De humani corporis fabrica di Andrea Vesalion.60, 2013, pp.2705-2709, DOI: 10.4487/medchir2013-60-5

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Abstract

Andreas Vesalius published his De humani corporis fabrica in Basle in 1543. This treatise substituted Galen’s anatomy based on animals, and founded modern human anatomy. It was revolutionary because for the first time it criticized Galen, the Greek physician who had dominated the history of medicine until then. Vesalius gave an important contribution to the development of scientific method: he affirmed that the anatomist should trust his own observations and refuse every authority. The 300 illustrations of this treatise, which are precise and beautiful, were reprinted and plagiarized for many years.

Articolo

Andrea Vesalio (1514-64) pubblicò nel 1543, a Basilea, presso l’editore Giovanni Oporino, il De humani corporis fabrica, un’opera rivoluzionaria che avrebbe segnato una svolta nella storia della medicina, fondando l’anatomia umana moderna e superando, almeno in parte, il galenismo ancora dominante. Vesalio aveva allora soltanto 28 anni, ma non era un giovane qualunque né per origini familiari né per formazione né per esperienze di ricerca. Era nato a Bruxelles il 31 dicembre 1514 da una famiglia benestante di solide tradizioni mediche. Suo padre, Andrea come il figlio, era un farmacista apprezzato alla corte imperiale di Carlo V.

Dopo la formazione primaria a Bruxelles e alcuni anni all’università di Lovanio, a cui si era iscritto nel 1530, Vesalio si trasferì a Parigi nel 1533 per studiare medicina, e qui divenne allievo di professori come Jacques Dubois (1478-1555), conosciuto con il nome di Sylvius, e di Guinther d’Andernach (1505-74): entrambi erano impegnati in studi anatomici come interpreti e seguaci fedeli del nuovo Galeno greco che l’edizione Aldina, pubblicata a Venezia nel 1525, aveva reso più facilmente accessibile. A Parigi, durante le lezioni anatomiche di Sylvius, Vesalio si prestò ad eseguire le dissezioni dei cadaveri che in genere erano affidate a barbieri o chirurghi, insomma a persone con abilità manuali ma senza nessuna cultura, che avevano il compito di isolare le diverse parti anatomiche, descritte dal professore agli studenti ex cathedra, secondo le parole di Galeno.

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Nel 1536 Vesalio fu costretto a lasciare Parigi per il nuovo conflitto franco-spagnolo, e dopo un breve soggiorno a Lovanio, in cui si laureò in medicina nel 1537, si trasferì a Padova, una sede universitaria di grande prestigio che richiamava molti giovani d’Oltralpe. Qui ottenne il titolo di dottore in medicina il 5 dicembre 1537 magna cum laude, e il giorno dopo ricevette l’incarico di insegnare anatomia e chirurgia nello stesso ateneo. Diversamente dalla pratica consueta, Vesalio eseguì sempre, in prima persona, le dissezioni dei cadaveri per gli studenti, senza affidarle ad altri. E per avere a disposizione immagini del corpo umano da mostrare agli studenti, in assenza del cadavere, pubblicò nel 1538 sei tavole anatomiche incise da un artista olandese allievo di Tiziano, Stephen von Calcar (1499-1546). Nello stesso anno, nel 1538, pubblicò per gli studenti anche una revisione delle Institutiones anatomicae del suo professore Guinther d’Andernach, un manuale di anatomia uscito nel 1536 e basato su Galeno.

L’ambiente padovano fu favorevole a Vesalio e alle sue ricerche anatomiche. Non era mai stato facile per lui – e neppure per gli altri – avere cadaveri umani da dissezionare, ma a partire dal 1539 Marcantonio Cantarini, un giudice del tribunale di Padova interessato all’anatomia, gli fornì quelli dei condannati a morte in buon numero. Le sue esperienze di dissezione furono quindi più frequenti, e sempre più evidenti gli apparirono le differenze tra il corpo umano che osservava sul tavolo settorio e quello descritto da Galeno, che pure gli era ben presente. Negli stessi anni, infatti, Vesalio si trovò a rivedere le traduzioni delle opere anatomiche di Galeno – compresa quella dei primi nove libri dei Procedimenti anatomici, pubblicata dal suo professore Guinther d’Andernach a Parigi nel 1531 – per l’edizione curata da Agostino Gadaldini (1515-75) e stampata dai Giunta a Venezia nel 1541-42. Maturò la convinzione che il corpo umano non dovesse essere studiato sui libri di Galeno, ma attraverso la dissezione e l’osservazione diretta. Per sua stessa ammissione, del resto, Galeno aveva dissezionato e vivisezionato soltanto animali – scimmie, buoi, maiali, capre, pecore, cani – e aveva attribuito all’uomo le strutture che aveva osservato in questi, sulla base del metodo analogico che aveva ereditato da Aristotele.

Dopo le lezioni tenute a Bologna nel gennaio 1540, in cui diede dimostrazione che Galeno aveva descritto le ossa della scimmia piuttosto che quelle dell’uomo, Vesalio intraprese a Padova la stesura di un trattato completo di anatomia che superasse Galeno. A questo lavorò per i due anni successivi, e nell’estate del 1542 si trasferì a Basilea per curarne la pubblicazione presso l’editore Giovanni Oporino. Il De humani corporis fabrica uscì nell’agosto 1543 piuttosto che in giugno, come si legge nel colofone.

Si tratta di un’opera innovativa, bella e monumentale di oltre 700 pagine in folio. È divisa in sette libri che trattano delle ossa (libro I), dei muscoli (libro II), dei vasi sanguigni (libro III), dei nervi (libro IV), degli organi addominali (libro V), di quelli toracici (libro VI), del cervello (VII). La corredano circa trecento immagini, incise su legno, numerose a tutta pagina, di grande impatto estetico – soprattutto quelle delle ossa e dei muscoli – ma anche di straordinaria funzione didattica ed esplicativa. Il testo contiene infatti continui rimandi alle immagini, in cui le diverse parti sono sempre contraddistinte da lettere alfabetiche, maiuscole e minuscole, che trovano corrispondenza e spiegazione nella legenda allegata. Il De humani corporis fabrica non è la prima opera anatomica illustrata, ma le sue immagini superano tutte le precedenti per ricchezza, precisione e bellezza: furono in seguito ristampate e plagiate numerose volte e nel complesso dominarono l’illustrazione anatomica fino al Settecento.

Quanto al contenuto del De humani corporis fabrica, i primi due libri sono i più innovativi. Esemplari sono le descrizioni di Vesalio della mascella, dello sterno, dell’omero, del femore, della tibia, del perone, come pure le sue dimostrazioni che Galeno aveva descritto le stesse ossa, ma non quelle dell’uomo, piuttosto della scimmia. Gli altri libri, che trattano organi con una fisiologia più complessa, dipendono ancora massicciamente da Galeno. Ma anche in questi Vesalio fa importanti osservazioni, tra cui: la vena cava non parte direttamente dal fegato, come pensava Galeno, che le attribuiva la funzione di trasportare al cuore il sangue che sarebbe stato prodotto dal fegato (libro V); il setto interventricolare del cuore non contiene pori invisibili – come sosteneva Galeno – attraverso i quali il sangue sarebbe passato dal ventricolo destro a quello sinistro (libro VI); alla base del cervello non c’è la cosiddetta rete mirabile, un’area fittamente vascolarizzata – come pensava Galeno che l’aveva osservata negli ungulati – che avrebbe avuto il compito di filtrare il sangue e produrre il pneuma psichico, responsabile delle facoltà mentali, delle sensazioni e dei movimenti (libo VII); il nervo ottico non è cavo, come pensava Galeno, secondo cui tutti i nervi sarebbero stati percorsi dal pneuma psichico (libro IV). Queste osservazioni, che Vesalio talvolta condivise con anatomisti a lui precedenti – come nel caso della rete mirabile già negata da Jacopo Berengario da Carpi (1466-1530), il più importante anatomista pre-vesaliano attivo a Bologna – avrebbero avuto conseguenze devastanti per la fisiologia galenica, che tuttavia per il momento non fu attaccata: Vesalio espresse su questa diverse perplessità, ma non andò oltre. La prima scoperta fisiologica che supera Galeno riguarda la circolazione del sangue, e fu fatta nel secolo successivo da William Harvey (1578-1657), un medico inglese che non a caso la mise a punto a Padova, dove soggiornò tra il 1600 e il 1602.

Gli errori anatomici di Vesalio contenuti nel De humani corporis fabrica furono in seguito corretti, ma la sua lezione di metodo rimase fondamentale e insuperata nella storia della medicina e della scienza: priorità dell’osservazione e rifiuto di ogni autorità, compreso Galeno che era stato per secoli dominante. Vesalio ripete questa sua lezione in tutto il De humani corporis fabrica, ma la esplicita soprattutto nella prefazione dell’opera che indirizza a Carlo V, l’uomo politico allora più potente, presso il quale suo padre prestava servizio. Qui Vesalio critica la medicina del tempo che ha perso la sua unità, si è frantumata in molteplici specialità e ha abbandonato con disprezzo la manualità. Ne è conseguita una profonda decadenza della chirurgia, praticata da persone incolte, come pure dell’anatomia. La medicina, secondo Vesalio, può rinascere soltanto se pone al centro l’anatomia, intesa come pratica settoria che il medico deve fare in prima persona, senza affidare ad altri il coltello, fidandosi dei suoi occhi e ripetendo le osservazioni. Galeno non è autorevole tanto da sostituire l’esperienza. Vesalio quindi attacca Galeno perché non ha mai aperto cadaveri umani, ma quelli di animali, e con una certa arroganza afferma che Galeno avrebbe commesso addirittura duecento errori in una sola dissezione.

Tutto questo è rappresentato efficacemente nel frontespizio del De humani corporis fabrica. Al centro della scena c’è il cadavere di una donna, a cui è stata appena aperta la cavità addominale dal medico – Vesalio stesso, come dimostra il facile confronto con il suo ritratto contenuto nel foglio seguente – con i coltelli posti sul tavolo. Vesalio non è in cattedra – come avveniva di consueto – ma fa la sua lezione accanto al cadavere, descrivendo gli organi addominali che tiene in vista con la sua mano destra. Tra gli spettatori ci sono diversi animali, provocatoriamente vivi, tra i quali una scimmia tanto utilizzata da Galeno, poco realistica, ma ampiamente simbolica.

Il De humani corporis fabrica è l’opera più importante di Vesalio e in qualche modo anche la sua unica opera. Poco dopo la pubblicazione, Vesalio abbandonò l’insegnamento universitario e la ricerca a Padova a favore dell’attività clinica, diventando medico dell’imperatore Carlo V. Fu evidentemente per lui un’occasione troppo allettante, da non perdere: ritornava a casa, a Bruxelles, e per giunta per ricoprire un posto prestigioso e ben remunerato. Per il resto della sua vita Vesalio fu medico della famiglia imperiale, alla corte di Carlo V e poi del figlio Filippo II, a Bruxelles prima e dal 1559 in Spagna.

Continuò ad essere interessato all’anatomia, ad aggiornarsi sulle ricerche dei colleghi e sulle critiche che gli venivano via via rivolte, ma le occasioni di eseguire dissezioni diventarono molto sporadiche. Si occupò a più riprese del De humani corporis fabrica. Pubblicò nel 1543 un’epitome per gli studenti, nel 1555 la seconda edizione che contiene qualche novità anatomica, poi lavorò ad una terza edizione che non fu mai pubblicata, ma di cui rimangono le sue note, forse scritte prima del 1559, in una copia conservata presso la biblioteca dell’università di Toronto (Thomas Fischer Rare Book Library). Il progetto editoriale fu forse interrotto dalla morte, che avvenne il 14 ottobre 1564 a Zacinto, sull’Adriatico, nel viaggio di ritorno da un pellegrinaggio in Terrasanta. Non sono noti i motivi che lo avevano indotto a compiere il pellegrinaggio, ma sono privi di fondamento i racconti di errori – diventati presto colpe da espiare – che Vesalio avrebbe commesso sul tavolo anatomico, sezionando corpi di persone ancora vive. Piuttosto Vesalio doveva essere stanco della vita di corte in Spagna, e sembra che fosse molto concreto il suo progetto di ritornare ad insegnare all’università di Padova dopo Gerusalemme.

Il De humani corporis fabrica ebbe subito dopo la pubblicazione un grande impatto nella comunità scientifica, che si misura anche dal numero di quanti gli si opposero in nome di Galeno, e dalla violenza dei loro attacchi. Tra tutti basta citare Sylvius, il vecchio professore di Vesalio a Parigi, fervente galenista, che contro Vesalio scrisse in più occasioni – addirittura un’operetta nel 1551 – e lo ritenne responsabile di una terribile epidemia antigalenica che si stava diffondendo in Europa. Tuttavia il metodo di ricerca di Vesalio si fece strada ovunque, anche tra i suoi oppositori. Bartolomeo Eustachio (1510-74), attivo a Roma, progettò un trattato anatomico che punto per punto confutasse Vesalio e difendesse Galeno. Questa opera non fu mai completata, mentre Eustachio pubblicò nel 1563-4 gli Opuscula anatomica che riguardano la descrizione di parti sottili, come l’orecchio, i denti, le ossa del capo, i reni, il sistema vascolare, in qualche modo approfondendo le ricerche di Vesalio, non certo negandole. Inoltre, più che alla scrittura, Eustachio affidò alcune sue scoperte anatomiche, soprattutto sui nervi e sul cervello, alle immagini che Vesalio aveva tanto utilizzato e sviluppato e che invece Galeno difficilmente avrebbe approvato: le opere di Galeno, comprese quelle anatomiche, non sono illustrate. Nel 1552 Eustachio fece incidere su rame una serie di grandi tavole che furono pubblicate soltanto nel 1714 dal medico Giovanni Maria Lancisi (1654-1720): più accurate e precise di quelle di Vesalio, seppure meno belle, le tavole anatomiche di Eustachio finirono per sostituirle.

Critica di Andrea Vesalio a Galeno

Praefatio del De humani corporis fabrica indirizzata all’imperatore Carlo V, c. 3v

Tutti prestarono fede a Galeno a tal punto che non si trovava nessun medico che pensasse che un errore, seppure minimo, fosse stato mai rilevato nei suoi volumi di anatomia, e ancor meno che lo potesse essere in seguito. Invece – a parte il fatto che Galeno spesso si corregge, segnala non una sola volta una propria negligenza commessa in qualche opera, quando in seguito diventa più esperto, e frequentemente fa affermazioni contraddittorie – sulla base della rinata arte della dissezione, della lettura attenta dei suoi libri e della correzione sicura degli stessi in numerosi passi, è per noi evidente che Galeno non dissezionò mai un corpo umano. Piuttosto, preso dalle sue scimmie, sebbene abbia avuto due cadaveri di uomini senza sangue, spesso accusa a torto i medici precedenti che si erano esercitati nella dissezione di uomini.

Troverai per giunta in Galeno numerose affermazioni che non sono per niente corrette neppure per le scimmie, per non dire – cosa che suscita grandissima meraviglia – che Galeno non si è accorto di nessuna delle molteplici e infinite differenze tra gli organi del corpo umano e della scimmia, se non di quella che riguarda le dita e la flessione del ginocchio: senza dubbio avrebbe mancato anche questa insieme con le altre, se non gli fosse saltata agli occhi senza dissezione dell’uomo.

Ma fino ad oggi non mi sono mai impegnato ad esporre i falsi dogmi della dissezione di Galeno, facilmente il primo dei maestri, e ancor meno vorrei proprio ora essere considerato irriverente nei confronti di chi è maestro di tutti i maestri e poco rispettoso verso la sua autorità. Non ignoro, infatti, quanto i medici – non diversamente dai seguaci di Aristotele – si turbino quando osservano che Galeno, nel corso di una sola dimostrazione anatomica, errò più di duecento volte nella descrizione corretta dell’armonia umana delle parti, della loro utilità e funzione, e nello stesso tempo controllino le parti dissezionate con occhio severo e con lo scopo principale di difenderlo. Tuttavia anche questi in seguito, spinti dall’amore della verità, a poco a poco si calmano e attribuiscono maggiore fiducia ai loro occhi e ai loro ragionamenti, non inefficaci, piuttosto che agli scritti di Galeno.

Cita questo articolo

Fortuna S., De humani corporis fabrica di Andrea Vesalio, Medicina e Chirurgia, 60: 2705-2709, 2013. DOI:  10.4487/medchir2013-60-5

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