Il giuramento di Ippocrate

Autori: Vivian Nutton
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Fig. 1 – Ippocrate che cura la peste di Atene. Frontespizio dell’edizione Giuntina del 1588 delle Opere di Ippocrate.

Io giuro su Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e tutti gli dei e le dee prendendoli a miei testimoni che porterò a compimento secondo il mio potere ed il mio giudizio questo giuramento e questo impegno scritto: di ritenere colui che mi ha insegnato quest’arte alla pari dei miei genitori e di avere con lui comunanza di vita e nelle sue necessità di fargli parte del mio; e che la stirpe sua giudicherò alla pari di fratelli in linea maschile e che insegnerò loro quest’arte nel caso che vogliano istruirvisi senza onorario ed impegno scritto, e dei precetti e lezioni e di tutto il resto dell’istruzione di farne parte ai figli miei e a quelli di chi mi ha insegnato e agli studenti che si sono impegnati per scritto ed hanno giurato secondo l’uso medico, ma a nessun altro.

Farò uso delle misure dietetiche per il giovamento dei pazienti secondo il mio potere ed il mio giudizio e mi asterrò da nocumento e da ingiustizia. E non darò neppure un farmaco mortale a nessuno per quanto richiesto né proporrò mai un tal consiglio; ed ugualmente neppure darò ad una donna un pessario abortivo. Ma pura e pia conserverò la mia vita e la mia arte. E non procederò ad incisioni neppure su chi ha il mal della pietra, ma lascerò questo intervento agli operatori.

In quante case io entri mai, vi giungerò per il giovamento dei pazienti tenendomi fuori da ogni ingiustizia volontaria e da ogni altro guasto, particolarmente da atti sessuali sulle persone sia di donne che di uomini, sia liberi che schiavi.

Quel che io nel corso della cura o anche a prescindere dalla cura o veda o senta della vita degli uomini, che non bisogna in nessun caso andar fuori a raccontare, lo tacerò ritenendo che in tali cose si sia tenuti al segreto.

Portando dunque a compimento questo giuramento e non violandolo mi sia dato di avere il frutto della vita e dell’arte, famoso presso tutti gli uomini per sempre nel tempo, ma trasgredendolo e spergiurando, il contrario di ciò.

 

Il Giuramento di Ippocrate è senza dubbio il più famoso documento della medicina occidentale. Non ci può essere alcun lettore che non ne abbia sentito parlare.

Molti certamente vi si saranno richiamati e molti avranno anche prestato giuramento; è un documento venerato come fondamento essenziale dell’etica medica oppure deriso come sorpassato e irrilevante. Da più parti, nei mezzi di comunicazione e nelle organizzazioni dei medici, ci sono richieste per rivederlo o sostituirlo ed è in corso un acceso dibattito per decidere in cosa dovrebbe consistere questa sua sostituzione.

In questo agitarsi di moralità medica e nonostante anni, se non secoli, di sforzi filologici, tuttavia restano ancora domande alle quali non è stata data una risposta adeguata. Questo potrà sorprendervi; ed io spero proprio di condurre i lettori in un viaggio sorprendente, alla ricerca delle risposte a tre domande apparentemente molto semplici: la prima, “Che cosa era il Giuramento di Ippocrate ?”; poi “Chi lo giurò ?”; e in ultimo, in breve, “Che cosa pensava di esso il pubblico non medico ?”

La risposta alla prima domanda, che cosa era il Giuramento d’Ippocrate, a prima vista sembra molto facile. Si tratta di un brano in prosa, di breve lunghezza, scritto in un particolare dialetto del greco antico, che ci è stato trasmesso attraverso i secoli insieme ad altri scritti associati al nome di Ippocrate di Cos. Ippocrate come personaggio storico fu il più famoso medico dell’antica Grecia e insegnava medicina, forse ad Atene, intorno al 420 a.C. . Che egli sia oppure no l’effettivo autore del Giuramento non ha alcuna importanza per quello che devo dire, tranne per un singolo aspetto, e da questo punto di vista è un’eccezione importante, cioè se il Giuramento fosse realmente opera di Ippocrate, ci sarebbe un collegamento stretto tra un documento fondamentale dell’etica medica e un uomo che, per dirla come uno scrittore romano, fu il primo a separare la medicina dalla filosofia, a dare alla medicina la propria indipendenza.

Come documento è una combinazione frustrante di generale e particolare. Alla frase apparentemente specifica darò ad una donna un pessario abortivo” segue immediatamente la vaga e totalizzante affermazione che il medico preserverà la propria vita nella purezza e nella santità. Rappresenta un contratto che si può firmare e nello stesso tempo l’impegno ad uno stile di vita d’alta moralità e di purezza nel rapporto con gli uomini e di pietas verso gli dei.

All’interno del Giuramento ci sono tre differenti elementi: il prologo e la conclusione di carattere religioso, dove si invocano gli dei a testimoni e a garanti dell’eventuale punizione; in secondo luogo, un elenco dei doveri verso i propri maestri e la loro famiglia ed infine le prescrizioni etiche più generali di aiutare i malati e di astenersi da una vasta serie di attività pericolose, mortali o immorali.

I filologi hanno ricostruito la forma originale e il testo del Giuramento così com’era intorno al 400 avanti Cristo, ma questo è molto lontano dal costituire l’intera storia: perché, qualunque fosse l’intenzione del suo autore, se c’è un aspetto che ha caratterizzato il Giuramento di Ippocrate nel suo passaggio attraverso i secoli è stata proprio la sua fluidità, il suo essere modificabile. Ben lontano dall’essere un documento formale e fisso, è stato costantemente modificato per varie ragioni. Quelli che si appellano alla longevità del Giuramento per sostenere la propria causa dovrebbero stare attenti alla sua camaleontica abilità di mutare.

Ma di che tipo di cambiamenti stiamo discutendo? In primo luogo, cambiamenti nel linguaggio. Il Giuramento, come ho già accennato, è scritto in un dialetto locale del Greco antico e con il passare del tempo, poiché la lingua greca stessa cambiava, diventava sempre più incomprensibile. Di conseguenza i copisti, volontariamente oppure per caso, alterarono il testo del Giuramento per renderlo conforme alla lingua greca corrente. Il più antico frammento esistente del Giuramento, proveniente dall’Egitto e scritto su un papiro intorno al 300 dopo Cristo, mostra già i segni di questa normalizzazione del testo, e diversi dei nostri manoscritti sono accompagnati da glosse per spiegare parole difficili.

Di gran lunga più interessanti dei cambiamenti nelle parole sono i cambiamenti nella sostanza. Alcuni di essi erano ovvi e semplici: la lunga lista d’appello degli Dei con la quale si apre il Giuramento, Apollo medico, Asclepio, Igea, Panacea e tutti gli altri dei e le dee, non aveva un posto nell’universo ebraico, cristiano o musulmano e quindi furono sostituiti o integrati con cura dalla forma appropriata di divinità. Il Giuramento arabo inizia con l’invocazione ad Allah, il Signore della vita e della morte, dispensatore della salute, creatore della guarigione e di ogni cura, prima di invocare Asclepio e tutti i santi di Dio, maschi e femmine. In vari manoscritti greci, il Giuramento è scritto in forma di croce, con invocazioni cristiane al posto di quelle pagane, in una doppia cristianizzazione.

Ancora più significativo è, però, quello che succede nella seconda sezione, dove il futuro medico giura di onorare il maestro come i suoi stessi genitori e di renderlo partecipe dei propri mezzi di sussistenza, di dividere con lui il proprio denaro, quando questi si trovasse in stato di bisogno, di considerare la famiglia del maestro come la propria e di insegnare ai suoi figli gratis e senza contratto. In qualità di docente che insegna a studenti di medicina mi sento in obbligo di manifestare il mio vivo interesse per il mantenimento di questa sezione del Giuramento più di tutte le altre, e mi auguro in questo modo di ricevere assistenza da parte loro nella mia vecchiaia. D’altra parte, mentre un simile giuramento potrebbe essere stato appropriato in una società in cui i legami familiari e di corporazione erano forti, in cui l’autore del Giuramento si preoccupava di mantenere i segreti della medicina all’interno di un gruppo semi-familiare, i medici di epoche successive non erano più così desiderosi di fornire sussidi ai loro anziani maestri, anche lasciando da parte i figli, i fratelli, le sorelle e tutti i loro zii e cugini. Così, un copista molto antico rimosse ogni riferimento alla dipendenza economica del maestro, e in quella che alcuni studiosi hanno chiamato la versione cristiana del Giuramento questa seconda sezione scompare del tutto. Il futuro medico non ha più alcun tipo di obbligo, finanziario o di altro genere, nei riguardi dei suoi colleghi o maestri, e il patto per cui dovrà insegnare senza remunerazione è sostituito dall’obbligo di insegnare senza contestazioni.

La stessa versione cristiana presenta altri due cambiamenti: il divieto relativo all’aborto è rafforzato perché si elimina ogni accenno al fatto che l’unica cosa vietata era somministrare un pessario abortivo. Vi ricordo che l’aborto non era proibito nell’antichità, e altrove nel Corpus Hippocraticum sono descritti con approvazione vari metodi per procurare un aborto, compreso l’uso di farmaci. Ma ora, in questo nuovo contesto religioso, la parola “pessario” viene fatta cadere e la sezione è unita alla frase successiva sulla chirurgia oppure, secondo l’opinione di alcuni, la sostituisce. Al medico non è più vietato l’uso del bisturi, ma è vietato solo ciò che può causare un aborto, comunque esso sia applicato dall’alto o dal basso.

Comunque, non è solo nel Medio Evo – da cui ho tratto la maggior parte dei miei esempi – che il Giuramento subisce delle modifiche. Nella sua versione inglese del 1586 Thomas Newton riflette la carità elisabettiana, quando trasferisce le raccomandazioni sul pagamento dagli studenti ai pazienti: “Non mi sottrarrò dal consacrare la mia abilità in quest’Arte ai poveri e ai bisognosi, anche senza un accordo certo sul pagamento o un contratto”.

Nel diciannovesimo secolo, parole come “santità” e “purezza”, con la loro connotazione fortemente religiosa, scompaiono da alcuni testi e traduzioni del Giuramento. Una versione inglese moderna, forse degli anni ‘30, rende specifiche quelle che nell’originale sono norme generali: così, per esempio, il divieto a un medico di causare deliberatamente, su richiesta, la morte di una persona, è interpretato solo come riferimento al suicidio assistito, mentre l’originale comprendeva sia l’eutanasia sia la partecipazione di un medico a torture, atti di brutalità o assassinio per un tornaconto politico o sociale. Le pratiche illecite legate alla sfera sessuale vengono enfatizzate. La frase su cui è stato versato tanto inchiostro “Non taglierò con il bisturi, nemmeno per i calcoli” che rappresenta un divieto a ogni forma di chirurgia, viene trasformato in una norma contraria solo e soltanto alla litotomia, “nemmeno per pazienti in cui la malattia è manifesta”. Perché questa sola procedura d’intervento dovrebbe essere proibita ai medici nel 2002 e permessa ad altri, non è per niente chiaro; quest’ultima clausola, in particolare, sembra essere stata introdotta senza alcuna giustificazione, testuale, storica o perfino medica.

Tutto questo indica che il Giuramento di Ippocrate non è e non è mai stato un documento fisso e inalterabile. Nel corso degli anni copisti, pretesi fedeli e pretesi violatori del Giuramento ne hanno modificato il linguaggio e lo spirito iniziali. In particolare, lungi dall’essere il Giuramento ad imporre i propri valori alla società, è stata la società che ha imposto le sue interpretazioni e i suoi valori su quello che il Giuramento è e su ciò che rappresenta; è stato costantemente modificato per adeguarlo alle esigenze, alle preoccupazioni e qualche volta ai pregiudizi della parte più ampia della società. Per appellarsi alle eterne verità del Giuramento si deve selezionare bene ciò che queste verità devono essere e rimuovere, ritradurre o quantomeno trascurare i passaggi non adatti alla società contemporanea. Di qui il paradosso che una persona potrebbe anche approvare la sensibilità morale di coloro che invocano un ritorno ad Ippocrate e nello stesso tempo disapprovare la loro logica, che cerca di imporre una versione mista ed eterogenea, proprio di quel Giuramento che essi venerano. Questa è dunque la mia prima affermazione.

La seconda affermazione è forse ancora più sorprendente, considerando che l’importanza del Giuramento di Ippocrate come documento da giurare formalmente nelle cerimonie e nelle procedure per diventare medici è un’idea che caratterizza in larga misura proprio il ventesimo secolo. Non voglio dire che alcuni, in determinati luoghi e momenti storici, non abbiano prestato il Giuramento di Ippocrate, o che ricorrere a un giuramento di questo tipo non sia stata una parte frequente delle cerimonie di immatricolazione o di laurea. Piuttosto, vorrei sottolineare che il Giuramento di Ippocrate in quanto Giuramento vero e proprio ha avuto in sostanza un ruolo abbastanza marginale nella medicina fino a tempi recenti.

I lettori portati a credere che i medici greci prestassero solennemente il Giuramento di Ippocrate, magari seduti a Cos sotto l’altrettanto dubbio albero di platano, potrebbero essere colpiti dal dover formalmente rinunciare ad una convinzione molto cara. D’altra parte, quasi tutti i classicisti accettano l’idea che molti medici Greci e Romani nella loro pratica e nella loro etica non seguissero affatto il Giuramento di Ippocrate. Essi infatti prestavano aiuto per suicidi e aborti, senza subire per questo alcuna condanna. Ippocrate stesso insegnò per denaro. Si effettuavano complessi interventi chirurgici, anche di litotomia, senza nessun rimorso. Si seguiva, insomma, un’etica del risultato: qualunque cosa potesse aiutare il paziente era ipso facto morale. In breve, il Giuramento di Ippocrate non è rappresentativo del pensiero medico greco; riflette le idee di un gruppo ristretto, non quelle dei medici e di chi forniva cure in generale. Fu e rimase sempre un Giuramento per una minoranza, qualunque fosse l’aspirazione del suo autore.

Di certo non fu mai imposto come qualifica necessaria per esercitare. Quando intorno al 47 d.C. un medico siciliano di nome Scribonio Largo sedette a scrivere il suo trattato di farmacologia, invocò invano il ritorno al Giuramento di Ippocrate ed alla disciplina morale che questo implicava: come anziano soldato, era affascinato da quell’immaginario di tipo militare. Nella sua prospettiva essere un medico, dichiarare di essere medico – che è esattamente ciò che significa la sua frase, ‘professio medici’ – avrebbe dovuto implicare necessariamente tutti gli obblighi morali che nel Giuramento sono descritti in dettaglio; la moralità del medico va di pari passo con il suo lavoro: egli agisce moralmente perché è un medico. Questo è un potente appello a ciò che i filosofi morali chiamano etica deontologica: far parte di un gruppo impone ai membri determinati obblighi che non sono necessariamente imposti alla società in generale. Nello stesso tempo, però, Scribonio chiarisce bene che la realtà è molto diversa: non ci sono giuramenti, nè sistemi di disciplina medica, né norme morali; c’è un settore medico privo di regolamentazione, in cui i medici vengono soppiantati da quelli che semplicemente riempiono il malato di farmaci. Nell’ottica di Scribonio, un ritorno al Giuramento di Ippocrate con il suo messaggio morale – stavo per dire pubblicitario – dovrebbe portare con sé senza dubbio i pazienti paganti.

La descrizione di Scribonio dello scenario della medicina nel suo tempo è accurata. Nell’antichità non c’erano esami di abilitazione da superare, né associazioni né Facoltà. Di fatto, tutto ciò che era necessario a quei tempi per diventare medico era la propria professio, una dichiarazione che si era medici. Lo testimonia una causa legale del 124 nell’Egitto romano, quando un medico chiamato Pasasnis si appellò al governatore dopo che la sua comunità locale gli aveva abolito i privilegi fiscali accordati per legge a tutti i medici. “Forse è perché tu sei un pessimo medico” ironizzò il governatore. “Tuttavia” – questo è il punto cruciale – “torna al tuo distretto locale, presentati di fronte all’ufficiale delle tasse del luogo e semplicemente affermando che tu sei un medico riacquisterai tutti i privilegi che hai perso”. Nient’altro era richiesto, solo una professio, un affidavit’ che poteva essere controllato se necessario.

Mezzo secolo dopo, verso il 200 d. C., il grande medico Galeno di Pergamo scrisse un commento al Giuramento di Ippocrate, di cui sopravvive una parte in traduzione araba. I suoi contenuti mostrano una cultura straripante. Se volete sapere, per esempio, perché Asclepio è spesso ritratto accompagnato da un serpente, ve lo dirà Galeno: perché i serpenti non dormono mai – come i medici moderni del turno di notte – e ciò rappresenta l’eterna vigilanza del medico. Ciò che manca in questo commento – così come da qualunque pagina delle 20.000 che compongono gli scritti di Galeno – è una qualsiasi indicazione che il Giuramento di Ippocrate venisse giurato realmente, in quel tempo. Quando Galeno, come fa spesso, si richiama ad Ippocrate per istruzioni sul comportamento che dovrebbe tenere un medico, non è al Giuramento che guarda, quanto piuttosto alla pratica di Ippocrate: ad Ippocrate che trattava principi e poveri allo stesso modo, ma rifiutò di curare il re di Persia, nonostante la promessa di un enorme pagamento, perché ciò avrebbe significato curare un nemico della sua patria.  Galeno mette in evidenza l’ammonimento di Ippocrate ad avere cura del proprio abbigliamento, delle buone maniere, del modo di esprimersi, delle unghie e perfino dell’acconciatura dei capelli. Un buon comportamento, un vestito appropriato, il saper dire una battuta al momento giusto e il rifiuto di piegarsi ai capricci mutevoli della moda (niente riccioli fluenti o teste rasate per Galeno), tutto questo darà al paziente la fiducia necessaria alla guarigione: è un interesse per se stessi, non una moralità imposta, che potrà dare il via al comportamento che meglio garantisce la salute del paziente. Se si tiene conto della devozione di Galeno, di fatto una sorta di consacrazione ad Ippocrate, questo silenzio sul Giuramento come condizione essenziale dell’esercizio della professione è molto eloquente.

Ma qualche altro gruppo nell’Antichità ha mai prestato il Giuramento di Ippocrate? Spesso si è pensato che negli scritti di due autori cristiani era implicito che tutti gli studenti di medicina prestavano questo giuramento nel tardo quarto secolo dopo Cristo. Il primo scrittore, san Girolamo, afferma che Ippocrate obbligava i suoi alunni con un giuramento ad adottare certe regole di condotta, con riferimento al silenzio, al modo di parlare, al portamento, al vestiario e al carattere; ma il modo di parlare, il portamento e i vestiti non fanno parte del Giuramento come noi lo conosciamo e, dal mio punto di vista, Girolamo sta solo mettendo insieme quello che sapeva del Giuramento con il passo delle Epidemie che forma la base delle idee di Galeno che ho discusso un momento fa. Girolamo stava immaginando una situazione passata, non descrivendo la realtà del suo tempo. L’altro passo è ancora più eloquente: San Gregorio di Nazianzo afferma che suo fratello Cesario era di così elevata moralità come medico e così buon  cristiano che “non aveva bisogno di Ippocrate che gli facesse prestare il Giuramento”. Gli storici hanno dibattuto a lungo su che cosa precisamente implicassero le parole di Gregorio, ma ancora non sono chiari due punti: Cesario non prestò il giuramento e, dato che Gregorio tace su un argomento così delicato, certo non dovette affrontare nessuna imposizione e giurare. In altri termini, se il Giuramento era adottato da alcuni studenti di medicina, lo era in base a una scelta privata e personale. Gregorio comunque non era uno sciocco; e se il Giuramento è mai stato comunemente adottato, allora è proprio l’Alessandria del quarto secolo, dove Cesario studiò medicina, che rappresenta il più probabile luogo, la più probabile epoca e di fatto anche la motivazione. Alessandria d’Egitto fu per secoli il più grande centro di medicina del mondo. Come disse un contemporaneo, fu il fondamento della salute per tutti gli uomini. I suoi insegnanti professavano la medicina di Ippocrate così come fu spiegata e interpretata da Galeno; vivevano e respiravano Ippocrate, quello che Temkin ha chiamato la religione di Ippocrate. E’ proprio nell’Alessandria del quarto – quinto secolo che troviamo la più vigorosa opposizione pagana al Cristianesimo, che incluse spesso dei massacri e perfino delitti. Possiamo bene immaginare degli studenti di medicina non cristiani e i loro professori che procedono insieme sotto la protezione di Asclepio ed estremizzano il loro paganesimo per reazione alle persecuzioni che subivano da parte dei cristiani. Che bisogno abbiamo della moralità cristiana, poteva dire un Gregorio pagano, se noi abbiamo il Giuramento di Ippocrate?

Si può essere tentati da questa ipotesi; ma non si dovrebbe perdere di vista il punto essenziale. Prestare il giuramento era comunque un’opzione, una scelta forse adottata da una minoranza in un certo luogo e in un determinato periodo. Anche se abbiamo prove che il Giuramento era largamente conosciuto e ammirato, non fu mai imposto per legge o per consuetudine, né nella Grecia pagana e a Roma, né tantomeno nel mondo musulmano, o nell’Europa medievale. Perfino quando le autorità esigevano che i medici fossero in qualche modo qualificati, non invocarono né imposero mai il Giuramento di Ippocrate.

Piuttosto, se troviamo davvero una qualche forma di giuramento o di ‘affidavit’ etico, la troviamo in una dichiarazione più ristretta e – per così dire – più professionale. Era una forma di descrizione del lavoro, in cui il candidato giurava di mantenere alto il buon nome e le tradizioni del suo College, dell’Università, o di un’altra istituzione. Vi si prometteva obbedienza all’autorità competente, che fosse un re, un vescovo, o un’amministrazione comunale; spesso era descritto in dettaglio ciò che ci si aspettava dal futuro medico o chirurgo, che cosa questi poteva prescrivere, dove poteva praticare la professione, quando e come poteva visitare il malato, perfino a volte l’ammontare delle parcelle. Mentre ci potevano essere echi del Giuramento di Ippocrate nel linguaggio e nello spirito generale, questi Giuramenti ‘professionali’ erano formulati tanto per il benessere delle istituzioni che per quello del paziente. Il Giuramento prescritto dagli statuti del London College di Medicina nel 1555 impegna i suoi membri a perseguire legalmente tutti gli empirici e i ciarlatani, a non prescrivere farmaci costosissimi per conquistare il favore dei farmacisti e a leggere entro un anno i primi cinque libri del trattato di Galeno Sui semplici e i primi otto libri di quello Sull’utilità delle parti. Dal 1647, il candidato giurava semplicemente di obbedire agli statuti, che includevano un amabile paragrafo sulla “conversazione morale”, con la sua proibizione di sminuire l’opinione di un collega attraverso l’espressione del viso, un gesto, o un silenzio sospettoso.

Quando fu, dunque, la prima volta che il Giuramento di Ippocrate fu effettivamente adottato in un’Università o in un College di Medicina? Questa è una domanda tutt’ora senza risposta; qualcuno potrebbe dire che è impossibile rispondere, perché l’adozione del Giuramento potrebbe essersi sviluppata in via informale per iniziativa individuale e le fonti raramente ci permettono di spingere lo sguardo nella dimensione privata e informale dell’esistenza di uno studente di medicina. Che il Giuramento di Ippocrate sia adottato al giorno d’oggi in alcune Università è chiaro; è difficile tuttavia determinare quando è cominciata questa consuetudine. Certe affermazioni in fonti secondarie si sono spesso rivelate infondate o basate su fraintendimenti e le prove aneddotiche sono spesso soggette ad errori. A volte – e specialmente ora – non è nemmeno chiaro quale particolare forma del Giuramento viene formulata. Tutto ciò rende estremamente difficile delineare la storia del modo in cui è stato prestato il Giuramento di Ippocrate.

La prima prova di un certo rilievo che io posso trovare proviene dagli statuti di fondazione della facoltà di Medicina di Wittemberg in Germania, nel 1508; il Giuramento del medico, composto dal Rettore e dal primo professore di medicina, Martin Pollich von Mellerstadt, incorpora alcune frasi del Giuramento di Ippocrate. Una procedura simile caratterizza anche il Giuramento del Medico dell’Università di Basilea così come è formulato nei nuovi statuti del 1570. Il laureato in medicina formula un Giuramento in nome di “Dio uno e trino, padre di Igea e Panacea”, una mirabile commistione di cristianità e classicità che continuò ad essere giurato in questa forma fino al 1868. Secondo lo stesso tipo di stile discordante, i capitoli di questo giuramento combinano le più ampie e altisonanti raccomandazioni morali del giuramento di Ippocrate con i ringraziamenti ai cittadini di Basilea.

Più o meno nello stesso periodo, all’Università di Friburgo qualcuno copiò sulla copertina del Libro degli Statuti una traduzione latina del Giuramento di Ippocrate; se poi il Giuramento fosse effettivamente fatto prestare è ancora in dubbio (qualche eco delle parole del giuramento si può ritrovare anche negli Statuti di Giessen del 1607).

Solo due Università vanno oltre. Dal 1558 il Preside della Facoltà di Medicina di Heidelberg doveva prestare il Giuramento di Ippocrate entro un mese dal momento in cui assumeva la carica e promettere pubblicamente di rispettare le sue norme fino alla fine del suo incarico. Da notare che è il Preside, non gli studenti o i laureati, a dover prestare il giuramento, e che i suoi obblighi verso di esso scadono alla fine dell’anno. Solo all’Università di Iena nel 1591 – alcuni hanno suggerito nel 1558 – gli Statuti citano il giuramento come qualcosa da osservare in misura più ampia. Prima di essere ammessi alla laurea, i laureandi dovevano impegnarsi a fare nel corso della pratica professionale “tutto quello che Ippocrate esige nel suo Giuramento e nel suo trattato Sul medico, una procedura che continuerà per almeno altri due secoli. Ma perché il sedicesimo secolo, e perché la Germania? La risposta è semplice. La riscoperta della cultura classica nel Rinascimento induceva molti a pensare che il medico ideale del loro tempo dovesse essere l’erede di Ippocrate, tanto nelle parole che nelle azioni. E queste Università tedesche erano davvero all’avanguardia nella rinascita della medicina. I loro professori, che si erano formati in Italia, insegnavano le verità di Galeno e Ippocrate e portavano il nuovo sapere a nord delle Alpi. Perciò, che cosa poteva essere più naturale che associare la fedeltà all’etica di Ippocrate con la lealtà tradizionale al proprio stato e alla propria Università e mostrare nello stesso tempo di essere davvero al passo con gli ultimi sviluppi della medicina?

Ma cosa troviamo nei Paesi fuori della Germania? Nel 1771, John Morgan, un laureato di Edimburgo, parlando della conferma del primo dottorato di medicina al College di Filadelfia, dichiarò che il Giuramento prescritto da Ippocrate ai suoi discepoli era stato adottato comunemente nelle Università e nelle Scuole di Medicina. Il suo College, invece, che era uno spirito libero nell’ambito delle istituzioni, non aveva bisogno di simili giuramenti; e preferiva legare i suoi laureati solo con i vincoli dell’onore e della gratitudine. Il problema è stabilire se davvero Morgan aveva ragione. Certo c’era una quantità di Giuramenti nel 1771, ma quasi tutti erano del tipo tradizionale di ‘lealtà’, che vincolava tutti i laureati ad obbedire allo statuto e ai loro capi. Era questo il caso di Leiden e di Edimburgo – nonostante le contrarie affermazioni moderne – ed altrettanto di Montpellier. Dal 1750 in poi anche in Germania si svilupparono giuramenti più specificamente medici, che combinavano insieme la lealtà allo stato e all’università con affermazioni più generali di carattere etico, riguardo a ciò che un medico dovrebbe fare o pensare. I grandi mutamenti di carattere politico, religioso e sociale nel diciannovesimo secolo spazzarono via molti dei vecchi giuramenti di lealtà e nello stesso tempo permisero ai medici di formulare dichiarazioni nelle quali una moralità specificamente medica – si potrebbe dire ippocratica – acquistò un ruolo molto più importante di prima. Così, nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione Francese, dal luglio 1804, chi si laureava in medicina a Montpellier doveva stare in piedi davanti a un busto di Ippocrate, donato appositamente dal governo francese e, dopo aver recitato il Giuramento di Ippocrate in latino, doveva promettere nel nome di Dio di essere fedele alle leggi dell’uomo e dell’onore nell’esercizio della professione medica.

Questo è, per quello che so, il primo esempio di giuramento effettivamente prestato in un’Università. L’esempio di Montpellier, sebbene senza la minacciosa presenza di Ippocrate, fu seguito più tardi a Parigi e, in un periodo più recente, a Strasburgo. In nessun luogo il richiamo alla moralità nell’esercizio della medicina fu più stridente che negli Stati Uniti; qui, negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta dell’Ottocento la preoccupazione di imporre codici di etica medica e in particolare il Giuramento di Ippocrate era molto diffusa tra i medici, non ultimo perché il divieto di procurare l’aborto distingueva l’autentico medico da chi operava clandestinamente.

Dal 1880, in ogni caso, questa prima ondata di Giuramento diffuso cominciò a scemare. Ci si lamentava che ai giovani non era più familiare il suo messaggio dove era ancora prestato, come alla Mc Gill University in Canada o al St. Thomas Hospital a Londra; era visto sempre più come un anacronismo, il segno di un’istituzione vincolata alla tradizione in un’età di progresso. Non fu mai adottato nelle Università più recenti, tanto in Gran Bretagna che nel continente e, dove continuò, fu adottato in forma più leggera. Si chiedevano delle modifiche, un Giuramento di Ippocrate per il nuovo secolo la cui immagine non andasse più contro gli interessi della professione medica. John Round, del Battersea General Hospital a Londra, sostenendo la necessità di sostituirlo, ne rilevò una sfortunata conseguenza, per cui la polizia di Londra pagava un chirurgo veterinario dieci scellini e sei penny per un animale ferito ma solo tre scellini e sei penny un dottore in medicina per una persona ferita e affermò: “Il motivo può essere solo questo, che il chirurgo veterinario è considerato un uomo che si guadagna da vivere, mentre il medico si pensa che esista per il bene pubblico”. Si potrebbe dire che la moralità ippocratica può danneggiare seriamente il vostro benessere  economico.

Quello che ho fin qui mostrato è che i giuramenti medici e le richieste di restaurazione della moralità ippocratica non rappresentano niente di nuovo. I medici hanno modificato per secoli il Giuramento, come lo ritenevano opportuno, oppure si sono lamentati che le sue raccomandazioni, per buone che fossero state, non si adattavano più alla medicina e alla vita moderna. Anche questa conclusione è però fuorviante perché non considera in che misura questo ritorno ad Ippocrate, ai giuramenti, alle dichiarazioni e alle proclamazioni solenni delle convinzioni etiche dei medici sia soprattutto un fenomeno della seconda metà del ventesimo secolo. I dati raccolti per gli Stati Uniti e il Canada colpiscono particolarmente l’attenzione, a questo proposito. Nel 1928 venti scuole mediche – nessuna in Canada – usavano il Giuramento di Ippocrate o una sua versione, quattordici al momento della laurea, una per la solenne cerimonia finale; una lo riservava solo ai suoi migliori studenti; un’altra, con un certo ottimismo, lo faceva leggere ad alta voce durante una cena. Dal 1965, erano sessantanove scuole mediche su novantasette che avevano un giuramento. Dodici anni dopo, il numero era salito a 108 su 128, e dal 1989 ad almeno 119, 60 delle quali affermavano di far prestare una qualche variante del Giuramento di Ippocrate. La stessa tendenza si nota anche nelle scuole mediche britanniche e nel continente, dove i riferimenti alla moralità impliciti nel Giuramento compaiono nuovamente dagli anni ‘60 in poi.

Perché questa esigenza di Giuramenti e dichiarazioni e di un ritorno ad Ippocrate? In parte, è il riflesso di una società che sta diventando più formale. Molti anni fa, quando ero un Preside di College, i giovani chiedevano l’abolizione di spettacoli elitari come le cerimonie di laurea; adesso, mi si dice che corrono in massa a vederli. Questo potrebbe essere un fattore banale, ma non irrilevante. In secondo luogo, molti dei dilemmi morali ai quali oggi si suppone che il Giuramento di Ippocrate possa offrire soluzioni, nel passato non erano per nulla un dilemma. Il sostrato etico della società Cristiana, Ebraica o Musulmana escludeva l’aborto, l’omicidio medico e l’eutanasia, l’adulterio, perfino la calunnia e il pettegolezzo; e la società imponeva doveri di carità e di cortesia, addirittura di santità. Il Giuramento rafforzava al massimo grado un sostrato morale. Invece, in una società occidentale sempre più laica, dove c’è una gamma crescente di possibili scelte tanto nella condotta personale che nella terapia medica, e dove i problemi che deve affrontare un medico sembrano molto più complessi, il Giuramento e dichiarazioni simili offrono un surrogato dei valori religiosi, un sostituto che acquista in autorità e in stabilità ideale proprio in ragione della sua antichità. Inoltre, annunciano solennemente un orientamento della buona volontà, che va al di là dei contesti formali della legge e degli statuti.

In terzo luogo, c’è l’intera questione della professionalizzazione, di ciò che significa essere un medico. Qui un giuramento prende due aspetti, uno esclusivo, uno inclusivo. Esclude dal diritto di proclamarsi autentici medici coloro che non aderiscono al suo spirito o praticano altre forme di cura. Il Giuramento di Ippocrate distinse i medici da quelli che usavano il bisturi; i primi giuramenti moderni di Università o College difesero i diritti dei loro membri a praticare la professione, contro chirurghi, empiristi, ciarlatani, e simili. Se poi, tra un centinaio d’anni, gli storici assoceranno il recente revival dell’interesse per il Giuramento di Ippocrate al boom delle cure alternative di ogni tipo, molte delle quali insegnate e realizzate fuori da strutture mediche, è un pensiero su cui vale la pena di soffermarsi.

Infine, i giuramenti vincolano. Non solo vincolano colui che giura ai suoi doveri, ma lo vincolano a tutti quelli che fanno parte dello stesso gruppo. Nei giuramenti accademici il rispetto per l’istituzione è spesso legato al rispetto per il paziente, in un modo che enfatizza che il benessere dell’uno e la buona reputazione dell’altra sono uniti insieme. Poiché la medicina diventa sempre più specialistica, sempre più frammentata e diversificata nei suoi approcci, queste dichiarazioni di principio servono a costruire dei ponti tra le varie discipline e ad enfatizzare l’unità della medicina sottolineando l’unità dei suoi valori fondamentali. Questi non hanno alcuna funzione legale, sono frequentemente astorici, e spesso legati a un grande nome, sia esso di un individuo o di un’istituzione. Sono diventati un simbolo, meta- o sovrastorico e come tali sono immuni da critiche sul terreno dell’accuratezza storica o dell’effettiva importanza. Così può anche contare poco che il Giuramento di Ippocrate sia stato costantemente modificato fin dalla sua creazione e che sia stato raramente giurato – lasciando da parte quanto sia stato rispettato – prima del diciannovesimo secolo. L’obiezione secondo la quale le affermazioni in favore del suo uso proiettano indietro nel lontano passato una situazione che è in larga misura dello scorso secolo, se non proprio degli ultimi quarant’anni, non dovrebbe preoccupare quelli che vogliono formulare un giuramento per il nostro tempo, ma solo quelli che vogliono giustificarlo su basi storiche. Io provo molta più comprensione per quel gruppo di studenti di medicina di Londra che di recente ha deciso di  prestare un proprio giuramento, basato sulla loro concezione di ciò che un medico dovrebbe fare, che non per quelli che continuano a far appello al Giuramento di Ippocrate e alla moralità ippocratica per giustificare le loro preocccupazioni moderne.

Questo è il commento di uno storico, non di un medico, il quale è anche consapevole che spesso, nel corso dei secoli, la risposta del grande pubblico al Giuramento ippocratico e ad altri giuramenti simili è stata negativa. Quei giuramenti sono stati visti come un invito alla cospirazione dei medici per gli omicidi, o come un segno di una specie di sindacalismo da closed-shop, dove si elimina ogni competizione e solo gli aderenti a un sindacato entrano nell’azienda, un dettar legge dei medici a tutti quelli che si occupano della cura dei malati, e un serrare i ranghi contro il mondo esterno, specialmente davanti ai reclami dei pazienti. Un autore, altrimenti comprensivo verso i medici, ha scritto che “Ippocrate fece prestare un giuramento ai medici per imbrogliare il resto del genere umano”.

Inoltre, forse senza ragione, il pubblico ha insistito – e continua ad insistere – sul fatto che un medico dovrebbe essere consapevole dei valori morali ed agire in conformità ad essi. I candidati per incarici pubblici in Grecia, a Roma e nell’Italia Medievale erano scelti tanto per la loro moralità che per la loro abilità, e il dilemma se preferire un medico onesto ma di capacità limitate a uno più abile ma con meno scrupoli morali risale lontano.

Tuttavia, anche oggi, quando sono stati così spesso ignorati nel nome della politica e, in modo ancora più insidioso, della scienza, i principi di Ippocrate sulla priorità del benessere del paziente e sull’impulso del medico alla cura offrono un orientamento etico che fa eco alle apettative della società. La riflessione storica suggerisce che le dichiarazioni mediche di moralità hanno avuto maggior successo quando sono stati coinvolti anche i profani accanto ai medici, lo stato e il paziente insieme a chi esercita la professione del medico. Qualunque sia il risultato del dibattito moderno e dei vari appelli ai precedenti storici o ai valori etici, sia che si preferisca Ippocrate rivisto, modernizzato, mutilato o tradotto, una cosa credo sia chiara a tutti i lettori, un giuramento non è una cosa da prendere alla leggera.

L’autore del venerabile Giuramento di Ippocrate mise una delle pietre miliari per lo sviluppo dell’etica medica; ma è necessaria una sua riformulazione sostanziale se si vuole che il suo spirito e i suoi valori, piuttosto che i crescenti fraintendimenti e la fraseologia non più adatta, possano essere utili ed ispirare i suoi discendenti professionali nel ventunesimo secolo.

Vivian Nutton is professor emeritus of the History of Medicine at UCL. A Fellow of the British Academy, the Academnia Europaea and the German Academy of Sciences, he has written extensively on all aspects of medicine from Classical Antiquity to the seventeenth century. He has a particular interest in Galen, several of whose works he has edited and translated. A revised edition of his Ancient Medicine appeared in 2012, and his translation, with commentary of Galen’s Avoiding Distress will appear in 2013.

 

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