Anatomia, libri e auctoritas: Galeno di Pergamon.59, 2013, pp.2652-2658, DOI: 10.4487/medchir2013-59-7

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1. “Il plesso chiamato rete mirabile dagli anatomisti è il più meraviglioso dei corpi collocati in questa parte del corpo. Esso circonda la ghiandola stessa e si estende verso il retro; di modo che quasi tutta la base dell’encefalo ha quasi questo plesso che giace al di sotto. Non è una rete semplice ma appare come se tu avessi preso molte reti da pescatore sovrapponendole l’una con l’altra…. per la delicatezza delle parti che lo compongono e per la stretta connessione della sua tessitura, non è possibile comparare questa rete a nessuna rete fatta artigianalmente…piuttosto, la natura si appropria del materiale per questa rete mirabile per la maggior parte dalle arterie che salgono dal cuore fino alla testa. Piccoli rami vengono emessi da queste arterie verso il collo, il viso e le parti esterne della testa. Le parti rimanenti, diritte come si sono formate all’inizio, passano attraverso il torace e il collo fino alla testa e sono comodamente accolte li in una parte del cranio, che è attraversata (dal canale carotideo) e le accoglie senza problemi nella parte interiore del capo. Anche la dura madre le riceve ed è stata già perforata lungo la linea della loro invasione e tutte queste cose danno l’impressione che le arterie si affrettino a raggiungere l’encefalo. Ma questo non è il caso. Perché quando esse sono passate oltre al cranio, nello spazio tra questa e la meninge spessa essi si dividono prima in molte arterie piccole e sottili e poi si intrecciano e passano una dentro l’altra, alcune verso la parte anteriore della testa, altre verso la parte posteriore, altre a destra e a sinistra, dando l’impressione opposta, cioè che hanno perduto la strada verso l’encefalo. Comunque, questo non è vero; infatti, dopo che da molte di quelle arterie coese come radici in un tronco si sviluppa un’altra giunzione di arteria simile a quella che all’inizio si era originata dal cuore, allo stesso modo penetra il cervello attraverso i fori della grande madre” (De usu partium IX, 4).
2. “Tutte le parti che hanno gli uomini le hanno anche le donne, la differenza tra loro essendo in una sola cosa, che deve essere ben tenuta a mente durante la discussione, cioè che le parti delle donne sono all’interno del corpo, mentre nell’uomo sono esterne, nella regione detta perineo….lo scroto prenderebbe necessariamente il posto dell’utero, con i testicoli giacenti al di fuori, accanto ad esso da ciascuna parte; il pene del maschio diventerebbe il collo della cavità che si è formata; e la pelle alla fine del pene, chiamata ora prepuzio, diventerebbe la stessa vagina…puoi vedere qualcosa del genere negli occhi della talpa, che hanno umor vitreo e cristallino e la tunica che li circonda e che cresce dalle meningi…ed hanno ciò come molti animali che sono in grado di usare i propri occhi. Gli occhi della talpa, invece, non si aprono…ma rimangono lì imperfetti e come gli occhi degli altri animali quando sono ancora nell’utero…così anche la donna è meno perfetta dell’uomo per quanto riguarda le parti destinate alla generazione. Perché le parti sono formate in essa ancora nella vita fetale, ma non possono emergere ed essere proiettate all’esterno a causa della mancanza di calore… (De usu part. XIV, 6-7).

Abstract

Galen is the most representative medical author in the history of ancient anatomical studies. His experiments and researches, mainly perfomed on animals, are the fundamentalbasis of the medical tradition of Middle and Early Modern Age. The article analyzes two passages of the Galenic work on which the Western medical tradition based its anatomical  teaching  for many centuries: on one side, the description of the ‘rete mirabile’, surely observed by Galen in goats and sheeps; on the other, the Galenic description of uterus and genital feminine apparatus, the last one thought by Galen as the introjection of the more complete and perfect male genital one.  Both passages well document the long lasting Galenic ideas, still discussed as authoritative in the XVII century.

Articolo

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Fig. 1 – Anagni, Cattedrale, Galeno e Ippocrate.

Una vita esemplare

Nella più che prolifica produzione di Galeno, una delle più ricche e complete che la tradizione della medicina antica ci abbia conservato e consegnato, non è certo possibile individuare un solo testo che possa essere indicato come masterpiece di una storia della medicina narrata attraverso i libri e le storie che essi raccontano. Al nome di Galeno sono ascritti, infatti, oltre quattrocento trattati; essi non sono tutti sicuramente autentici ma, anche limitandosi a quelli che conosciamo certamente come opere originali del maestro di Pergamo, diventa veramente difficile operare una scelta giustificata e che non penalizzi uno dei molti aspetti che fanno di Galeno non solo un padre fondatore,  ma anche l’auctoritas che di sé impronta l’insegnamento medico, la ricerca anatomica, la sperimentazione fisiologica in medicina  fino al pieno Evo moderno.

Galeno costituisce, da questo punto di vista, un unicum che è impossibile replicare o anche solo imitare per molti secoli: filosofo dotto ed esperto, allievo di molti maestri che, in paesi diversi, dalla terra natale fino all’Egitto e poi a Roma, ne alimentano la curiosità intellettuale, anatomista che “rivoluziona” l’approccio al corpo integrando con l’osservazione dei corpi animali il sapere umorale e qualitativo ippocratico, fisiologo e sperimentatore infaticabile, clinico infallibile in grado di affrontare tipologie molto variegate di pazienti (dai gladiatori ai membri della cerchia imperiale romana), studioso della natura, delle erbe e delle sostanze che possono essere impiegate per la fondazione di una farmacologia molto più ricca e complessa di quella ippocratica, bibliofilo e scrittore fecondissimo, uomo di “reti” e relazioni pubbliche altolocate e politicamente determinanti prima nella Roma di Marco Aurelio e poi in quella retta da suo figlio Commodo. Certo, poche di queste notizie derivano dai contemporanei; se il quasi silenzio dei medici suoi coevi potrebbe essere giustificato dall’invidia che lo stesso Galeno denuncia come forte ed avvertibile nei suoi confronti, è più difficile spiegare perché Marco Aurelio non faccia mai menzione, nei suoi scritti, delle straordinarie qualità del medico cui affidò il figlio bambino. Molte parti del quadro biografico attraente e affascinante di Galeno derivano, infatti, dalle sue stesse parole e sono, dunque, il riflesso di una personalità molto cosciente del proprio ruolo nel panorama della medicina dell’epoca e probabilmente anche in grado di prevedere quale e quanta fortuna le sue osservazioni, le sue sperimentazioni, la sua rilettura del sistema ippocratico e i suoi libri avrebbero avuto nel corso dei secoli a venire. Non tutto, dunque, di quello che Galeno narra, soprattutto in quel racconto autobiografico straordinario che è contenuto nei trattati Sull’ordine dei propri libri e Sui propri libri, deve essere accolto come assoluta oggettività; nonostante, però, questa insita tendenza a esaltare i propri meriti ed intuizioni, come a più riprese ha annotato una delle più grandi studiose di Galeno, Véronique Boudon Millot, il problema con lui non è quello di trovare documentazione sulla sua vita e sulla sua opera, ma solo di operare una cernita faticosissima tra l’immensa quantità di notizie che egli, in prima persona, ci ha consegnato. Nato a Pergamo nel 129 d.C., figlio di un intellettuale-architetto che lo avvia agli studi medici e insieme ad una competenza filosofica che si configurerà, nel tempo, come un originale sincretismo principalmente delle teorie platoniche ed aristoteliche, si forma presso maestri del calibro di Satiro, Pelope e Numisiano; giovane, arriva ad Alessandria, la grande fucina del sapere scientifico antico, dove si accende il suo desiderio di approfondire le conoscenze anatomiche, sulle tracce di quanto presso quella scuola medica era stato fatto, in epoca ellenistica e per un periodo brevissimo, attraverso studi dissettori e vivisettori, da Erofilo e da Erasistrato. Nel 162 Galeno da Pergamo (dove aveva esercitato anche come medico dei gladiatori, attività in grado di fargli perfezionare dal vivo alcune osservazioni anatomiche) arriva a Roma; qui si spalanca per lui una carriera luminosa, garantita dalla cura coronata da successo da lui offerta, tra primo e secondo soggiorno romano, al filosofo Eudemo e ad un gruppo di nobili pazienti, tra cui la moglie del console Boeto e molti esponenti della stretta cerchia imperiale. Tra questi spicca il nome del piccolo Commodo, guarito da una misteriosa malattia di fronte alla quale, a sentir Galeno, tutti gli altri medici attivi a Roma si erano dimostrati incompetenti. Il periodo romano, seppur interrotto tra 166 e 169 da un improvviso ritorno nella città d’origine e da una serie di viaggi di conoscenza erboristica e farmacologica, dietro il quali si intravede l’ombra minacciosa di un’ epidemia (di vaiolo?) che colpì la città, è molto fecondo per la produzione delle sue opere anatomiche e fisiologiche, scritte sulla base dei risultati di dissezioni su piccole scimmie appositamente fatte venire dall’Africa, ma anche su una svariata congerie di animali, dal maiale al cane alla mucca alla capra, passando anche attraverso il corpo di un elefante impiegato in giochi circensi, il cui cuore gli viene consegnato dai cuochi imperiali per una dissezione “esotica” e foriera di uno degli errori galenici più eclatanti, la descrizione dell’”osso del cuore” (in realtà una piattaforma cartilaginea che sostiene l’organo esclusivamente in animali di enormi dimensioni) come parte costituiva dell’anatomia cardiaca di tutte le specie. Lo studio anatomico è, nella medicina galenica, fondamento ineludibile per la comprensione dei meccanismi fisiologici, per il corretto inquadramento patologico, per la correzione terapeutica; senza l’anatomia nulla si giustifica nell’operato del medico, al punto che i trattati anatomici costituiscono per Galeno l’avvio anche didattico primario delle competenze dei giovani allievi. Le osservazioni accumulate nel corso degli anni sui piccoli macachi e su altri animali sono ricostruite in un quadro coerente e, spesso, di altissimo livello descrittivo (lo scheletro, i muscoli, buona parte del sistema nervoso, nell’accuratezza con cui sono descritti, offrono buona testimonianza del livello di perizia anche tecnica raggiunto da Galeno) che trova il suo coronamento in una proiezione analogica dell’anatomia animale sul corpo dell’uomo, organizzata intorno a tre organi- chiave, il cervello, il cuore ed il fegato. In essi abita, nelle sue varie forme, il pneuma vitale che garantisce rispettivamente pensiero, sensazione, emozioni e mantenimento in vita della macchina corporea. L’anatomia, insomma, diventa anche il luogo privilegiato in cui si “concretizzano”, insieme, le istanze filosofiche di tripartizione del corpo di matrice platonica e il teleologismo aristotelico, che in ogni organo vede la sede di una funzionalità, che va espletata ai fini del mantenimento dello stato di salute.

La straordinaria capacità galenica di coniugare osservazione e filosofia, pratica manuale ed esercizio del logos, e di utilizzare tutti questi elementi contemporaneamente per costruire un sistema anatomo-fisiologico di complessità sconosciuta al resto dell’antichità, se unita all’idea che soggiace a tutta la sua produzione anatomica di una natura che non sbaglia e che risponde ‘perfettamente’ alla programmazione delle leggi del corpo pensate dal Demiurgo,  giustificano la nota, enorme fortuna che Galeno incontra nei medici bizantini; gli arabi poi ne apprezzano il connotato teleologico e la componente aristotelica e, attraverso la loro mediazione, Galeno attraversa il medioevo per giungere, in piena autorevolezza, fino alla prima modernità. L’anatomia di Galeno, infatti, offre un’immagine di corpo umano disegnata secondo il progetto di un artefice divino (non importa se dio pagano) molto facilmente impiegabile dal Cristianesimo e dalla Chiesa ai fini della propaganda dell’idea della creazione divina e della sua infallibilità; la macchina perfetta di Galeno, in cui abita anche un pneuma psichico che non è anima ma all’anima è assimilabile, non confuta ma completa l’umoralismo di matrice ippocratica e lo indica come il testo ideale sul quale insegnare l’anatomia nelle nascenti università.

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Fig. 2 – Vesalio, De humani corporis Fabrica, Basel, Oporinus, 1543, utero.

Abbiamo scelto di illustrare brevemente due passi dell’opera anatomica e fisiologica galenica che illustrano bene le modalità in cui la voce del medico di Pergamo si è costituita come auctoritas assoluta e via di trasmissione privilegiata, dal medio Evo al primo Evo moderno, di topoi anatomici descrittivi in grado di condizionare e, in qualche misura, anche di arrestare in una ‘lunghissima durata’ tutta la tradizione medica occidentale fino alla prima metà del XVI secolo. Abbiamo trascurato di inserire e commentare il passo del trattato galenico sulle facoltà naturali (Fac. Nat. III, 208) in cui si descrive la struttura del setto intraventricolare del cuore come permeabile e attraversata da una miriade di sottilissimi fori, che consentono il passaggio di una minima quantità di sangue dal ventricolo destro, dove esso arriva direttamente dal fegato per nutrire quello che nella fisiologia galenica è un organo della respirazione, sino al ventricolo sinistro, ove il sangue è osservato in sede di dissezione – sebbene la teoria galenica lo ritenga contenitore del solo pneuma immesso durante la respirazione; questa omissione deriva solamente dalla celebrità del passo stesso, cui viene tradizionalmente imputata la responsabilità di aver bloccato la dimostrazione della circolazione del sangue fino al 1628, anno di pubblicazione dell’Exercitatio de motu cordis di W. Harvey. Questo testo, è noto, dimostra, attraverso l’adozione di un metodo di misurazione quantitativa di ispirazione galileiana, che è impossibile che il sangue che si muove nel corpo sia il prodotto dei processi di nutrizione, continuamente impiegato per l’alimentazione e la crescita; l’unica soluzione alternativa, che riesce a spiegare perché il sangue emesso dal ventricolo sinistro in una data unità di tempo sia di molto superiore alla quantità di sangue contenuta nell’intero corpo, è che esso si muova in un processo di ‘circulatio’ perfetta, che mima all’interno del corpo umano l’ordinato muoversi delle stelle galileiane.

Ancora, la scelta di passi che illustrano quelli che, all’occhio del medico moderno, potrebbero sembrare due meri errori osservativi non deve, però trarre in inganno; la complessità delle teorie che essi nascondono è una delle tracce più significative della grandezza di un pensiero rimasto ineguagliato per secoli. Spesso il percorso per arrivare a grandi e rivoluzionarie dimostrazioni, come quella di William Harvey sulla circolazione del sangue, era in realtà in buona parte già tracciato nei testi galenici.

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Fig. 3 – Scipione Mercuri, La Commare raccoglitrice. Venezia, 1595. Biblioteca di Storia della medicina, Sapienza Università di Roma.

“Il plesso chiamato rete mirabile…”

Il termine rete mirabile, che oggi descrive una struttura patologica, è nella tradizione medica occidentale post galenica indicatore di una complessa struttura anatomica, descritta dal maestro di Pergamo come un intreccio serrato di arterie molto sottili, che si dipartono dall’arteria carotide, alla base della teca cranica, cui viene attribuito un senso funzionale ben preciso.

Infatti, secondo Galeno, l’aria immessa nel corpo attraverso i processi di respirazione subisce una serie di trasformazioni, attivate dal calore vitale, variamente distribuito nei tre distretti di cui l’organismo umano è composto, comandati rispettivamente dal cervello, dal cuore e dal fegato; essa si muove attraverso le arterie, mescolata al sangue (le arterie dunque non veicolano più solo aria, come sosteneva la tradizione anatomica alessandrina), subendo una serie di trasformazioni imputabili alle dynameis dei diversi distretti corporei, che ne modificano la natura prettamente materiale, rendendola pneuma utilizzabile per la vita organica, per i processi di sensibilità e movimento, infine, nella sua forma più raffinata, per la vita psichica dell’individuo. In particolare, quando l’aria raggiunge il cervello, per la via della respirazione nasale, ma anche attraverso i pori della pelle o le cavità vuote all’interno delle ossa, essa incontrerebbe una struttura anatomica complessa – un plesso arterioso circonvoluto, posto alla base del cervello, noto appunto nella tradizione occidentale sotto il nome di rete mirabile, che avrebbe il compito di distribuire nutrimento vitale a tutto il cervello e veicolare al corpo vita e pensiero (De usu partium III, 4.9). In particolare, la struttura annodata di questo plesso, che somiglierebbe ad una sottile rete da pesca, sarebbe dovuta alla necessità di far decantare l’aria e purgarla, attraverso una stasi forzata, delle materialità che le derivano dal suo essere proveniente dal mondo naturale esterno; giacendo in condotti che per il loro andamento tortuoso non ne consentono il rapido spostamento, infatti, l’aria risulterebbe decantata e purificata e riuscirebbe, in questo modo, a raggiungere la qualità di affinamento necessaria per divenire pneuma psichico, il più sottile ed immateriale degli elementi che costituiscono e governano il corpo. Dunque, la rete mirabile sarebbe un organo vitale, deputato dal progetto perfetto dell’artefice della natura ad assolvere uno dei compiti più alti della funzionalità fisica umana. Ora, è noto che tale struttura anatomica non esiste nell’uomo, mentre è descritta nell’anatomia animale, in particolare nei ruminanti, specie nella quale poteva essere stata osservata sia dallo stesso Galeno sia, in precedenza, da Erofilo che,  come ci ricorda Von Staden,  in effetti per primo la descrisse durante gli anni dei suoi esercizi dissettori ad Alessandria. Cosa abbia visto realmente Galeno, se abbia confuso una rete extradurale di origine vascolare con una arteriosa, se e perché abbia trasposto un’osservazione condotta su un gruppo minoritario di animali da ricerca fino a costruire su di essa  una complessa teoria della trasformazione pneumatica nell’uomo; come egli non abbia registrato in alcun modo l’assenza della struttura arteriosa nell’anatomia cerebrale delle scimmie, che rappresentano certamente il suo bacino preferito di animali da sperimentazione, sono domande che costituiscono i tasselli di un rompicapo su cui generazioni di storici della medicina e del pensiero scientifico si sono esercitati, nel tentativo di comprendere la genesi di quello che appare, a tutti gli effetti, uno degli errori più significativi che Galeno ha trasmesso alla medicina moderna.

Vesalio, pur nella sua formale adesione al dettato galenico, dietro alla quale nasconde la rivoluzione di uno studio anatomico assolutamente innovato dall’esperienza diretta del dissettore che rifiuta l’autorità degli antichi come unico criterio di conoscenza scientifica, non è il primo autore a esprimere un dubbio sistematico sull’esistenza della struttura: già Berengario da Carpi, come ci ha ricordato S. Pranghofer, si era chiesto perché non fosse mai riuscito a isolare la rete durante le sue lezioni di anatomia, e si era interrogato sulla sua reale natura di plesso arterioso. Tuttavia, la discussione più celebre della supposta osservazione di Galeno rimane proprio quella di Andrea Vesalio:  “Quante cose, spesso assurde – scrive nel 1543 –  sono state accolte sotto il nome di Galeno….tra queste vi è quel mirabile plesso reticolare, la cui esistenza viene costantemente sostenuta nei suoi scritti…e di cui tutti i medici parlano continuamente. Essi non lo hanno mai visto, ma tuttavia continuano a descriverlo sulla scorta dell’insegnamento di Galeno. Io stesso…a causa della mia devozione a Galeno, non intrapresi mai una pubblica dissezione di una testa umana senza contemporaneamente servirmi di quella di un agnello o di un bue per dimostrare ciò che non riuscivo a riscontrare in alcun modo nell’uomo…e per evitare che gli astanti mi rimproverassero di essere incapace di trovare quel plesso a tutti loro così ben noto per nome. Ma le arterie carotidi non formano affatto il plesso reticolare descritto da Galeno” (De humani corporis fabrica, 1543, p. 310, 524 e 642).

L’attitudine vesaliana del controllo personale, diretto e ripetuto delle affermazioni anatomiche, anche quando esse provengano da autorità non discusse del passato, getta una luce così forte sul problema della dimostrazione dell’esistenza della rete mirabile nell’uomo da essere stata utilizzata più volte come esempio della capacità del testo del De humani corporis fabrica di costituirsi come il punto nodale della riscrittura e reinterpretazione critica della medicina degli antichi in Evo moderno (A. Wear, A. Cunnigham, V. Nutton, N. G. Siraisi).

Nonostante, però, il forte criticismo espresso da Vesalio nei confronti di una struttura che egli stesso, solo pochi anni prima della pubblicazione della prima edizione della Fabrica, includeva tra le iconografie delle sue Tabulae anatomicae sex (1538), un interessante recente lavoro di S. Pranghofer (Med. Hist. 2009) ci ha dimostrato come la rete continui a essere utilizzata nella tradizione  di didattica anatomica occidentale per un lungo periodo: nel corso del XVII secolo ancora alcuni autori la accolgono come realtà indiscutibile e ne illustrano la forma e la funzione attraverso tavole illustrate. Se ancora libri anatomici come quelli di Adriaan van der Spiegel (1627) o di alcuni tra i suoi successori sulla cattedra di Anatomia dell’Università di Padova, come Johan Vesling (1641), pure nella difficoltà di riadattare pattern iconografici preesistenti (risalenti alle tavole anatomiche contenute nell’opera di Giulio Casserio) e di localizzare e descrivere visivamente in modo esatto la discussa struttura arteriosa,  continuano a sostenerne l’esistenza nell’uomo, pur annotandone l’enorme difficoltà di rilevamento, vuol dire veramente che l’anatomia galenica, trasmessa attraverso una mole tanto poderosa di testi, ha improntato di sé in modo indelebile la storia della medicina. Una conferma di questo ruolo prepotente e protratto del medico di Pergamo viene ancora dai primi anni del Settecento, quando autori del calibro di J. J. Wepfer e T. Willis continuano a ritenere la discussione dell’ esistenza della “sua” rete mirabile un topos ineludibile della ricerca neurostrutturale, anche se solo per giungere alla negazione dell’esistenza della struttura nell’uomo e al suo rilevamento come tipizzante il cervello di solo alcune specie animale.

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Fig. 4 – Vesalio, Tabulae anatomicae, 3, rete mirabile.

“Tutte le parti che hanno gli uomini le hanno anche le donne….”

La descrizione anatomica dell’apparato genitale femminile fornita da Galeno si basa sull’idea di una perfetta corrispondenza esistente tra gli organi sessuali del maschio e le parti della femmina; secondo la descrizione galenica, tutte le parti anatomiche  che  sono nel maschio esterne e visibili, dal pene ai testicoli, sono nella donna proiettate all’interno, non visibili, come conservate in una struttura chiusa e non accessibile. Gli organi genitali esterni femminili corrispondono al prepuzio, il collo dell’utero al corpo del pene, le ovaie ai testicoli. Tutto è  perfettamente rispondente, in ogni sua parte, alle strutture anatomiche osservabili facilmente nel corpo dell’uomo, in cui esse sono esterne. Questa immagine anatomica, che non a caso Galeno definisce in base alla somiglianza con quanto accade nel corpo di una specie animale, la talpa (le donne condividono con gli animali, nell’idea aristotelica da cui Galeno trae spunto, una condizione di incorreggibile minorità), non è un’idea originale e riflette una combinazione complessa tra la tradizione ippocratica e il contributo poderoso della teorizzazione aristotelica sulla mancanza e incompiutezza del corpo femminile. Come è noto, gli scritti ginecologici del Corpus Hippocraticum pensano e presentano un’idea di corpo femminile fondata sull’idea di una differenza radicale che caratterizza il corpo delle donne rispetto a quello del maschio: più umide e fredde, le carni dei corpi femminili tendono a comportarsi come il panno di lana o la spugna, che assorbono e trattengono liquidi (CH, Morb. Mul. 1.1). Questo, oltre a rendere le strutture più deboli e più lasse, contribuisce ad alimentare una sorta di circuito chiuso, in cui i corpi imperfetti delle donne continuano ad accumulare umidità e freddezza, a rendere difficile la cottura degli alimenti ingeriti e, di conseguenza, a generare residui difficili da eliminare (Morb. Mul. 1.1). Essi tendono ad accumularsi e ad occupare i condotti del corpo e sono potenzialmente induttori di ogni tipo di patologia. La fisiologia mestruale ippocratica, in cui il flusso mensile viene immaginato come il sistema naturale di eliminazione delle scorie prodotte da un corpo qualitativamente alterato per disposizione fisiologica e non in grado di portare a termine i normali processi di cozione che caratterizzano il corpo del maschio, delinea i confini di un funzionamento dei corpi femminili che è totalmente altro rispetto a quanto accade nell’universo fisiologico maschile. Questa totale alterità del femminile fisiologico ippocratico corrisponde nei testi del Corpus ad un’anatomia “cava”, in cui l’utero è un vaso di tessitura molle ed elastica, capace come le bisacce per contenere il vino di dilatarsi per accogliere il feto durante la sua crescita. L’utero ha una struttura peculiare, aperta in due bocche che si affacciano verso l’alto e verso il basso, mettendo in comunicazione tutte le cavità del corpo femminile, in un indistinto e immaginato vuoto interno. La descrizione galenica ha ben altra anatomica e reale consistenza; l’anatomia alessandrina ha dimostrato l’esistenza delle ovaie, la struttura dell’utero è definitivamente delineata. Tuttavia, l’intera descrizione anatomica galenica paga un debito importante all’idea aristotelica di un corpo femminile non radicalmente diverso da quello maschile (come sostenevano gli autori ippocratici), ma solo qualitativamente e quantitativamente inferiore: la freddezza del corpo delle donne (De Util. Part. 14, 6-7), che le rende in Aristotele simili a bambini imperfetti o a maschi mutilati (GA 737a27-28), quando nei processi di generazione incontra un seme maschile indebolito (per circostanze interne, vizio di cibo o bevanda, condizioni climatiche particolari), impronta il feto con la sua incapacità di portare a termine i processi di cozione, impedendone la corretta maturazione. Esso, infatti, custodito nell’utero, dovrebbe riprodurre, se il calore vitale somministrato dal contributo paterno attraverso lo sperma fosse sufficiente, un figlio perfetto, cioè identico al padre, anche nel sesso (GA 727 b 31-33). Quando questo non accade, si genera un prodotto difettoso (ancorché necessario alla natura, perché consente che avvenga la riproduzione della specie – senza madri… non si nasce!), un eidos minoritario e debole che è la figlia femmina. Nelle femmine, l’insufficienza di calore vitale non riesce a far si che gli organi sessuali, potenzialmente pronti a divenire perfetti, cioè maschili, si sviluppino perfettamente fino ad essere espulsi all’esterno; essi se ne stanno li, inglobati in una dimensione interna, incompiuti come gli occhi delle talpe, animali che, per essere abituati a vivere sottoterra, in ambienti freddi ed umidi come corpi femminili non riscaldati, non compiono il ciclo di formazione completo degli organi della vista e rimangono, per questo, ciechi. Il dogma galenico che disegna il corpo femminile come il doppio invertito (e indebolito) del corpo maschile e la relazione di corrispondenza aristotelica tra anatomia del maschio e della femmina che esso riflette avranno una storia molto lunga, facilmente rintracciabile attraverso le immagini anatomiche di evo moderno: Andrea Vesalio, nella sua Fabrica del 1543, utilizza come tavola anatomica una celebre incisione che riproduce esattamente il mondo ginecologico invertito di Galeno, autore a disposizione del pubblico umanistico colto a partire dal 1525-1526; Scipione Mercuri, autore di un trattato (La Commare raccoglitrice), che si propone la formazione culturale dell’ostetrica, dato alle stampe per la prima volta a Venezia nel 1595 e ristampato a più riprese nel secolo successivo, fa uso immodificato della medesima immagine.

Anche attraverso questa riedizione iconografica si consegna, attraverso l’intero XVII secolo, la competenza galenica e un’immaginario anatomico femminile profondamente antico a un pubblico nuovo, in cui si mescolano competenze dotte e saperi popolari ed in cui i medici cominciano a muovere i primi passi nella sostituzione delle loro competenze a quelle tradizionalmente esercitate dalle ostetriche.

Conclusioni

Come ha brillantemente dimostrato N. Siraisi, il Rinascimento anatomico cinquecentesco, spesso presentato come una rivoluzione armata e un sovvertimento globale degli assunti e dei dettati dell’insegnamento anatomico galenico, è in realtà una mistura molto complessa di devozione, rispetto, criticismo, rilettura e riscrittura del testo del maestro di Pergamo. Il rinnovato uso delle mani dell’anatomista e dei suoi occhi, impegnati nel controllo di quanto asserito dall’autorità antica, non debbono trarre in inganno: “In sixteenth -century anatomy as in other branches of natural and mathematical knowledge the reading of ancient books and the writing of modern ones were inextricably interwined to constitute, in and of themselves, a major part of scientific endeavor” (Ren Quart 1997;50,1; 1-37). Leggere il libro del corpo e attribuire nuovo significato alle vicende dell’esperienza anatomica diretta non significa, negli anatomisti di Evo moderno, dismettere la lettura del testo anatomico antico, né dimenticare Galeno, ma solo reinterpretare una lezione autorevole alla luce di strumenti cognitivi e interpretativi tali da metterne in luce, oltre gli errori compiuti nel medioevo, la significatività e la durata.

Bibliografia

Valentina Gazzaniga è professore ordinario di Storia della medicina presso Sapienza-Università di Roma. Si è occupata di storia del concetto di corpo femminile nella tradizione di ‘lunga durata’ e di storia della ginecologia; di storia della medicina nell’antichità classica; della concezione della malattia infantile dall’antichità al primo evo moderno, di storia del concetto di disabilità, di storia della medicina legale e della medicina di urgenza. Ha pubblicato per i tipi di Carocci una monografia sulle perizie medico-legali inedite di Giovan Battista Morgagni e, insieme a M. Conforti e G. Corbellini, Dalla cura alla scienza. Malattia, salute e società nel mondo occidentale. Milano, Encyclomedia Publishers, 2011

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Gazzaniga V.,Anatomia, libri e auctoritas: Galeno di Pergamo, Medicina e Chirurgia, 59: 2652-2658, 2013. DOI:  10.4487/medchir2013-59-7

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