc.);

– l’acquisizione del coordinamento psico-motorio necessario;

– l’acquisizione della specifica abilità tecnica (technical skill).

Molteplici sono le modalità didattiche utilizzabili: letture, modelli, animali, cadaveri, attori (paziente standardizzato), programmi computerizzati, simulatori virtuali, persone malate, peer physical examination. Esse dovranno essere scelte sulla base del tipo di procedura e del livello di conoscenza stabilito, nonché, ovviamente, sulla disponibilità delle attrezzature scelte. Un cenno a parte va fatto riguardo la peer physical examination che potrà divenire sempre più diffusa a causa della minore presenza dei malati nei reparti, conseguente al diffondersi di altri tipi di assistenza (es. ospedali territoriali, case protette, hospice, etc), della presenza di malati più gravi (e quindi meno facilmente disponibili per gli studenti), nonché per il possibile rifiuto della visita da parte delle persone assistite. La peer physical examination presenta tuttavia lo svantaggio di svolgersi in un ambiente protetto, in assenza della componente empatica, e con la possibile presenza di fattori locali, quali leggi, costumi, religioni che possono pregiudicare un corretto apprendimento.

Competenze emotivo-relazionali

Di grande complessità risulta l’insegnamento e l’acquisizione delle competenze emotivo-relazionali, tanto che Cochrane ed altre EBM rewievs affermano che esse possono sì essere insegnate, ma senza la sicurezza del loro effettivo trasferimento e mantenimento nella pratica clinica. Le competenze emotivo-relazionali devono essere indirizzate sia verso la persona assistita sia verso gli altri studenti, i medici, gli infermieri e le altre figure professionali, il cui lavoro potrà garantire adeguati risultati solo se svolto in maniera collaborativa e coordinata.

Benché sia dimostrato che adeguate competenze emotivo-relazionali assicurino una migliore diagnosi, una migliore scelta decisionale da parte del paziente ed un migliore outcome, l’insegnamento è spesso assente o inefficace, talora proprio per il mancato coinvolgimento dell’assistito. La valutazione di tali competenze è estremamente difficile in quanto viene ad inserirsi la dimensione dell’attendibilità:

– la conoscenza e l’abilità;

– la capacità di discriminazione (e di autovalutazione dei propri limiti);

– la coscienziosità (precisione);

– la veridicità (l’assenza di inganno nell’interazione discente/docente).

Le modalità di approccio alle competenze emotivo-relazionali possono essere:

– attitudinali (basate sulla sensibilità e sulla consapevolezza culturale);

– cognitive (basate sulla conoscenza multiculturale);

– trans-culturali (basate su appropriate skill che, partendo dallo stretto legame tra comunicazione ed esito della cura, si modulino e si adeguino sulla base del tipo di malato, cercando di eliminare le disparità etniche tramite un’adeguata comunicazione trans-culturale).

Competenze metodologiche/meta-cognitive

Le competenze metodologiche/metacognitive (cliniche) consistono nella capacità di organizzare, dirigere e controllare i processi mentali, adeguandoli alle esigenze del compito da svolgere. Essere permettono di costruire il sapere partendo da strategie cognitive ed esperienziali elaborate personalmente a partire da informazioni conosciute. Esse includono competenze generiche, quali il ragionamento, la comunicazione, l’aggiornamento, la professionalità, e competenze specifiche, tra le quali l’analisi, la valutazione, l’interpretazione, la programmazione, la comunicazione, l’intervento, nonché lo sviluppo professionale, il suo mantenimento e trasferimento. In definitiva, quanto più una persona è cosciente del suo operato e di come la propria mente lavora, tanto  più è in grado di operare un controllo sui propri processi cognitivi e conseguentemente ottiene migliori risultati nelle attività che esegue.

Insegnamento e valutazione dell’apprendimento delle competenze professionali

Le modalità didattiche e valutative devono essere modulate in maniera flessibile ed adeguata al contesto didattico dei vari CLM.

In primis, è necessario individuare e precisare  in maniera chiara e fattibile le skill che devono essere incluse nei curricula, prevedendo una loro coerente progressività, stabilendo una gradualità nel livello di responsabilità, associata ad un’adeguata metodologia didattica, e ad una   pertinente modalità di verifica.

È inoltre ovviamente  necessario, a monte, che esistano strutture e facilities didattiche adeguate, pur nell’ambito delle peculiarità delle diverse esigenze o scelte locali. In alcuni casi esistono infatti difficoltà attuative, conseguenti ad  inadeguati accordi con il SSN, ad indisponibilità di spazi idonei ed anche (benché raramente) alla resistenza, da parti dei docenti, a dedicarsi a tale  tipo di didattica, privilegiando invece quella frontale che  risulta di routinaria, e quindi  più agevole, attuazione.

Strumenti didattici per le attività formative professionalizzanti

Per quanto sopra enunciato, gli strumenti didattici possono e sono estremamente diversi nei vari CLM e possono prevedere: letture, modelli, animali, cadaveri, attori (paziente standardizzato), programmi computerizzati, simulatori virtuali, persone assistite.

Di seguito viene precisato il setting e le caratteristiche delle varie scelte didattiche.

1. L’osservazione diretta del paziente

2. La peer physical examination

3. L’impiego del paziente standardizzato

4. L’utilizzo di animali da laboratorio

5. L’ impiego di cadaveri

6. La disponibilità di laboratori chirurgici

7. L’impiego di metodiche innovative, quali simulatori, realtà virtuale, etc.

Osservazione diretta del paziente

L’osservazione diretta della persona assistita consente di lavorare nell’ambiente reale, permettendo allo studente di raccogliere l’anamnesi, di fare l’esame obiettivo, di eseguire una medicazione, etc. Tali azioni dovranno sempre considerare la tipologia dell’assistito ed il contesto socio-culturale in cui essa vive, nonché le sue convinzioni etico-religiose, alle quali potranno conseguire differenti modalità di visita o di setting di visita. Una donna di religione islamica, ad esempio, potrebbe chiedere di essere visitata da un sanitario donna, rendendo implicito che, in tale caso, alle abilità tecniche si affiancherebbero le abilità emotivo-relazionali e metodologiche-metacognitive.

Peer physical examination (PPE)

Le modalità di gestione del sistema sanitario Italiano si sono profondamente modificate negli ultimi anni, parallelamente alle caratteristiche dei pazienti stessi, che presentano un età anagrafica più elevata, con conseguente incremento delle  co-morbidità e quindi, della complessità. A fronte di ciò si associano richieste aziendali (talora perentorie) di riduzione dei giorni di degenza. Da tali considerazioni scaturisce la possibilità, o addirittura  la necessità, di utilizzare questa metodica didattica che presenta dunque (accanto alla peculiarità pedagogica) vantaggi pragmatici: la PPE è molto più economica di un simulatore ed evita di addestrare docenti ad hoc; inoltre protegge gli assistiti dall’imbarazzo di avere accanto studenti troppo giovani, pur consentendo loro di fare pratica  e di ottenere un immediato feed-back della loro prestazione; inoltre è documentato un elevato gradimento di tale metodica da parte degli studenti, che arriva al 94-98%, se si evitano procedure invasive quali l’esplorazione rettale o vaginale e la regione inguinale e mammaria.

Il paziente standardizzato

Nasce a Maastricht negli anni ’70 per poi diffondersi rapidamente. I pazienti standardizzati/simulati possono essere attori, studenti o pazienti veri  che vengono addestrati, attraverso un impegnativo training di preparazione, a simulare i più vari sintomi clinici e svariate condizioni psico-emozionali. Tale metodica didattica è di grande utilità nel setting di valutazione di performance clinica tramite  il modello dell’OSCE (objective structured clinical examination).

Il vantaggio principale consiste nella costante disponibilità di pazienti, a cui corrisponde un’illimitata  possibilità di addestramento (almeno teorica) e a cui si associa l’opportunità di realizzare un feed-back con l’attore, in un contesto distensivo.36

L’utilizzo di animali di laboratorio

Ha scarsissima applicazione nei Corsi di Laurea in Medicina, se non nell’ambito di un lavoro sperimentale finalizzato ad una tesi di laurea

L’impiego di cadaveri

Tale possibilità didattica permette un diretto contatto dello studente con l’anatomia normale e patologica, rendendo certamente più semplice l’acquisizione delle conoscenze anatomiche e dei loro risvolti in campo clinico e medico-legale. Tuttavia esistono notevoli difficoltà nel loro reperimento. La donazione dei cadaveri ad uso scientifico è ancora raramente concessa dai familiari del defunto, spesso per motivi religiosi o per difficoltà formali e burocratiche.

L’impiego di metodiche innovative: simulatori e realtà virtuale

Le tecnologie più avanzate applicate a manichini ed ambienti realistici sono in grado di simulare situazioni in ogni campo della medicina. I modelli di ultima generazione sono in grado di imitare in maniera estremamente realistica le reazioni fisiche e fisiologiche di un paziente vero, grazie a un software interattivo basato su sofisticati modelli matematici, che simula in tempo reale la risposta cardiovascolare, respiratoria, neurologica e farmacologica di un organismo umano. Le apparecchiature collegate al manichino registrano in ogni istante le sue reazioni e le conseguenze dell’intervento medico simulato. Tutte le simulazioni didattiche possono essere  registrate da una telecamera e successivamente riproposte ed analizzate dai docenti durante lezioni frontali e discussioni di gruppo (debriefing).

In ogni caso l’efficienza e l’efficacia didattica rimangono indissolubilmente legate al docente ed al suo cuore.

Dibattito e conclusioni

La discussione in laboratorio ha evidenziato una serie di potenzialità e di criticità. È emersa, in primo luogo, una grande diversità di impostazione del curriculum delle attività didattiche professionalizzanti nelle diverse Sedi, che fa nascere l’esigenza di un censimento specifico, a livello nazionale, al di là dei risultati offerti dalle on-site visit. In questo contesto potrà nascere l’esigenza di una ricognizione degli accordi convenzionali tra Sistema Sanitario Nazionale e Università, al fine di valorizzare le esperienze che si sono rivelate più efficaci. Nel contesto di questa revisione, occorrerà prevedere forme di incentivazione dei Medici del Sistema Sanitario Nazionale verso forme di tutoraggio rivolte agli studenti dei Corsi di Laurea Magistrale in Medicina.

Un altro tema di grande rilievo emerso dalla discussione (e che è stato affrontato in maggiore dettaglio nel laboratorio n°. 6) è la necessità di definire forme specifiche e pertinenti di valutazione dell’apprendimento delle abilità professionali, affiancando alla valutazione delle necessarie competenze cognitive che sono alla base dell’esercizio della professione, anche la valutazione – mediante opportune prove pratiche – dell’effettiva acquisizione di abilità gestuali e relazionali e di competenze professionali.

Sessione II: Laboratorio n° 6

Tema: La valutazione dell’apprendimento

Esperto: Pietro Gallo (Roma Sapienza “C”, Polo Policlinico)

Moderatore: Pier Maria Furlan (Torino, Polo S. Luigi Gonzaga Orbassano)

Obiettivi: Al termine del Laboratorio, i partecipanti dovranno essere consapevoli che:

– la valutazione condiziona l’apprendimento;

– una corretta prova di valutazione deve essere:

– pertinente

– obiettiva

– collegiale (inter-disciplinare ed eventualmente inter-professionale)

– le modalità di valutazione vanno scelte in fase di programmazione del corso.

Dopo un breve giro di presentazione, l’esperto ha introdotto il tema illustrando i tre obiettivi della sua presentazione.

La valutazione condiziona l’apprendimento

Uno dei più noti assunti della Pedagogia Medica è che assessment drives learning,37 ovvero che la valutazione indirizza (spesso in modo compulsivo…) l’apprendimento dello studente. In altre parole, lo studente studia, apprende, acquista competenze in funzione delle modalità dell’esame. Ma è anche vero che assessment drives teaching: le scelta delle modalità di valutazione delle competenze acquisite dovrebbe condizionare non solo la programmazione e l’esecuzione delle attività didattiche, ma anche la selezione degli obiettivi educativi realisticamente perseguibili.38 Al contrario, nel momento attuale, si registra una contraddizione: c’è diffusa consapevolezza dell’importanza di erogare una didattica professionalizzante ma poi si insiste su di un’unica forma di valutazione, l’esame orale. In questo modo si vanificano enormi investimenti in termini di risorse umane e materiali, e si manda allo studente un messaggio confondente. Se si vuole che lo studente acquisisca abilità operative e relazionali, prima, e competenze professionali, poi, è indispensabile includere nella valutazione dell’apprendimento una qualche forma di “prova pratica”. È, del resto, questa la via da percorrere per giungere a uno degli obiettivi qualificanti che la Conferenza Permanente dei Presidenti di CLM in Medicina si è posta: quell’esame di laurea abilitante che dovrà necessariamente comprendere una forma di valutazione pratica.

In realtà, per valutare le competenze acquisite dagli studenti abbiamo un’intera cassetta degli attrezzi,39,40,41 fornita di strumenti diversi:

Esami scritti

Ve ne sono di numerose tipologie:

– domande a risposta multipla;

– domande a risposta aperta “breve”;

– domande a risposta aperta “lunga”;

– temi;

– tesine.

Contrariamente a quanto comunemente si crede, l’esame scritto valuta non solo le competenze mnemoniche ma anche abilità “superiori” come interpretare (dati o quadri morbosi), valutare nessi logici, risolvere problemi, e prendere decisioni.

Esami orali

Anche in questo caso, ci sono diverse tipologie:

– esami orali “tradizionali”;

– esami orali con griglia di valutazione;

– esami orali nei quali l’esaminatore si pone come “paziente standardizzato”.

Esami pratici

Anche in questa cassetta, ci sono molti attrezzi:

– valutazione orale o scritta (si mostrano reperti [pezzi anatomici, quadri istologici, radiogrammi, tracciati ECGrafici…] e si pongono quesiti interpretativi);

– esami pratici su singole competenze operative (saper fare… una manovra semeiologica o terapeutica, un atto gestionale…);

– esami pratici su competenze relazionali: tanto le prove pratiche sulle competenze operative che quelle sulle competenze relazionali possono avvalersi di video (OSVE: Objective Structured Visual Examination) e richiedono l’impiego di griglie di osservazione;

– paziente simulato

– paziente standardizzato

– prova pratica a stazioni (OSCE: Objective Structured Clinical Examination)

Portfolio

Lo studente può inserire nel suo portafoglio personale appunti, materiale didattico ricevuto, proprie ricerche bibliografiche, tesine svolte, un diario di bordo… Il portfolio è in primo luogo uno strumento formativo di riflessione dello studente ma può essere esaminato in modo critico insieme a lui e divenire così uno strumento di valutazione certificativa.

Una corretta prova di valutazione deve essere: a) pertinente, b) obiettiva, c) collegiale (inter-disciplinare e possibilmente inter-professionale)

Qual è, nella cassetta degli attrezzi delle prove di valutazione, lo strumento migliore? Evidentemente un martello non è in sé né migliore né peggiore di un cacciavite, ma è più o meno pertinente all’obiettivo che uno si è dato. Allora, la prova migliore è quella più pertinente agli obiettivi didattici che uno si è dato. In questo senso, una prova pratica è l’unica pertinente alla valutazione dell’acquisizione di competenze operative, mentre un esame scritto è perfettamente in grado di valutare le competenze conoscitive, così come l’esame critico di un paziente simulato permette di valutare il possesso di numerose competenze professionali.

Ma, se il primo requisito di un esame è quello di essere pertinente, l’etica del docente e il patto formativo con lo studente richiedono che un esame debba essere anche obiettivo. Da questo punto di vista, non tutte le prove, per quanto pertinenti, sono ugualmente obiettive.

Caratteristica di una prova di valutazione obiettiva è che: a) ogni competenza da verificare sia misurabile e sia stata definita a monte; e b) che il livello accettabile di performance complessivo (in termini di promosso/non-promosso e di voto) sia stato predeterminato, prima dello svolgimento della prova. In questo senso, non tutte le prove pertinenti sono anche obiettive:

–  esami scritti: solo le domande a risposta multipla e quelle a risposta aperta breve consentono una valutazione predeterminata e obiettiva;

– esami orali: possono diventare obiettivi solo mediante l’uso di griglie di valutazione stabilite a monte;

– esami pratici: anche questi, per essere obiettivi, richiedono l’impiego di griglie di osservazione (checklist) predeterminate.

Infine, la valutazione dell’apprendimento deve essere integrata e collegiale: il grande impegno di integrazione, che è necessario sia in fase di pianificazione che di esecuzione del corso, viene del tutto vanificato se tale integrazione non viene espressa anche in fase di valutazione.

Il senso dell’attuale riforma degli ordinamenti didattici è quello dell’integrazione interdisciplinare,42 ed infatti i nostri corsi sono tutti denominati come “corsi integrati”. Tuttavia, la valutazione dei curricula dei CLM del nostro Paese rivela che molti corsi sono ancora monodisciplinari, e molti altri, pur multi-disciplinari, dividono rigidamente l’apporto delle diverse discipline all’interno di moduli separati e distinti. Al contrario, un corso interdisciplinare si caratterizza non solo per l’apporto di disciplinaristi diversi ma per l’organizzazione dell’attività didattica in Unità Didattiche Complesse, articolate in interventi didattici – di durata variabile – posti in successione o, meglio, in co-presenza.

Un esame integrato interdisciplinare ha anche il pregio che porta a privilegiare la verifica delle capacità di risolvere problemi e prendere decisioni: le competenze cognitive e quelle operative sono spesso “disciplinari” mentre nella realtà il medico affronta “problemi interdisciplinari”.

Le modalità di valutazione vanno scelte in fase di programmazione del corso

La programmazione del corso non può essere disgiunta da quella dell’esame,43 anzi ne deve essere guidata. Occorre partire dall’esame perché un obiettivo didattico ha senso solo se è verificabile, e va insegnato nella misura in cui se ne può verificare l’apprendimento.

Articolazione del dibattito

A titolo d’esempio, e per animare il dibattito, viene descritta la modalità con cui si svolgono gli esami di molti Corsi Integrati del CLM in M&C del Polo San Luigi Gonzaga di Orbassano (Torino), che consiste in un numero di domande chiuse e aperte proporzionale ai CFU dei singoli moduli. Viene preso ad esempio il corso di Neurologia e Malattie del comportamento che, oltre a queste discipline, comprende Anatomia, Biochimica, Fisiologia, Farmacologia e Neurochirurgia, per un totale di 17 CFU (Tab. 4). Per ogni CFU vengono sottoposte agli allievi 4 domande chiuse e una/due domande aperte. Per accedere all’orale bisogna aver superato il 25% delle domande di ciascuna materia (un punto per ciascuna domanda chiusa corretta, sino a 4 per quelle aperte) e il 50% delle domande totali. L’accesso all’esame orale è facoltativo e qualunque sia il risultato (purché superiore ai valori di cut-off) garantisce il 18. Se si sostiene l’orale, la commissione ha a disposizione un range di sei punti (in meno o in più): accedere alla prova orale con un 23 può comportare la bocciatura, mentre con 25 teoricamente si può ottenere la lode. Il compito vale anche (e solamente) per l’appello successivo. È concesso ritirarsi ma, in questo caso, lo scritto dovrà essere ripetuto. Per la prova scritta sono concessi 90 minuti e la durata media dell’interrogazione orale oscilla tra i 15 e i 30 minuti.

tab4 dossier60

Da quest’anno le “dorsali cliniche”44 saranno oggetto di esame orale e di discussione di tutti gli accertamenti strumentali. L’esame dei tirocini presso i distretti, il 118-ambulanze e i MMG prevede invece una relazione scritta e una discussione orale.

Dopo un’approfondita discussione alla quale hanno partecipato tutti i presenti, il laboratorio si è concluso con l’esecuzione di un “esercizio” desunto dalla letteratura:45 è stata scelta una Unità Didattica Complessa che è stata articolata in Obiettivi Didattici Elementari. Questi sono stati suddivisi in obiettivi cognitivi, pratico/relazionali e professionali ed è stata compilata una griglia nella quale, per ogni obiettivo, andavano precisate le modalità di insegnamento (scegliendo tra tutoriale, lezione frontale, attività didattica a piccoli gruppi e paziente simulato) e la tipologia di valutazione (optando tra  prova scritta, orale, pratica o portfolio). Il risultato dell’esercizio (riportato nella Tab. 5) non ha alcuna pretesa di esaustività, ma ha aiutato i presenti a prendere coscienza: a) dell’opportunità di scegliere tra forme diverse di insegnamento, in funzione dell’obiettivo specifico; b) della necessità di scegliere tra forme diverse di valutazione dell’apprendimento, che siano pertinenti all’obiettivo didattico; c) che le due componenti di programmazione delle procedure didattiche e di scelta delle modalità di valutazione non possono essere disgiunte.

Tab5 dossier60

Appendice

All’atelier pedagogico dal titolo Il ruolo del Presidente di Corso di Laurea in Medicina, organizzato per la Conferenza Permanente dei Presidenti di Corso di Laurea Magistrale in Medicina (CPPCLM), tenutosi a Roma Sapienza, il 23 Giugno 2013, a cura del Gruppo di Lavoro Innovazione Pedagogica, hanno partecipato: Francesco Bandello (Milano San Raffaele), Isabella Barajon (Milano Statale Humanitas), Stefania Basili (Roma Sapienza “D”), Tiziana Bellini (Ferrara), Silvia Bocci  (SISM, Siena), Maria Filomena Caiaffa (Foggia), Renzo Carretta  (Trieste), Paola Cassoni (Torino I), Amos Casti (Segretario della CPPCLM), Sandra Cecconi (L’Aquila), Claudio Ceconi (Ferrara), Gian Paolo Ceda (Parma), Fabrizio Consorti (Roma Sapienza “C”), Francesco Curcio (Udine), Angelo D’Ambrosio (SISM, Roma Sapienza Sant’ Andrea), Carlo Della Rocca (Roma Sapienza “E”), Luigi Demelia (Cagliari), Italia di Liegro (Palermo, Caltanisetta), Maria Luisa Eboli (Roma Università Cattolica S.C.), Giuseppe Familiari (Roma Sapienza, S. Andrea), Amelia Fillippelli (Salerno), Giorgio Fujiano (Catanzaro), Piermaria Furlan (Torino San Luigi Gonzaga – Orbassano), Pietro Gallo (Roma Sapienza “C”), Antonello Ganau (Sassari), Paola Izzo (Napoli Federico II), Marco Krengli (Piemonte Orientale), Andrea Lenzi (Presidente della CPPCLM), Claudia Marotta (SISM, Roma Università Cattolica S.C.), Manuela Merli (Roma Sapienza “B”), Mario Messina (Siena), Gabriella Mincione (Chieti), Bruno Moncharmont (Molise), Licia Montagna (Milano Statale Humanitas), Raffaella Muraro (Chieti), Giovanni Murialdo (Genova), Marco Nicolazzi (SISM, Piemonte Orientale), Alessandro Padovani (Brescia), Carla Palumbo (Modena/Reggio Emilia), Giampaolo Papaccio (Napoli II Università), Maria Penco (L’Aquila), Laura Recchia  (Molise), Paolo Remondelli (Salerno), Luca Richeldi (Modena/Reggio Emilia), Giorgio Rosso (Torino San Luigi Gonzaga – Orbassano), Marina Scarpelli (Ancona), Silvio Scarone (Milano Statale, San Paolo), Anna Spada (Milano Statale, Policlinico), Felice Sperandeo (SISM, Roma Sapienza “D”), Francesco Squadrito (Messina), Maria Grazia Strepparava (Milano Bicocca), Rosa Valanzano  (Firenze) e Maurizia Valli (Pavia).

Bibliografia

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14) Gallo P, Becchi MA, Consorti F, Della Rocca C, Familiari G, Furlan PM, Palmeri A, Palumbo C, Valanzano R: L’integrazione del territorio nel sistema delle cure. Parte seconda. Proposta di un curriculum verticale. Med Chir  59: 2642-2649, 2013.

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18) Semplici S: La salute globale. Med. Chir. 55: 2430-2435, 2012.

19) Stern DT, Papadakis M: The developing physician – becoming a professional. N. Engl. J. Med. 355: 1794-1799, 2006.

20) Basili S: Compiti del Coordinatore Didattico di Corso Integrato. In: Gallo P (ed): Insegnare nei Corsi di Laurea in Medicina e Odontoiatria, pp. 205-211. Espress, Torino, 2011.

21) Della Rocca C, Dandi R, Lenzi A: Site Visit. Esercizio on site visit 2010-2011. Risultati del terzo esercizio, primo ciclo. Med. Chir. 55: 2443-2458, 2012.

22) Gallo P, Binetti P, Della Rocca C, Familiari G, Maroder M, Valanzano R, Vettore L, Attili A, Basili S, Consorti F, d’Amati G, Fantoni A: Il ruolo didattico e pedagogico del Coordinatore di Corso Integrato e di Semestre. Med. Chir. 35: 1454-1458, 2006.

23) D’Amati G: Compiti del Coordinatore Didattico di Semestre/Anno. In: Gallo P (ed): Insegnare nei Corsi di Laurea in Medicina e Odontoiatria, pp. 197-204. Espress, Torino, 2011.

24) Gallo P, Binetti P, Della Rocca C, Familiari G, Maroder M, Valanzano R, Vettore L: L’esame di semestre. Med. Chir. 32: 1251-1256, 2006.

25) Familiari G, Consorti F, Valanzano R, Vettore L, Casacchia M, Caruso G, Della Rocca C, Gallo P: L’etica della docenza. Per un insegnamento eticamente fondato nei CLM in Medicina e Chirurgia. Med. Chir. 54: 2383-2391, 2012.

26) Valanzano R: La Commissione Tecnica di Programmazione Didattico-Pedagogica: Finalità, composizione, compiti. In: Gallo P (ed): Insegnare nei Corsi di Laurea in Medicina e Odontoiatria, pp. 179-186. Espress, Torino, 2011.

27) Consorti F: La Commissione Medical Education: finalità, composizione, compiti. In: Gallo P (ed): Insegnare nei Corsi di Laurea in Medicina e Odontoiatria, pp. 187-195. Espress, Torino, 2011.

28) Lichtner M: La qualità delle azioni formative. Franco Angeli, Milano 1999.

29) Lipari D: Progettazione e valutazione dei sistemi formativi. Ed. Lavoro, Roma, 2002.

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37) Calman KC: Medical education. Past, Present and Future. Handing on Learning. Churchill Livingstone, Edinburgh, 2007.

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41) Riggio O, Colosimo A, Consorti F, Burla F, Scarno A, Basili S, Mattia E, Ziparo E, Fantoni, A, Gallo P: La cassetta degli attrezzi per una valutazione dell’apprendimento pertinente ed obiettiva. Med. Chir. 40-41: 1739-1743, 2007.

42) Gallo P, Consorti F, Familiari G, Fantoni A, Riggio O, Vettore L: Le logiche dell’integrazione interdisciplinare e interprofessionale. Med. Chir. 52: 2280-2282, 2011.

43) Vettore L: Verificare l’apprendimento in funzione degli obiettivi didattici. In: Gallo P (ed): Insegnare nei Corsi di Laurea in Medicina e Odontoiatria, pp. 153-169. Espress, Torino, 2011.

44) Furlan PM: Il CLM in Medicina e Chirurgia del San Luigi Gonzaga. Curriculum verticale, approccio clinico anticipato, apprendimento nel territorio. Med. Chir. 59: 2624-2629, 2013.

45)  Gallo P: Programmare un Corso Integrato individuando obiettivi didattici, modalità di svolgimento e modalità pertinenti di valutazione. In: Gallo P (ed): Insegnare nei Corsi di Laurea in Medicina e Odontoiatria, pp. 103-113. Espress, Torino, 2011.

Cita questo articolo

Gallo P., Basili S., Caiaffa M.F. et al., Il ruolo organizzativo e pedagogico del Presidente di Corso di Laurea Magistrale in Medicina, Medicina e Chirurgia, 60: 2683-2698, 2013. DOI:  10.4487/medchir2013-60-3

L’integrazione del territorio nel sistema delle cure Parte 2a – Proposta di un curriculum “verticale”n.59, 2013, pp.2642-2649, DOI: 10.4487/medchir2013-59-5

Abstract

The present article reports the conclusions of a forum organized by the Medical Education Working Group of the Conference of Directors of Undergraduate Curricula in Medicine, on the topic of University and National Health Service integration in the educational process of undergraduate students.
Participants have been divided into four parallel workshops respectively dealing with; i) physician-patient-family interaction (early and advanced clinical contact); ii) the professional approach to the patient and its methodological implications; iii) Hospital-Health Services interaction in curing and caring; iv) management of healthcare resources in Hospital-Health Services interaction.
The final debriefing and discussion have allowed some conclusions to be drawn: i) integration of the hospital and health system should cover all the community settings and all the professionals involved; ii) such an integration should be pursued in all the different steps of medical curriculum, with progressively different learning objectives, methods of teaching, and ‘actors’ to be involved; iii) the aim of community-based medical education is to make students able not only to cure but also to take care of patients, framed in their family and community context; iv) communication in every setting between physicians and health professionals, and between these and the patient, and his/her family, to warrant the continuity of cures, should be taught;  v) attention should be paid to the ethic relevance not only of caring but also of making economically congruous choices in terms of diagnosis, therapy, and prevention; vi) importance of prevention, for the sake of single patients and community health promotion, should always been underlined. 

Articolo

Premessa

In un recente articolo su Medicina e Chirurgia1 si è riferito sui contenuti dell’atelier pedagogico che il Gruppo di Lavoro Innovazione Pedagogica ha organizzato per la Conferenza Permanente dei Presidenti di CLM in Medicina a Firenze, il 5 Ottobre 2012. In questo atelier, i Presidenti dei CLM in Medicina si interrogarono su tre domande: perché realizzare l’integrazione del territorio nel sistema delle cure? E come realizzarla? E, infine, quando, in quale fase del curriculum degli studi, realizzarla?

In estrema sintesi, l’atelier offrì le seguenti risposte: l’integrazione nosocomio-territorio è necessaria perché il territorio è un setting privilegiato per l’apprendimento di svariate competenze professionali, e perché il patto formativo impone di far precedere il tirocinio valutativo presso i medici di medicina generale (previsto per l’esame di stato) da un tirocinio formativo pre-laurea; il come di questa integrazione didattica consiste nel passaggio da una mera multi-disciplinarità all’inter-disciplinarità, puntando verso la trans-disciplinarità, che sostituisca un insegnamento per settori scientifico-disciplinari con un apprendimento per competenze; la riflessione sul quando di questa integrazione ha portato ad una proposta di curriculum ad integrazione longitudinale nel quale le attività professionalizzanti legate al territorio siano distribuite nei sei anni di corso, secondo il principio della spirale di Harden2.

Dopo l’atelier, il Gruppo di Lavoro Innovazione Pedagogica ha deciso di organizzare un forum sul medesimo tema. Le modalità di lavoro del forum, infatti, differiscono da quelle dell’atelier perché l’innesco alla discussione nei Laboratori non viene da esperti di Pedagogia Medica ma direttamente dei Presidenti dei CLM in Medicina e Chirurgia del nostro Paese. Lo scopo del forum, che si è tenuto a Palermo il 22 Marzo 2013, era quindi di rivedere la proposta di integrazione longitudinale del curriculum, emersa a Firenze, partendo dalle esperienze concrete di didattica sul territorio maturate nel nostro Paese, e giungendo ad una formulazione condivisa che partisse da queste.

Il forum si è articolato in quattro laboratori, gestiti da altrettanti Presidenti di CLM in Medicina e Chirurgia, coadiuvati da un facilitatore.

Laboratorio No. 1

Tema: L’interazione medico-paziente-famiglia in fase precoce (early clinical contact) e avanzata

Presidente-esperto: Giuseppe Familiari (Roma Sapienza, Polo S. Andrea)

Facilitatore: Fabrizio Consorti (Roma Sapienza, CL “C”)

L’esperienza “early patient contact” nell’Università di Roma Sapienza

I lavori del gruppo hanno avuto inizio con la presentazione dell’esperienza di “early patient contact” nel territorio svolta dall’Università di Roma Sapienza. Tale esperienza si è fondata su alcuni punti essenziali di seguito riportati:

Il contesto formativo generale e la dorsale metodologica come integrazione verticale

A partire dall’anno accademico 1999-2000, le attività di “early patient contact” hanno origine come attività obbligatorie per tutti gli studenti iscritti, nell’ambito di un progetto didattico attivato in quell’anno, inserito in una visione del “processo educativo come sperimentazione,” con un profilo, dichiarato esplicitamente, di tipo biomedico-psico-sociale3, 4, 5, 6.

La vera e propria dorsale metodologica dell’organizzazione didattica è stata il corso integrato di metodologia medico scientifica e scienze umane. Tale corso accompagna lo studente lungo l’intero percorso formativo (I-VI anno)3, 4, 5, 6.

Il programma di early patient contact tra basi teoriche e contatto reale con il paziente

Dall’anno accademico 1999-2000, nel corso integrato di Metodologia del primo anno di corso, è previsto un corso dedicato al rapporto tra medico, paziente, e infermiere, al concetto di malattia, alla comunicazione interpersonale, ed alla multiprofessionalità. In questo ambito gli studenti acquisiscono le basi teoriche riguardanti argomenti di storia della medicina e bioetica, di psicologia generale, di antropologia culturale, semeiotica e metodologia medica e chirurgica, epistemologia e pedagogia speciale. Essi svolgono, nello stesso semestre, un tirocinio pratico, guidato da un docente tutor, dedicato all’anamnesi psico-sociale. Tali incontri avvengono al letto del paziente, nell’ambito dei Reparti Universitari3, 4, 5, 6.

Nel secondo anno di Corso, sempre nell’ambito del corso integrato di Metodologia, è previsto un corso dedicato alla epistemologia, alla logica, all’etica, alla metodologia della comunicazione scientifica, all’economia sanitaria, alle relazioni ambiente-malattia, con una introduzione alla medicina basata sulle evidenze, all’anamnesi ed all’esame obiettivo. All’interno di questo corso, gli studenti svolgono un tirocinio pratico in cui apprendono le manovre rianimatorie di Basic Life Support. Il tirocinio si svolge con l’aiuto di docenti tutor, ed al suo termine lo studente deve conoscere le motivazioni dell’intervento precoce sul paziente in emergenza cardio-respiratoria e deve saper effettuare le manovre previste dai protocolli internazionali sul manichino antropomorfo3, 4, 5, 6.

Le attività nel territorio con i Medici di Medicina Generale, L’Early Clinical Contact in Medicina Generale

La prima sperimentazione in ambito territoriale ha inizio con l’anno accademico 2002-2003, in collaborazione con i Medici di Medicina Generale (MMG), come attività teoriche e professionalizzanti, per 2 CFU, integrate nei Corsi di Igiene, Sanità Pubblica, Medicina di Comunità e del Territorio, Medicina del Lavoro, nel IV, V e VI anno di corso.
La finalità didattica dell’insegnamento tutoriale pre-laurea della Medicina Generale (MG) è stata quella di far conoscere agli studenti i fondamenti della MG, consentire loro un apprendimento interattivo delle metodologie e delle problematiche connesse alla assistenza medica primaria, mettere in pratica alcune attività proprie della MG stessa.
È nell’anno accademico 2008-2009 che l’esperienza di early clinical contact nel setting universitario si amplia con attività nel territorio che sono sempre organizzate con la piena collaborazione dei MMG. L’internato elettivo precoce in MG è così previsto anche nei primi tre anni di corso ed inizia come attività a scelta dello studente7.

Discussione e competenze attualmente sviluppate dal gruppo di lavoro

Il gruppo ha soprattutto analizzato le esperienze legate al contatto con vari ambienti clinici nei primi due anni e come queste fossero eventualmente riprese negli anni clinici.

In accordo alla griglia proposta, vengono qui di seguito elencate le competenze attualmente sviluppate attraverso il contatto clinico precoce nei CLM che hanno partecipato al Laboratorio, insieme alle modalità di apprendimento e ai contesti ed attori coinvolti nelle diverse esperienze concrete. Quando era prevista una ripresa negli anni successivi, questo viene esplicitamente dettagliato.

– Comunicazione medico-paziente-infermiere: questa competenza risulta centrale in molte delle esperienze condivise. Modalità e ambito privilegiati sono la frequenza dei reparti ospedalieri per piccoli gruppi (1° e 2° anno) assegnati ad un tutor medico (Vivere il reparto). In qualche caso l’assegnazione è viceversa fatta ad un tutor infermiere, in rapporto vario fra 1:1 e 1:3. In tutti i casi è previsto un debriefing di riflessione sull’esperienza vissuta, riflessione che in uno dei casi condivisi confluisce in un portfolio di scritti riflessivi, la cui tenuta si estende per tutti e sei gli anni e costituisce oggetto di esame al 6° anno. Questa competenza viene anche sviluppata con la frequenza degli ambulatori di medicina generale, che in qualche caso è anche orientata all’apprendimento dell’anamnesi psico-sociale come stanza particolare di colloquio col paziente. In alcune realtà la frequenza degli studi di medicina generale viene replicata anche al 3° e (per un periodo prolungato di 2-3 settimane) al 5° anno, quando però l’interesse formativo è ormai orientato all’approccio clinico tipico delle cure primarie. In tutti i casi considerati è stato anche evidenziato il valore di role modelling conseguente all’esposizione precoce all’esempio di professionisti al lavoro.

Etica di fine vita e riflessione sui contenuti emotivi correlati: lo sviluppo di queste competenze è introdotto da un breve corso d’aula, propedeutico ad una esperienza di 2° anno in un hospice. Viene garantita una tutorship.

Acquisizione di comportamenti coerenti alle norme di sicurezza: l’acquisizione della competenza viene avviata da un corso d’aula sulla prevenzione dei rischi professionali e completata dalla frequenza dei mezzi di Pronto Soccorso della CRI provinciale, con cui è stata stipulata una convenzione ad hoc. L’esperienza ha anche valore in termini di role modelling, come già detto sopra.

Skill manuali di base: prelievo venoso e BLS. Si tratta di due esperienze diverse, in cui a studenti del 2° anno vengono proposti un corso BLS in skill lab e una serie di esercitazioni su manichino di prelievo, seguiti dalla frequenza di un centro prelievi. Quest’ultima esperienza ha valore anche in termini di approccio al paziente.

Laboratorio No. 2

Tema: L’approccio professionale al paziente e le sue implicazioni metodologiche

Presidente-esperto: Rosa Valanzano (Firenze)

Facilitatore: Agostino Palmeri (Catania)

Le modalità attuative in materia di medicina territoriale sono strettamente legate alle realtà locali, con particolare riferimento agli accordi politico-istituzionali esistenti. In alcune Regioni la  Medicina Generale (MG) viene riconosciuta come indispensabile nella formazione di base degli studenti in Medicina, nonché nella formazione permanente dei medici, quale elemento di primaria importanza per la salute dei cittadini. In molte sedi Universitarie sono stati stipulati accordi specifici tra Regione ed Università, che formalizzano la collaborazione tra Università/CCL e Regioni.  con l’esplicita attribuzione di funzioni di docenza ad alcuni medici, coinvolti in didattica frontale e  nel tutoraggio del tirocinio clinico presso i medici di Medicina Generale.

L’importanza dell’insegnamento della MG è del resto evidente se si pensa che più del 40% dei laureati in Medicina andrà ad operare sul territorio,  come medico di famiglia  o nelle strutture territoriali delle aziende sanitarie.

Obiettivi formativi

È auspicabile che i Corsi di Laurea prevedano un curriculum che includa l’acquisizione di competenze quali:

– la conoscenza dell’incidenza delle malattie nell’ambiente in cui si opera, e dei bisogni di salute della popolazione;

– la conoscenza dei principi e delle modalità delle cure primarie offerte alla persona e alla comunità;

– l’apprendimento delle modalità con cui il medico di medicina generale affronta e risolve i principali problemi sanitari dal punto di vista preventivo, diagnostico, prognostico, terapeutico e riabilitativo;

– la consapevolezza dell’importanza rivestita dalla famiglia nelle decisioni diagnostiche, etiche, terapeutiche e riabilitative finalizzate al miglioramento della compliance della persona malata e dell’efficacia dell’intervento del medico;

– la consapevolezza dell’importanza del colloquio tra medico, paziente e familiari, finalizzata alla costruzione di una relazione empatica e di un rapporto di fiducia;

– la capacità di applicare il saper essere e il saper fare nel contesto degli studi medici o delle visite domiciliari, con l’opportunità di osservare la persona sana o malata in relazione all’ambiente che lo circonda;

– la capacità di negoziare e contrattare con il paziente le possibili soluzioni ai problemi presenti;

– la capacità di modulare la modalità di approccio al paziente, acuto e cronico, in assistenza domiciliare e con continue necessità terapeutiche e/o riabilitative, fino al termine della vita;

– la capacità di collaborare e integrarsi con le altre figure professionali presenti sul territorio.

Metodologie didattiche

L’apprendimento si può avvenire in un reparto ospedaliero, nello studio del medico di medicina generale, nelle strutture territoriali, o al domicilio del paziente, con la presenza di un tutore che:

– segue lo studente durante le attività formative previste, inclusa l’attività pratica;

– usa metodiche adeguate ed efficaci all’apprendimento degli obbiettivi formativi previsti;

– imposta una relazione educativa che attiva i processi di apprendimento, coinvolgendo non solo la sfera cognitiva ma anche quella emotiva ed affettiva;

– insegna allo studente come comportarsi nei differenti contesti al fine di renderlo  autonomo e indipendente;

– valuta e certifica il raggiungimento di tali obbiettivi.

Il tutore può agire in vesti differenti:

coacher: stimola i collaboratori a sviluppare competenze e raggiungere gli obiettivi di sviluppo professionale;

mentor: esperto e professionalmente maturo che segue il giovane professionista inserito in una organizzazione, favorendo lo sviluppo professionale e aiutandolo nei momenti critici del percorso di maturazione professionale;

supervisore: esperto che non ha una responsabilità formativa diretta ma presta aiuto in una fase specifica, con attività di consulenza.

Le tecniche tutoriali che il tutore mette in opera per raggiungere suoi obiettivi possono essere:

– Piani di apprendimento: la loro tecnica formalizza un momento precedente del tirocinio  durante il quale tutore e tirocinante stabiliscono l’impegno e concordano il raggiungimento degli obiettivi di apprendimento entro un tempo definito;

– Briefing e de briefing:. si basano sull’esperienza clinica del discente e si strutturano i due momenti: preparazione all’osservazione e all’azione (briefing), e poi analisi dell’impatto sul lavoro (debriefing);

Check list: è una modalità di apprendimento che avviene tramite un elenco scritto delle sequenze da realizzare da parte del discente dopo aver osservato una procedura. È uno strumento di innesco dell’osservazione e della riflessione e dell’interiorizzazione di una sequenza pratica nelle sue articolazioni logiche. Va spiegata, discussa e integrata con il tutore.

Counselling: è una consulenza formativa nella quale il tutore interviene tramite incontri individuali, su richiesta del discente, e per una durata determinata, al fine di analizzare i problemi incontrati durante il tirocinio. Fare counselling è ascoltare chi porta il problema in modo costruttivo, per fornire informazioni sulla situazione e per farvi fronte. Non si suggeriscono le soluzioni al discente, ma lo si aiuta a soppesare e scegliere. Il tutore pone attenzione ai problemi dello studente,  al suo temperamento e atteggiamento, e si adopera a creare un clima adatto a motivare il suo sviluppo professionale.

Il tutore, in breve, ha doppio ruolo: guida e facilitatore con la finalità di stimolare le capacita di autoapprendimento.

Laboratorio No. 3

Tema: L’interazione Ospedale-Territorio nel “curare” e nel “prendersi cura”.

Esperto: Angela Becchi (Modena)

Facilitatore: Carla Palumbo (Modena)

La tesi che il Laboratorio si è dato è la dimostrazione dell’importanza della formazione per “la Interazione ospedale-territorio nel curare e prendersi cura” del paziente complesso, cronico, fragile nella rete dei servizi (ospedale, servizi territoriali).

Obiettivi formativi

L’obiettivo formativo generale è che lo studente deve acquisire competenze per curare e prendersi cura del paziente complesso nei servizi territoriali (ambulatoriali, domiciliari, residenziali) integrati con l’ospedale. A questo si aggiungono obiettivi formativi specifici, quali:

Conoscenze: lo studente deve essere in grado di definire, descrivere e discutere i seguenti concetti:

– paziente cronico-complesso-fragile e bisogni multidimensionali di salute;

– approccio bio-psico-sociale, famiglia informata-formata-competente;

– percorsi di cura nei servizi in rete, team multiprofessionale e relative prestazioni sanitarie e sociali;

– curare e prendersi cura come medico.

Abilità: lo studente deve dimostrare capacità di:

– fare diagnosi (di complessità, dei bisogni, dei servizi);

– stendere Piani Assistenziali Individuali, indicare le modalità di partecipazione di paziente e famiglia,  indicare gli aspetti di educazione terapeutica, indicare le modalità di cura, del prendersi cura (informare, formare, aiutare, esercitare avvocatura sanitaria) e della continuità delle cure nei servizi in rete;

– redigere la documentazione sanitaria.

Attitudini: lo studente deve dimostrare di comprendere la importanza della continuità delle cure e del prendersi cura, identificando i propri compiti di medico fra quelli delle altre professioni sanitarie e sociali, comunicando con le altre professioni e coordinandosi con esse.

Metodologie didattiche

Metodi

– Lezioni (per acquisire Conoscenze);

– Guida alla soluzione di casi clinici simulati (per acquisire Abilità);

– Discussione interattiva su FDOM (punti di Forza, Debolezza, Opportunità, Minacce) di “attività per percorsi di cura integrati” vs “ prestazioni isolate” (per acquisire Attitudini).

Nel dibattito in laboratorio è emersa la necessità di garantire omogeneità delle modalità didattiche fra docenti universitari e docenti-tutor (medici di MG e aziendali, professionisti di area sanitaria) in termini di: utilizzare un linguaggio comune nel presentare i contenuti agli studenti; prediligere i casi simulati con partecipazione attiva degli studenti;  utilizzare i manichini per insegnare l’approccio corretto al paziente; fare stendere agli studenti lettere di dimissione orientate al medico di famiglia in forma esaustiva e corretta; e più in generale adottare strumenti per la comunicazione bi-direzionale fra medici di MG e medici ospedalieri.

Setting di insegnamento

– Reparti ospedalieri di Area clinica;

– Studi dei MMG;

– Domicili dei pazienti (per il riscontro della continuità ospedale-servizi territoriali);

– Residenze

Strumenti

Libri testo, articoli scientifici, diapositive (per Conoscenze);

– Schede didattiche (per Abilità);

– Schede FDOM (per Attitudini).

Verifica (in itinere e finale): soluzione individuale di “Casi clinici simulati” con risposte aperte secondo schemi predefiniti e conformi alle Schede didattiche utilizzate nelle Attività interattive.

In conclusione, il dibattito nel Laboratorio ha evidenziato come l’integrazione ospedale-territorio negli studi medici vada realizzata in un percorso longitudinale: le competenze sulle Cure Primarie devono essere fornite già a partire dai primi anni, mentre il concetto di integrazione fra Ospedale e Servizi territoriali deve tenere conto di discipline propedeutiche e quindi affrontato sistematicamente al 5° e 6° anno di corso.

Laboratorio No. 4

Tema: La gestione delle risorse nell’interazione tra Ospedale e Territorio.

Presidente-esperto: Pier Maria Furlan (Torino Orbassano)

Facilitatore: Carlo Della Rocca (Roma Sapienza, CL “E”)

La tesi del laboratorio è stata che l’esposizione dello studente alla problematica dell’interazione tra ospedale e territorio ed alla sua gestione è fondamentale per determinare l’apprendimento di un agire clinico congruo con un’etica della responsabilità, che è alla base della stessa idea di cura. In questo contesto e alla ricerca del come, quando e con chi realizzarla, è stata descritta l’esperienza del Corso di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia San Luigi Gonzaga di Torino-Orbassano, ed è stata verificata la fattibilità, così come sperimentato in questo Corso di Laurea,  dell’ introduzione di un curriculum verticale, di un approccio clinico anticipato con una posticipazione coerente per argomenti delle materie di base e un apprendimento nel territorio professionalizzante.

Obiettivi formativi della sperimentazione

Introdurre una integrazione tra comparti suddivisi per materie attraverso trasmissioni teoriche e funzionali interattive.

Metodi e setting d’insegnamento

Il Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia “San Luigi Gonzaga”, con il DM 270/2008, ha introdotto delle modifiche orientate alle necessità degli studenti e all’allargamento della didattica a tutti i luoghi delle cure. In questo è stato facilitato dalla struttura didattica che può contenere tutte le aule e laboratori in un unico perimetro, adiacente all’ospedale AOU e unitamente alla sua caratteristica di essere Ospedale di riferimento di un vasto territorio con una consistente rete formativa.

Il nuovo piano di studi è caratterizzato dalla “early clinical exposure”, dall’integrazione per aree tematiche finalizzate all’approccio al malato nella sua totalità e non alle singole malattie, alla comprensione clinica per problemi, all’ampliamento delle capacità metodologiche e semeiotiche estendendo l’osservazione a tutti i contesti della pratica medica extraospedaliera, territoriale e della medicina d’urgenza (118). Si è voluto, quindi, trasmettere agli studenti il concetto che i percorsi clinici e assistenziali debbono sempre di più abbandonare il procedere per “one to one step”8 ed erogare un’assistenza centrata sulla totalità e complessità del malato e del suo ambiente, e includere l’esercizio dell’interprofessionalità con tutti gli operatori della salute.

Il curriculum è stato modificato in senso verticale, anticipando l’esperienza clinica al primo anno, rendendo più contestuali e affini gli insegnamenti biologici con quelli clinici attraverso Corsi integrati (C.I.) che posticipano i primi (ad es. anatomia e biochimica sono abbinati a materie cliniche sino al 5° anno) e anticipano i secondi (ad es. Cardiologia e Malattie dell’apparato respiratorio  al 2° anno) e accompagnandoli con “dorsali” cliniche interdisciplinari orientate alla complessità e alla soluzione di problemi dal 2° al 5° anno. Il 2° e il 5° anno vedono corsi obbligatori di BLSD (basic life support).

Strumento particolarmente innovativo, dal 4° anno la possibilità di frequentare gli studi di MMG, i Distretti, la centrale del 118 e due settimane di frequenza effettiva sulle ambulanze attrezzate. Questa possibilità è coordinata unitariamente da un referente dei 25 MMG, da due direttori di Distretto e dal Direttore provinciale del 118. Da quest’ anno gli studenti frequenteranno un corso stanziale di 2 giorni sulle maxi emergenze.

Discussione e sintesi del lavoro del Laboratorio

Sulla base dell’esperienza presentata, i partecipanti al laboratorio hanno innanzitutto discusso il concetto di “territorio” rilevando come la conoscenza dello stesso sia fondamentale per modulare i tipi di intervento sanitario, e che lo stesso rappresenta il luogo dove si mantiene la salute, mentre l’ospedale rappresenta sempre di più il luogo di cura dell’evento morboso acuto, risolto il quale l’assistito va “restituito” alle competenze sanitarie territoriali. È stata quindi focalizzata la struttura sanitaria del territorio, declinandone le componenti individuate come: Medici di Medicina Generale e Pediatri di libera scelta, Distretti Sanitari, Residenze Sanitarie Assistite, Consultori, Dipartimenti Territoriali (Dipartimento Salute Mentale e Prevenzione), 118. L’esposizione dello studente a tali concetti e a tali contesti è indispensabile anche per far comprendere come la gestione dei percorsi di cura e delle risorse necessarie per garantirli sia in realtà parte integrante della qualità delle cure stesse, trasformi le conoscenze teoriche in assistenza reale, collochi l’assistito dentro la sua storia ed il suo sistema di relazioni ed inserisca la dimensione individuale dell’assistenza all’interno di un sistema di cura e di tutela della salute. Tramite tale approccio, lo studente cimenta e accresce le sue conoscenze, abilità e competenze all’interno di una visione più attuale e sostenibile dell’erogazione delle cure e, attraverso anche il rilievo delle carenze presenti, rafforza la motivazione all’apprendimento. La presa di coscienza di tali concetti ha portato il Laboratorio alla condivisone di ritenere necessaria l’applicazione di esperienze come quella riportata dal Presidente-esperto, verificandone la fattibilità in base alle congiunture locali; sono state rilevate le criticità di applicazione in termini di resistenze generiche al nuovo ed alle aperture all’esterno, ed è stata segnalata la necessità di integrare i programmi con gli obiettivi specifici della formazione sul territorio (non trattandoli separatamente) anche attraverso una gestione delle Attività Didattiche Professionalizzanti eventualmente centralizzata a livello di semestre onde evitare eccessive parcellizzazioni. In sintesi è stato infine proposto il seguente schema di applicazione:

Obiettivi di apprendimento

– Saper agire, nel suo essere clinico (diagnosta e terapeuta), nell’ambito della continuità assistenziale in modo “economicamente congruo”

– Essere partecipe ed attore di strategie in continua evoluzione che devono portare al  ripensamento continuo dei percorsi di prevenzione e diagnostico-terapeutici in base al progredire delle conoscenze e delle tecnologie

– Interagire e coinvolgere altri soggetti in termini di sinergie di azioni e di interessi e di integrazione socio-sanitaria

Metodologie di insegnamento

– Stages, UDE, Problem Solving

– Attori da coinvolgere:

– MMG, Operatori dei Distretti e delle altre strutture territoriali, 118, Figure delle professioni sanitarie.

Biennio Obiettivi di apprendimento Metodologie di insegnamento Attori da coinvolgere
I In un corso di Metodologia medico-scientifica di base (con moduli dedicati all’early clinical contact, alle scienze umane, all’etica medica, alla psicologia clinica) l’integrazione nosoco- mio-territorio si presta a trattare temi come: a) la comunicazione medico-paziente-famiglia-infermiere; b) la riflessione sui vissuti emotivi; c) l’etica del fine vita; d) il role modelling professionale (medici e professionisti della salute); e) l’anamnesi psico-sociale; f) alcune norme di sicurezza; g) il basic life support. Didattica a piccoli gruppi; tuto- rato da un minimo di 1:6 a un massimo di 1:1 Tutor da individuare tra medici di medicina generale, infermieri, dottorandi, medici ospedalieri, operatori dell’hospice, del 118 e della CRI provinciale
II In un corso di Metodologia medico-scientifica clinica (con moduli dedicati alla metodologia clinica, all’epidemiologia e all’organizzazione sanitaria, alla semeiotica e alla simulazione di procedure diagnostico- terapeutiche) l’integrazione nosocomio-territorio si presta a trattare temi come: a) la con- tinuità assistenziale in percorsi diagnostico-terapeutici economicamente congrui; b) i percorsi di prevenzione per la salute indivi- duale e della collettività (stili di vita, procedure di prevenzione); c) l’integrazione socio-sanitaria tra attori diversi del processo di prevenzione e cura; d) l’apprendimento di procedure di primo soccorso Procedure di problem solving applicate tanto a problemi di salute individuali che a problemi di salute pubblica; stage presso strutture territoriali Tutor da individuare tra medici di medicina generale, professio- nisti della salute, operatori dei distretti, delle altre strutture terri- toriali e del 118
III In corsi di Metodologia medico-scientifica: Sanità pubblica (con moduli dedicati al management sanitario e all’organizzazione sanitaria) e in corsi di Medicina Interna e Specialità mediche, l’integrazione nosocomio-territorio si presta a trattere temi come: a) l’approccio bio-psico-sociale finalizzato a curare e prendersi cura del paziente (specie se fragile) inserito nel suo contesto familiare e sociale; b) la comunicazione tra attori diversi finalizzata alla continuità delle cure nella rete dei servizi; c) la capacità di lavoro in team interdisciplinari e interprofessionali Conoscenze: Didattica frontale e, specialmente, a piccoli gruppi (seminariale).
Abilità: Simulazione su manichini; ampio utilizzo di casi clinici (e problemi gestionali) simulati; saper comunicare tra diversi pro- fessionisti sanitari e saper scrivere una lettera di dimissione; tirocinio professionalizzante sul territorio.                Attitudini: focus group; saper rilevare punti di forza, debolezza, opportunità e minacce mettendo a confronto il “Sistema per prestazioni isolate” e quello “per prestazioni integrate”
Setting: reparti nosocomiali di area clinica, studi dei MMG e domicili dei pazienti, residenze, SerT. Attori: Tutor da individuare tra docenti universitari di area clinica, medici di medicina generale, professionisti della salute, operatori dei distretti e di tutte le strutture territoriali

 

Conclusioni

Al termine del lavoro nei quattro laboratori, si è tenuto un debriefing di restituzione in assemblea plenaria. I facilitatori dei laboratori hanno riferito su quanto emerso nei rispettivi gruppi di lavoro e l’assemblea ha animato un dibattito. Da questo, è emersa l’esistenza, nei Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia Italiani, di un’enorme ricchezza e molteplicità di iniziative e di progetti in termini di integrazione del territorio nel percorso formativo del futuro medico.
Dal dibattito è emerso, inoltre, un consenso unanime ad una verticalizzazione del curriculum che consenta l’integrazione con il territorio in tappe diverse e successive del curriculum degli studi, cercando di integrare a cuneo6 il biennio delle scienze di base, quello della patologia, e quello della clinica). In questo processo di verticalizzazione si sono rivelati come molto utili alcune dorsali metodologiche del curriculum, come i corsi di metodologia medico-scientifica, i corsi di medicina interna e quelli delle specialità mediche.

Da quanto emerso, è possibile costruire una tabella riepilogativa (Tab. I) che permette di delineare, per ciascun triennio, obiettivi di apprendimento, metodologie di insegnamento e attori da coinvolgere.

Al termine dei lavori del forum è sembrato possibile trarre alcune conclusioni riassuntive:

– la collaborazione con i MMG non esaurisce il ricchissimo spettro dell’interazione con il territorio, che deve includere il distretto, l’hospice, la CRI, il 118, il SerT…

– l’interazione nosocomio-territorio può essere inserita in tutte le tappe del curriculum medico, con obiettivi e metodologie didattiche differenti, e coinvolgendo attori diversi.

– l’approccio bio-psico-sociale degli studi medici ha lo scopo di insegnare a curare e a prendersi cura del paziente, inserito nel suo contesto familiare e sociale.

– va testimoniata e insegnata la comunicazione tra i diversi professionisti della salute e tra questi e il paziente (e la sua famiglia), per garantire la continuità delle cure tra servizi in rete, e per tener conto dei vissuti emotivi degli operatori, dei pazienti e dei loro familiari.

– occorre segnalare la rilevanza etica non solo del prendersi cura, ma anche di ogni scelta – economicamente congrua – in tema di percorsi diagnostico-terapeutici e di prevenzione.

– va sempre sottolineata l’importanza della prevenzione, al servizio della salute del singolo individuo e della collettività.

Questo Forum, e tutta la trilogia sulla integrazione del territorio nel sistema delle cure aveva lo scopo di offrire ai Presidenti di CLM una proposta di percorso verticale da poter inserire nel proprio curriculum degli studi. Volutamente, la proposta che emerge alla fine della trilogia non entra in dettagli ordinamentali (Quanti CFU? Quali esami? Didattica curriculare vs. elettiva, frontale vs. piccoli gruppi, modulare vs. seminariale, ecc) per permettere a ciascun CLM di adattare a sé questa proposta in termini di reale fattibilità.

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Forum su L’integrazione del territorio nel sistema delle cure, svolto a Palermo il 22 Marzo 2013 (Presidente Prof. Pietro Gallo).

Cita questo articolo

Gallo P., Becchi M.A., Consorti F., L’integrazione del territorio nel sistema delle cure Parte 2a – Proposta di un curriculum “verticale”, Medicina e Chirurgia, 59: 2642-2649, 2013. DOI:  10.4487/medchir2013-59-5